Volgarometro

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Handicappato, gay, mafioso

Ecco le offese che fanno più male

Sconcertanti risultati del “Volgarometro” applicato agli italiani

di Silvia Mastrantonio

Handicappato, gay, mafioso. Cambiano i costumi e il linguaggio segue a ruota, insulti compresi. Così ai neologismi che costringono ad aggiormanenti continui i vocabolari, si aggiungono gli epiteti che si modificano ed evolvono. Per centinaia di italiani sono queste parole a rappresentare le ferite morali più profonde mentre, nel sentire comune, in cima alla “hit parade” degli epiteti più offensivi restano le bestemmie, in particolare quelle indirizzate alla Madonna, assai più sgradite di quelle a Dio. Risultato sorprendente se si considera che una buona fetta del campione in esame (un terzo) si dichiara ateo. A stilare la classifica delle “rudezze” è il Volgarometro, la prima ricerca sondaggio sul turpiloquio condotta su 2.615 persone. La ricerca non ha valore statistico, ma “fotografa la percezione attuale delle parolacce” spiega il curatore, Vito Tartamella, già autore del primo saggio di psicolinguistica sull’argomento. La ricerca è stata condotta attraverso il sito del periodico scientifico “Focus”.

Scopriamo in questo modo che le maledizioni tengono saldamente il comando delle offese più sgradite ma con variazioni adattate ai tempi: “Ti venisse un cancro” fa ancora molta paura, mentre il classico “vaffa” è precipitato in coda alle classifiche. Gli insulti ritenuti meno pesanti sono, nell’ordine, quelli classici come pezzente, barbone, proletario; quelli etnici come negro o terrone; quelli religiosi del tipo bigotto o talebano. Incide meno, quindi, nel turpiloquio, la differenza di classe, di razza o di religione. Sul fronte politico, invece, fa ancora male fascista, nazista o terrorista, molto meno comunista. Tramonta anche il mito del classico “cornuto” che non fa più torcere le budella del maschio italico, assai più sensibile all’appellativo di impotente.

Alla fine delle valutazioni il curatore ritiene che questo studio offra, con chiarezza, alcune tendenze italiche degli anni 2000. Le offese più gravi riguardano la violazione delle leggi: mafioso, ladro, infame; gli eccessi sessuali per le donne e l’omosessualità per gli uomini; il difficile rapporto con malattie, morte, bruttezza, disabilità: a raccogliere più voti nella classifica del disgusto ci sono gli auspici di malattia o morte e gli insulti fisici. Questi ultimi, spiega Tartamella, sono giudicati più importanti rispetto ai dubbi sull’intelligenza o sulla cultura della persona (stupido o ignorante).

Un’altra nota che testimonia il mutamento dei costumi è quella che concerne il vecchio eloquio, giudicato sorpassato e quindi inefficace. Gli epiteti dei nostri nonni e dei nostri padri sono in coda alla classifica di quelli percepiti come maggiormente offensivi. Questo significa che le parole hanno perso, nel tempo, la loro forza espressiva diventando quasi espressioni colorite del linguaggio senza aspetti scandalosi. Così sfigato, terrone, crumiro, buffone, rifatta, siliconata, sbirro, ostia, che palle, ballista. Del resto basta fare mente locale al termine “casino”, in altri anni utilizzato con fini detrattori nei confronti di un luogo o di una situazione e oggi entrato nel gergo comune come semplice sinonimo di disordine.

(Da La Nazione, 21/5/2009).

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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Handicappato, gay, mafioso<br /><br />
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Ecco le offese che fanno più male<br /><br />
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Sconcertanti risultati del “Volgarometro” applicato agli italiani<br /><br />
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di Silvia Mastrantonio<br /><br />
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Handicappato, gay, mafioso. Cambiano i costumi e il linguaggio segue a ruota, insulti compresi. Così ai neologismi che costringono ad aggiormanenti continui i vocabolari, si aggiungono gli epiteti che si modificano ed evolvono. Per centinaia di italiani sono queste parole a rappresentare le ferite morali più profonde mentre, nel sentire comune, in cima alla “hit parade” degli epiteti più offensivi restano le bestemmie, in particolare quelle indirizzate alla Madonna, assai più sgradite di quelle a Dio. Risultato sorprendente se si considera che una buona fetta del campione in esame (un terzo) si dichiara ateo. A stilare la classifica delle “rudezze” è il Volgarometro, la prima ricerca sondaggio sul turpiloquio condotta su 2.615 persone. La ricerca non ha valore statistico, ma “fotografa la percezione attuale delle parolacce” spiega il curatore, Vito Tartamella, già autore del primo saggio di psicolinguistica sull’argomento. La ricerca è stata condotta attraverso il sito del periodico scientifico “Focus”.<br /><br />
Scopriamo in questo modo che le maledizioni tengono saldamente il comando delle offese più sgradite ma con variazioni adattate ai tempi: “Ti venisse un cancro” fa ancora molta paura, mentre il classico “vaffa” è precipitato in coda alle classifiche. Gli insulti ritenuti meno pesanti sono, nell’ordine, quelli classici come pezzente, barbone, proletario; quelli etnici come negro o terrone; quelli religiosi del tipo bigotto o talebano. Incide meno, quindi, nel turpiloquio, la differenza di classe, di razza o di religione. Sul fronte politico, invece, fa ancora male fascista, nazista o terrorista, molto meno comunista. Tramonta anche il mito del classico “cornuto” che non fa più torcere le budella del maschio italico, assai più sensibile all’appellativo di impotente.<br /><br />
Alla fine delle valutazioni il curatore ritiene che questo studio offra, con chiarezza, alcune tendenze italiche degli anni 2000. Le offese più gravi riguardano la violazione delle leggi: mafioso, ladro, infame; gli eccessi sessuali per le donne e l’omosessualità per gli uomini; il difficile rapporto con malattie, morte, bruttezza, disabilità: a raccogliere più voti nella classifica del disgusto ci sono gli auspici di malattia o morte e gli insulti fisici. Questi ultimi, spiega Tartamella, sono giudicati più importanti rispetto ai dubbi sull’intelligenza o sulla cultura della persona (stupido o ignorante).<br /><br />
Un’altra nota che testimonia il mutamento dei costumi è quella che concerne il vecchio eloquio, giudicato sorpassato e quindi inefficace. Gli epiteti dei nostri nonni e dei nostri padri sono in coda alla classifica di quelli percepiti come maggiormente offensivi. Questo significa che le parole hanno perso, nel tempo, la loro forza espressiva diventando quasi espressioni colorite del linguaggio senza aspetti scandalosi. Così sfigato, terrone, crumiro, buffone, rifatta, siliconata, sbirro, ostia, che palle, ballista. Del resto basta fare mente locale al termine “casino”, in altri anni utilizzato con fini detrattori nei confronti di un luogo o di una situazione e oggi entrato nel gergo comune come semplice sinonimo di disordine.<br /><br />
(Da La Nazione, 21/5/2009).<br /><br />
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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Handicappato, gay, mafioso<br /><br />
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Ecco le offese che fanno più male<br /><br />
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di Silvia Mastrantonio<br /><br />
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Handicappato, gay, mafioso. Cambiano i costumi e il linguaggio segue a ruota, insulti compresi. Così ai neologismi che costringono ad aggiormanenti continui i vocabolari, si aggiungono gli epiteti che si modificano ed evolvono. Per centinaia di italiani sono queste parole a rappresentare le ferite morali più profonde mentre, nel sentire comune, in cima alla “hit parade” degli epiteti più offensivi restano le bestemmie, in particolare quelle indirizzate alla Madonna, assai più sgradite di quelle a Dio. Risultato sorprendente se si considera che una buona fetta del campione in esame (un terzo) si dichiara ateo. A stilare la classifica delle “rudezze” è il Volgarometro, la prima ricerca sondaggio sul turpiloquio condotta su 2.615 persone. La ricerca non ha valore statistico, ma “fotografa la percezione attuale delle parolacce” spiega il curatore, Vito Tartamella, già autore del primo saggio di psicolinguistica sull’argomento. La ricerca è stata condotta attraverso il sito del periodico scientifico “Focus”.<br /><br />
Scopriamo in questo modo che le maledizioni tengono saldamente il comando delle offese più sgradite ma con variazioni adattate ai tempi: “Ti venisse un cancro” fa ancora molta paura, mentre il classico “vaffa” è precipitato in coda alle classifiche. Gli insulti ritenuti meno pesanti sono, nell’ordine, quelli classici come pezzente, barbone, proletario; quelli etnici come negro o terrone; quelli religiosi del tipo bigotto o talebano. Incide meno, quindi, nel turpiloquio, la differenza di classe, di razza o di religione. Sul fronte politico, invece, fa ancora male fascista, nazista o terrorista, molto meno comunista. Tramonta anche il mito del classico “cornuto” che non fa più torcere le budella del maschio italico, assai più sensibile all’appellativo di impotente.<br /><br />
Alla fine delle valutazioni il curatore ritiene che questo studio offra, con chiarezza, alcune tendenze italiche degli anni 2000. Le offese più gravi riguardano la violazione delle leggi: mafioso, ladro, infame; gli eccessi sessuali per le donne e l’omosessualità per gli uomini; il difficile rapporto con malattie, morte, bruttezza, disabilità: a raccogliere più voti nella classifica del disgusto ci sono gli auspici di malattia o morte e gli insulti fisici. Questi ultimi, spiega Tartamella, sono giudicati più importanti rispetto ai dubbi sull’intelligenza o sulla cultura della persona (stupido o ignorante).<br /><br />
Un’altra nota che testimonia il mutamento dei costumi è quella che concerne il vecchio eloquio, giudicato sorpassato e quindi inefficace. Gli epiteti dei nostri nonni e dei nostri padri sono in coda alla classifica di quelli percepiti come maggiormente offensivi. Questo significa che le parole hanno perso, nel tempo, la loro forza espressiva diventando quasi espressioni colorite del linguaggio senza aspetti scandalosi. Così sfigato, terrone, crumiro, buffone, rifatta, siliconata, sbirro, ostia, che palle, ballista. Del resto basta fare mente locale al termine “casino”, in altri anni utilizzato con fini detrattori nei confronti di un luogo o di una situazione e oggi entrato nel gergo comune come semplice sinonimo di disordine.<br /><br />
(Da La Nazione, 21/5/2009).<br /><br />
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