Vitalità espressiva: neologismi e ‘global English’.

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UN CONVEGNO AI LINCEI
Per i cento anni del “Dizionario moderno”
di Alfredo Panzini un gruppo di studiosi
discute su un fenomeno tipico di una lingua
Quante parole nascono
e quante invece muoiono
ENZO GOLINO



Gli ammiratori delle invenzioni verbali in lingua e in dialetto di Andrea Camilleri saranno felici di aver letto in una intervista allo scrittore (l'Unità, 3 maggio) il termine «paesanottismo», usato in senso ancor più spregiativo del peggiore significato di «provincialismo» e «paesanismo». Non se ne trova riscontro in quattro autorevoli dizionari (Battaglia, Zingarelli, De Mauro, Sabatini-Coletti). Durerà nel tempo o finirà in un «ospizio di parole perdute» il neologismo camilleriano (se è suo)? E dove sarà alloggiato Riciclandia,nome di un comune virtuale (Italia Nostra, n. 409, aprile) idealmente destinato a riciclare i rifiuti senza danni per l'ambiente? Ultimi arrivi bussano alla porta: il recentissimo «peterpaneggia» è il comportamento attribuito alla teledivetta Flavia Vento. «Cosino civici» l'ha coniato Fatema Mernissi, sociologa marocchina, nel libro Karawan: dal deserto al web (Giunti, pagg. 254, euro 12): sono i cittadini del mondo animati dalla voglia di dialogare fra loro e da un comune spirito di solidarietà, in contrapposizione ai «cosmocrati», così battezzati da due giornalisti inglesi dell'Economist per designare la classe di ricchi che comanda su scala mondiale. Proprio un rappresentante dello sciovinismo linguistico per eccellenza, il francese Jean-Paul Nerrière, ha scritto un dizionario, di prossima pubblicazione in Italia, in cui raccoglie 1.500 parole all'insegna del globish, «contrazione di global english». Una lingua che servirà a rendere meno insicuro nell'era della globalizzazione chi non padroneggia perfettamente l'inglese come lingua di lavoro e di commercio.
Globish, insomma, farà parlare di sé… Condannato invece a una esistenza breve ed elitaria – si capisce subito –il bellissimo ed espressivo «rifofare» in cui un personaggio di Fabrizia Ramondino, nel recentissimo Arcangelo (Einaudi, pagg. 174, euro 16,50), spiega il bisogno di «rifondare il mondo,rifare tutto» (cioè «rifofare»).
La corsa ai neologismi sta diventando un'attitudine sempre più impegnativa praticata dai linguisti che si dedicano all'impresa. Congiurano all'intensificarsi del fenomeno (produzione e ricerca di neologismi) la prevalenza del linguaggio parlato riflesso in scritture d'ogni tipo, dal giornalismo alla letteratura; la polemica tra gli schieramenti politici dove lo scontro avviene spesso a colpi di espressioni verbali coniate all'istante; la certezza che il meccanismo di formazione occasionale delle parole può trasmettere un pensiero o una immagine con maggiore vivacità; il forte impatto del gergo tecnologico relativo al massiccio acquisto di cellulari, computer, strumenti di riproduzione hi fi e altro, e alla frequentazione della Rete.
Tutto questo movimento induce i lessicografi e gli editori ad aggiornare i dizionari, accettando – anche i più tradizionali – parole nuove di prevedibile carattere effimero ma favorite dal rapido veicolo mediatico e dal Signor Uso di manzoniana memoria. Il mercato dei lettori sembra gradire: della sola lingua italiana sono in circolazione 253 dizionari, un segmento commerciale che nel 2004, secondo l'esperto Giuliano Vigini, direttore dell'Editrice Bibliografica, ha prodotto un fatturato di circa 70 milioni di euro. Senza contare i dialettali, i bilingui, quelli di lingue straniere. Insomma, un'autentica dizionarite…
E’ un azzardo, allora, attribuire all'incremento dei neologismi una piccola parte del successo? L'invenzione di una parola nuova e la scoperta della prima attestazione sono una sorta di fiore all'occhiello, un pedigree creativo. Il titolo davvero non accademico scelto per il convegno all'Accademia dei Lincei – «Che fine fanno i neologismi?» – è un solerte avviso agli eccessi di fiducia nella lunga durata.
Naturalmente, un neologismo può scatenare amori o ripulse, adozioni o rifiuti, nulla lo vieta: tanto la lingua, lo sappiamo, fa quello che vuole, si depura da sé liberandosi via via della zavorra. Chi l'ha più visto, ad esempio, il divertente ma troppo gergale «tabaccarsela», nel senso di «svignarsela», incluso da Alfredo Panzini nella settima e ottava edizione del suo oggi centenario Dizionario moderno?
L'altalena di immissioni e dismissioni rivela il colore di un'epoca, i mutamenti sociali, la vitalità espressiva o la grigia omologazione dei parlanti. E se poi la scelta dei lemmi riflette in modo vistoso la personalità di un autore unico, nel caso di Panzini (a cui Luca Serianni, storico della lingua all'Università La Sapienza di Roma, dedica la sua relazione) si delinea la figura «di un borghese conservatore, vicino al Fascismo, esponente di spicco dell'intellighenzia di regime».
Anche se talvolta si discosta perfino argutamente dall'ideologia dominante, quel dizionario non poteva non rispecchiare la realtà politico-culturale del tempo: tanto più che alcune voci erano state suggerite da Mussolini (fra le altre si ricordano «ambulantato, capitalismo di Stato, coperchiare») e «contrassegnate in calce da una M» per indicarne l'augusta provenienza ducesca.
Serianni mette a nudo, del Dizionario moderno, il purismo senza pedanterie, il fastidio per la lingua delle classi elevate e per le iperboli tipicamente francesi, la condanna di parole che all'amabile autore non piacciono (sinistrato, terremotato, derattizzare, convalescenziario, catartico), l'ideologia filofascista dell'opera intera. S'incontrano in fatti cerimoniosi inchini al regime. «Basso, nel Napoletano sono così chiamate le misere stanze d'abitazione a piano terreno. Antigieniche, perciò abolite dal regime fascista». In obbedienza al giovanilismo, precetto canonico del mussolinismo, la voce Anzianità merita il trattamento ironico adeguato a un reperto antidiluviano: «Titolo quasi indispensabile per gli uffici del passato secolo per conseguire avanzamenti di carriera. Ora, il contrario». Sempre in ambito anagrafico, Nonna e Nonno «sono parole che richiamano vecchiezza, perciò poco ricercate nel giovane 900».
Ironizza il Panzini anche sui termini di lingue straniere, notoriamente invise all'autarchico nazionalismo fascista: ma l'angloamericano, rispetto al francese, non gli sembra minacciosamente invasivo. «Cocktail, intruglio di vari liquori in molteplici preparazioni, La migliore, farne senza»; «Girl, la fanciulla o ragazza americana, bella, sana, forte, allegra, indipendente. È un tipo! Però non sa far la calza né cucina».
Già, all'epoca vige il modello tutto casalingo della massaia italica… Recensendo il Dizionario nell'edizione 1925 Benedetto Croce deplorava nell'autore l'intenzione di «piacevoleggiare e cercar di provocare il riso nel volgo dei lettori, dicendo le scioccherie che a costoro sembrano argute e intelligenti». Tuttavia ha ragione Serianni ad auspicare una edizione on Une del Dizionario moderno, non più ristampato da anni, registrandone anche le successive aggiunte e cancellazioni. In fin dei conti Google segnala 10.600 volte il nome dell'autore quasi dimenticato – anche nelle sue prove migliori – dalla nostra editoria.
Ma nel Novecento, afferma Vittorio Coletti, storico della lingua all'Università di Genova, l'attività della lingua fra tante novità acquisite registra «cospicue passività, parole perdute, occasioni mancate, decessi sul nascere, false partenze». Nel campo letterario, mai sono assurte all'uso quotidiano, né forse lo pretendevano, «scudisciandoli» (Marinetti), «esteticume» (Boine), «nullivendoli» (Papini), «inartista» (S avinio), «bisturizzare» (G a d d a) , «gioierie» (Zanzotto), «chiacchieraceo» (Brignetti), «sorbiculoso» (Sanguineti), «ieneria» (Arbasino), «imbigodinare» (Busi), e cito solo pochi esempi.
Anche nel gergo politico più meno recente si sono allontanati termini come «rumoriano», «piccoliano», «asinista» (ricordate l'asinello di sinistra?), «elefantista» (ricordate l'elefante di destra?), «arcobalenista» (la costellazione di radicali, demoproletari, verdi), «cafista» (aderente al CAF delirio Craxi-Forlani-Andreotti), «katanghizzazione». Un vero fallimento espressivo, malgrado il successo politico – sindacale, hanno avuto i Cobas: derivati del tipo «cobasismo» e «cobasista» non hanno avuto la forza sufficiente per affermarsi.
E in genere, tranne eccezioni, la destra politica – sostiene Coletti – è stata linguisticamente più inventiva della sinstra: anche a causa di uno stile verbale irriverente e aggressivo che distingue i loro giornali. Ma certe parole-beffa, da qualunque schieramento patrocinate, languono inerti: «rompiscatolismo, troppismo, prestanomismo, occorrismo» e via ismeggiando in una «attività verbipara» (dice Coletti, con ironico neologismo) minata dall'insuccesso.
Nell'uso quotidiano hanno poi fallito tentativi di innovazione come «autobruco» (ruspa), «gerontoiatra» (geriatra), «legiferatore» (legislatore). Sono cadute in disuso «faxista», «penultimatum», sempre più meccanici e stucchevoli «il popolo della notte», «la madre di tutte le battaglie», «ammazzarumori», «acchiappavoti», «salvaladri» e altri composti del medesimo tenore. Curioso l'episodio che riguarda «rapallizzazione», cioè la devastazione paesaggistica di Rapallo: il sindaco protestò con i giornali che la scrissero, Coletti e Francesco Sabatini la inclusero nella prima edizione del loro dizionario cancellandola poi dalle successive.
Soltanto un sondaggio tra gli animalisti più ecologici potrebbe stabilire se «caninet», il gabinetto portatile per i cani, vive in qualche recesso della comunicazione quotidiana. Bruno Migliorie, un pioniere della cosiddetta «filologia viva», l'avrebbe definito un «neologismo capriccioso»,come tutti quelli che ricadono presto nell'ombra.


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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli
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