Vita da traduttori

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Il giallo dei discorsi

«Traduzioni sbagliate»

Non sono bastati due interpreti per il dialetto del raìs

di Fabrizio Caccia

Tradurre Gheddafi è stata un’impresa. Non sono bastati due interpreti, uno libico e l’altro egiziano. All’Università La Sapienza, giovedì pomeriggio, è dovuto scendere in campo pure l’ambasciatore in persona, Abdulhafed Gaddur, chiamato in soccorso dal Colonnello che voleva parlare nel suo dialetto per farsi capire bene. Risultato? «La traduzione dei suoi discorsi a volte non m’ è sembrata corretta – racconta Mohamed Yossef Ismail, reporter di Canale Nilo, l’unico giornalista arabo presente a tutti gli incontri romani del raìs -. In Campidoglio, per esempio, lui non ha mai detto che i partiti sono “un aborto” della democrazia. Quella parola, “aborto”, lui non l’ ha mai pronunciata, ne sono certo. Il suo tono non mi sembrava affatto così polemico…». Provare a riascoltare il nastro, però, non è semplice. Alla “Di and Di Lighting”, il service televisivo che ha curato in esclusiva le riprese della visita ufficiale, la risposta è laconica: «Ci dispiace, tutti i video sono stati consegnati subito all’ambasciata, non ne abbiamo conservato neppure una copia, l’accordo era questo». Una vita difficile, quella dell’interprete. I due traduttori alla fine di questo tour de force romano sono letteralmente sfiniti: «Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità i mestieri più stressanti del mondo sono l’astronauta, il pilota di caccia e il nostro» scherza Reda Hammad, 44 anni, l’interprete egiziano che ha tradotto i discorsi di Gheddafi al Senato e a Villa Madama. Tre giorni d’inferno: «L’altro giorno a La Sapienza – racconta – il mio collega libico aveva parlato già per mezz’ora, così il Colonnello ha deciso di farlo riposare e sono subentrato io, ma poi appena ha sentito il mio accento egiziano, non so perché, ha chiesto subito all’ambasciatore Gaddur di prendere il mio posto. Non mi sono offeso, ci mancherebbe. Così sono rimasto accanto all’ambasciatore a suggerirgli qualche parola, di tanto in tanto. Anche all’Auditorium (ieri, ndr) ho sudato le sette camicie: col ministro Carfagna, le 700 donne e Gheddafi. Però è andata bene, mi pare». «L’arabo è una lingua ricca di sfumature – dottoreggia Salameh Ashour, professore di cultura islamica a Roma -. Se poi parla Gheddafi allora non basta conoscere solo il vocabolario, occorre una grande cultura politica per rendere bene il senso di ciò che dice. Gheddafi non pensa che l’America è come Bin Laden, non l’ ha mai detto. Lui ha detto che bombardare la sua casa nell’86, questo sì, fu un atto di terrorismo da parte del governo americano di allora. È cosa ben diversa». Una questione di sfumature, dunque. «Sicuro. Il mio collega libico – garantisce per lui Reda Hammad, che lavora per il governo italiano – non ha affatto sbagliato la traduzione. Lui traduce il libico parola per parola, io invece tendo più ad italianizzare, ma vi assicuro che né io né lui abbiamo fatto in questi tre giorni errori gravi». «Purtroppo capita, sapete? La topica è dietro l’angolo – conclude l’ interprete egiziano -. Una volta un collega giapponese per tradurre a un rappresentante del suo governo l’espressione scherzosa usata da un ministro italiano, non chiedetemi chi, “lo spirito è forte ma la carne è debole”, disse così: “Whisky is strong but the steak is weak”, il whisky è forte ma la bistecca è debole… Il ministro giapponese rimase piuttosto perplesso. Perciò, ecco, mi sento di dire che noi due, il libico e l’egiziano, errori di questo tipo non ne abbiamo commessi. Anzi, alla fine, la delegazione del Colonnello era piuttosto soddisfatta. Non ho letto smentite sui giornali».

(Dal Corriere della Sera, 13/6/2009).

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