Vietato laurearsi studiando in italiano al PoliMi: l’opinione di Feltri

Posted on 24 marzo 2013 in Politica e lingue 19 vedi

L’audio della intervista è in fondo alla seguente trascrizione.

Giorgio Pagano: Stiamo raccogliendo il parere, e il suo ci pare di prestigio, relativamente a quello che sta accadendo in una città come Milano dove, peraltro, proprio l’uomo politecnico per eccellenza, Leonardo Da Vinci, ha avuto modo di lavorare per molti anni e dove, al Politecnico, viene vietato di studiare in italiano.
Tra l’altro colgo l’occasione anche per aggiungere tutta una serie di questioni che sembrano di poco conto, cioè, al di là, mentre per qualsiasi progetto di solito si fa ad esempio un’indagine di impatto ambientale, in questo caso non si è fatto nulla, cioè non si capisce che questo significa ovviamente una perdita editoriale, nel senso che tutte magari le case editrici che producevano i libri… Noi abbiamo fatto peraltro un conteggio da questo punto di vista anche se vogliamo minimo, sostanzialmente la perdita per l’editoria italiana solo solo per il Politecnico di Milano è intorno ai 6 milioni e 500 mila euro per il biennio delle magistrali. Non solo, poi c’è anche il dato che ovviamente si impedisce un diritto: non si può impedire il diritto a divenire architetto, disegnatore o ingegnere in Italia in italiano, no? E quindi anche un diritto. L’altra problematica: abbiamo anche preso un po’ di numeri, ad esempio ipotizzando quello che è il parallelo di una enclave britannica in Spagna, e quindi Gibilterra, bhè Gibilterra ha 27 mila abitanti, il Politecnico di Milano ha 40 mila studenti con un ciclo quinquennale. Questo significa, quindi, utilizzo anche in lingua inglese di territorio italiano. Quali conseguenze ha allora tutto questo? Cioè mi pare che siano inimmaginabili, oltretutto non puntando invece su eccellenze come quelle dell’arte, dell’architettura, quindi il disegno industriale per dire dell’architettura, sono eccellenze italiane, e quindi è una follia. Non solo, tra l’altro oggi sicuramente avrà visto c’è anche l’allineamento di Ca’ Foscari, per cui se non c’è una certificazione B2 di inglese non si entra nemmeno all’Università. Questo evidentemente significa anche lì un problema non poco serio, in quanto si lede la libertà anche di apprendimento di un’altra lingua straniera. Ecco, come vede lei questa scelta?

Vittorio Feltri: Mi pare che questa sia la conferma che il nostro Paese si marginalizza da solo, già conta poco dopo le note vicende europee. Se poi anche volontariamente ci priviamo del primato della nostra lingua, lo facciamo spontaneamente, beh, si tratta di manovre suicide che non possono essere accettate, non possono essere accolte con favore, anzi, merita in questo caso una protesta che vada al di là dei soliti comunicati, appelli, etc., bisognerebbe anche muoversi a livello di legislatore…
È che in questo momento non abbiamo nemmeno un parlamento in grado di legiferare perché sta vivendo una parentesi drammatica, come tutti sappiamo. Certo è che si rimane stupefatti di fronte a certe scelte che, come già pare di capire, possono essere contagiose e credo che saranno imitate. Io penso che lo studio della lingua inglese sia indubbiamente importante, ma deve essere una scelta personale, soprattutto deve essere una scelta personale quella di continuare a considerare la nostra lingua che, in alcuni campi è indubbiamente importante, di considerarla al primo posto rispetto a tutte le altre, considerarla importante rispetto a tutte le altre.
È vero, rischiamo di essere sempre più provinciali e marginali, ma è a questo punto devo dire che si tratta di una vocazione che mi sembra folle e da respingere assolutamente con forza.

GP: Ma in questo caso, poi, tra l’altro, c’è un dato occupazionale non di poco conto, perché, ad esempio, sia di produzione, da un punto di vista intellettuale: sto parlando, in questo caso, ovviamente, dell’editoria in lingua italiana, che trasmette sapere in lingua italiana a, ovviamente, ai 40 mila studenti del Politecnico di Milano. Quindi, la … la… totalmente il taglio della produzione in lingua italiana, perché è ovvio, che cosa produco in lingua italiana nel momento in cui, ovviamente, non ho gli studenti che li comprano e non servono? Primo. Quindi, già produzione intellettuale. Secondo, produzione materiale nel senso che non producendo le case editrici italiane libri in lingua italiana, è ovvio che si va a favorire case editrici e logicamente autori stranieri. Quindi, il fronte tutto sommato dell’emarginazione, come giustamente lei diceva, si amplifica sempre di più in termini in termini anche di occupazione.

VF: Sì, questo poi è un dato importantissimo che non va trascurato. Credo che ci sia una ricaduta negativa a cascata su vari settori della vita italiana, compresa l’editoria, come giustamente lei sottolineava. Ma penso che anche sotto il profilo della nostra reputazione nel campo dell’architettura per esempio, ci possano essere dei contraccolpi che non riesco neanche a capire perché non siano stati valutati, perché..”

GP:  Anche perché un architetto italiano, oggi come oggi, è rappresentativo dei Brunelleschi, dei Borromini, dei Michelangelo e così via… uscire fuori e dire sono architetto inglese  fatto in Italia… Boh… Si rimane sconcertati.

VF: Ma poi… Non ha senso… E forse riflette anche un complesso di inferiorità che a questo punto devo dire che non è più neanche un complesso, ma un’autentica inferiorità che ci imponiamo, mentre noi certi in settori abbiamo mantenuto una reputazione molto alta dovuta alla nostra tradizione, rinunciarvi spontaneamente, mi sembra… Non posso definirla diversamente che una follia.

GP: No, senza contare, tra l’altro, che alcuni rami dell’architettura tipo il restauro,  tipicamente sono italiani e solamente in lingua italiana, perché ovviamente negli Stati Uniti piuttosto in Gran Bretagna, cioè di cose da restaurare non ci siano stati troppi problemi, diciamo da questo punto di vista .. Quindi, tra l’altro stiamo facendo anche un favore doppio, nel senso che mettiamo nelle condizioni, anche il mondo anglo-americano di aggredire il mercato italiano, quello che c’è rimasto, perché ovviamente lo stiamo disintegrando letteralmente, sia da un punto di vista intellettuale, che materiale, come ricordavo solo relativamente al dato dell’editoria, no?

VF: Sì, io penso che questa faccenda non debba finire qui. Ci saranno, mi auguro, degli sviluppi, ci sarà un seguito, mi voglio augurare che qualcuno si oppone, e che proponga questa storia in modo tale che si possa correre ai ripari prima che diventi una catastrofe. Non vorrei esagerare con i termini, ma mi si accappona la pelle a pensare che possano succedere cose di questo tipo. Per esempio, il livello di restauro, la centralità italiana anche per l’insegnamento di quest’arte, dovrebbe rimanere. E quindi se ci sono studenti coreani, che so io, cinesi o americani, che vogliono imparare l’arte del restauro, è chiaro che devono venire qui e noi perché dobbiamo rinunciare ad una lingua, a comunicare e ad una cultura che è nostra, che è nata qui ed è nata con l’italiano, è nata in Italia e tale deve rimanere, insomma.

GP: Senta, un’ultima domanda relativamente proprio al dato, come dire, di preoccupazione anche più generale, nel senso che proprio ad ottobre, esattamente il 7 ottobre, il Rettore del Politecnico di Milano parlò di un asse delle Università del Nord, quello che poi, in realtà, sostanzialmente Maroni ha continuato a parlare come.. a livello regionale in ambito universitario. Allora, la domanda che le voglio fare, dato che sta saltando quindi l’alta formazione in lingua italiana, non è possibile che si realizzi – glielo dico perché una cosa sottolineata da un sito che si chiama “l’inchiesta” che lei sicuramente conosce perché ha avuto anche degli avvicendamenti, anche come direttore anche ultimamente, vale a dire una secessione del nord Italia per via linguistica, cioè nel senso che se salta tutta l’alta formazione in lingua italiana, ovviamente, la formazione anche per quanto riguarda i licei e le classi inferiori mano a mano salterà.. allora, da questo punto di vista  non c’è da considerare anche questo rischio?

VF: Indubbiamente è un pericolo, tra l’altro è un pericolo che io vedo anche camminando per strada perché quello che sta accadendo è frutto di una mentalità che va consolidandosi. Persino i negozi non hanno più nomi italiani, i bar, i ristoranti. Io passeggio qualche volta in centro a Milano, perché per andare a casa e per tornare in ufficio, sempre faccio 4 passi a piedi e vedo cose di questo tipo che secondo me rivelano un desiderio che non è neanche tanto inconscio di adottare, magari anche storpiandola, la lingua inglese a tutti i costi che quando non c’è necessità.. E chiaro che se usi il computer devi anche avere dimestichezza con l’inglese, ma qui addirittura si sta imbastardendo il linguaggio dei ragazzi che poi probabilmente al Nord è più accentuato questo fenomeno che non al Sud. Pertanto, il rischio a cui accennava lei è più di un’impressione, è più di un timore… È già nella realtà.. bisognerebbe correre ai ripari.

GP: Senta, un’ultima riflessione su quello che le avevo un po’ anticipato in esordio, vale a dire la questione anche logistica, in senso proprio di luogo. Le facevo il raffronto tra Gibilterra che ha 27.000 abitanti e 6.5 km quadrati e le superfici in metri quadri occupati dal Politecnico, che poi, tra l’altro, ricordiamo, ha poi anche tutta una serie di sedi distaccate. Penso a Cuneo, non solo a Cuneo. Quindi, da questo punto di vista, non diventa anche un problema di occupazione di suolo italiano?

VF: Mah, io penso che ci sia anche questo aspetto da considerare. Tra l’altro tutto ciò contrasta con la nostra cultura. Noi siamo abituati anche a rispettare le minoranze linguistiche, basta fare un salto in Tirolo, in Alto Adige e c’è questa preoccupazione di lasciare a chi ha una specificità linguistica in maniera che non venga contaminata e dopo di che, invece, assurdamente arriviamo a fare queste operazioni che non hanno nessun significato che non sia negativo.

 




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