Viaggio di Di Maio a Washington.

Posted on 15 novembre 2017 in Europa e oltre 10 vedi

Di Maio e gli incontri negli Usa: è lei l’avversario di Berlusconi?

L’interesse sul voto siciliano. Il leader 5 Stelle: eliminati i pregiudizi su di noi
Il viaggio

Luigi Di Maio è venuto a Washington «per cancellare i pregiudizi, le demonizzazioni del Movimento 5 Stelle». I consiglieri della Casa Bianca sono al seguito di Donald Trump in Asia. L`ospite italiano, con l`appoggio dell`ambasciatore Armando Varricchio, ha organizzato l`incontro più importante con Conrad Tribble, vice assistente del Segretario di Stato con delega su Europa ed Eurasia. Dal Dipartimento di Stato fanno sapere di aver discusso «le attuali dinamiche politiche in Italia e in
Europa». A un certo punto, riferisce lo stesso Di Maio, il diplomatico americano, funzionario di carriera, gli ha chiesto «di commentare i risultati delle elezioni regionali in Sicilia». Gli americani vogliono sapere se l’Italia sarà di nuovo guidata da una coalizione di centrodestra ispirata da Silvio Berlusconi e chi sono i suoi veri concorrenti. Di Maio ha detto a Tribble che «in Sicilia i Cinque Stelle sono stati penalizzati dalle particolarità della legge elettorale regionale», ma che «tra tre mesi e mezzo, a livello nazionale, il Movimento è nelle condizioni di vincere e andare al governo». Il candidato premier ha poi spiegato le posizioni sui temi più sensibili dal punto di vista americano. «L’Italia confermerà l’alleanza con gli Stati Uniti, mai stata in discussione, peraltro. Il nostro Paese, però, sarà interlocutore anche di altri Stati, come la Russia con cui c`è un dialogo consolidato». Ci sono alcune differenze rilevanti con Washington. Sulle sanzioni
economiche che pesano su Mosca, per esempio: «Sono uno strumento, come dicono gli stessi americani, ma dobbiamo capire se sta funzionando, perché nel frattempo sta creando delle distorsioni interne», penalizzando oltre misura le imprese italiane. L’altro caposaldo è la difesa. Di Maio non contesta la presenza delle basi americane in Italia, né tantomeno l’appartenenza alla Nato. «Il tema sono i 14 miliardi di euro in più di spese militari necessari per raggiungere l’obiettivo del 2% di pil. Su questo abbiamo chiarito che c`è l’esigenza di discutere». Posizioni diverse anche sull’Afghanistan, «per noi è una missione da chiudere, lo abbiamo scritto anche nel programma. Ciò non significa essere contrari per principio alle missioni di pace». Tribble ha registrato la visione dei Cinque Stelle. Per gli americani il formato dell’incontro non poteva che essere esplorativo. Molte domande sulla stabilità del «sistema Italia». Resterete nella Ue? Risposta di Di Maio: «Sì, ma metteremo in discussione alcuni Trattati e la soglia del deficit al 3%». Il sistema bancario italiano è solido? «Siamo per la separazione tra l’attività bancaria tradizionale e l’investment banking. Ho tenuto a chiarire che abbiamo perso una grande occasione con i crediti non performanti: potevamo gestirli con nostre banche e non metterli sul mercato a un prezzo così basso». Nel pomeriggio Di Maio si è spostato al Congresso. Ha visto il capogruppo dei repubblicani alla Camera, Steve Scalise e il suo compagno di partito Francis Rooney, ex ambasciatore Usa nella Città del Vaticano. In programma anche il contatto con due democratici: Eliot Engel e Albio Sires, della Commissione esteri della Camera. Ai parlamentari Di Maio ha chiesto spiegazioni, tra l’altro, sulla riforma delle tasse: «Servirebbe un taglio secco di imposte anche in Italia, in particolare sulle imprese, da finanziare con la riduzione della spesa pubblica e, se occorre, aumentando il deficit».

Giuseppe Sarcina|Corriere della Sera|15.11.2017

Di Maio promette stabilità agli Usa: senza maggioranza pronti a intese

Ma il candidato premier gela Washington su truppe a Kabul e fondi alla Nato

A un certo punto Conrad Tribble guarda Luigi Di Maio e chiede: «Ma se non fate alleanze come pensate di governare?». Sono le dieci del mattino, a Washington, il candidato premier del M5S è al Dipartimento di Stato dove da quasi un`ora sta parlando con il vice assistente segretario di Stato per l’Europa occidentale. Tribble è incuriosito, ma preparatissimo, ha seguito le elezioni in Sicilia e studiato la nuova legge elettorale: formula questa domanda al leader che potrebbe arrivare primo e vedere contemporaneamente sterilizzata qualsiasi possibilità di andare a Palazzo Chigi. È una domanda sulla stabilità di un Paese alleato da parte di un partner preoccupato dai possibili scenari. La risposta di Di Maio, inedita, è di quelle che potrebbero cambiare questi scenari: «Se non avremo la maggioranza assoluta ci assumeremo la responsabilità di non lasciare il Paese nel caos».
Di Maio all’interprete fa tradurre la parola «convergenze». Non si sbilancia ma fa intendere che intese in Parlamento, magari su un programma di pochi punti, sono possibili. E il passaggio che giustifica il viaggio, il messaggio di rassicurazione che Di Maio doveva consegnare agli americani. Tribble sorride soddisfatto perché per un’ora invece ha sentito poco di quello che gli Stati Uniti dell`era Donald Trump avrebbero voluto sentire in politica estera. Il ritiro delle truppe dell`Afghanistan, il no alle sanzioni a Mosca, i contributi in più alla Nato ma non sulle armi, e la legge, sul modello Obama, che divide le banche di investimento da quelle commerciali: sono nodi sui quali restano le distanze. Meno radicale sull’Ue e sull`euro («Vogliamo rimanere ma chiediamo di rivedere i trattati»), Di Maio, che poco dopo in congresso incontrerà Steve Scalise, capogruppo dei repubblicani alla Camera, elogia la politica fiscale di Trump: «Vogliamo riprodurla in Italia per abbattere le tasse alle imprese». Il deputato esce comunque contento per aver avuto l`occasione «di cambiare la percezione che hanno di noi» e aver chiarito che la differenza nei rapporti che il M5S vuole mantenere sia con gli Stati Uniti sia con la Russia sta in due parole: «L’America è nostro alleato, la Russia è un importante interlocutore». Di Maio risponde su ognuna delle contraddizioni del M5S evidenziate da Tribble e spiega che ora che c`è un capo politico e candidato premier le cose nel variopinto mondo grillino cambieranno. Ma siccome è anche consapevole che non tutti tra i colleghi digeriranno la sua svolta pro Usa, Di Maio deve cercare un difficile equilibrio tra l`esigenza di una interlocuzione con gli americani e la necessità di non alienarsi la pancia più ribelle del M5S. La prima precisazione è sulla Nato: «Non vogliamo uscire».  A settembre aveva detto no all’innalzamento al 2% del Pil come contributo italiano all’Alleanza Atlantica (come chiede Trump, ndr). Ora sembra aver cambiato idea: «Non diciamo no ma abbiamo perplessità che si utilizzino 14 miliardi in più solo in armamenti. Spendiamoli in intelligence e tecnologie». Sull’Afghanistan, dove Trump ha aumentato le truppe, Di Maio tira dritto: «Se andremo al governo ritireremo il contingente». Ogni frase però è puntellata da un “ma” più tranquillizzante: «Ma confermiamo la nostra partecipazione alle missioni di pace». Stesso discorso sulle sanzioni alla Russia, sacrosante per gli Usa: «Noi siamo per toglierle. Loro sostengono che sono uno strumento. Dobbiamo capire se sta funzionando». Detto questo, «rifiutiamo qualsiasi tipo di aiuto da parte di Stati esteri che vogliono condizionare le elezioni. Il M5S non ha intenzione di stabilire relazioni con altri Stati per trarne vantaggi». L’urgenza di chiarire ancora sui rapporti con Mosca è forte e questa sintesi sembra definitiva.

Ilario Lombardo| La Stampa|15.11.217

Non siamo mai stati filorussi”. Parla Manlio Di Stefano

L’esperto” di geopolitica pentastellato: “Mai fuori dalla NATO. Gli USA restano il nostro partner principale”.

“E chi lo dice che siamo mai stati filorussi?”. Manlio Di Stefano è categorico. Al punto che uno pensa: ohibò!, forse davvero ci siamo distratti tutti, in questi anni. Eppure i viaggi a Mosca, gli incontri con gli uomini di fiducia di Vladimir Putin sono avvenuti; e pure i commenti, e pure i post di portavoce pentastellati a sostegno del Cremlino, pure quelli ci sono stati. “Ma noi siamo sempre stati chiari”, replica il capogruppo di M5s nella commissione Esteri della Camera. “Abbiamo sempre detto: né filorussi né filoamericani. Semplicemente filoitaliani”. E dunque non c`è nulla di strano, nel viaggio di Luigi Di Maio negli Stati Uniti, nella sua ansia di vedersi accreditato come leader affidabile, come alleato fedele di Washington. “Assolutamente no”. Sarà. Eppure Di Stefano, come anche Alessandro Di Battista, quando si è trattato di partecipare a missioni diplomatiche, hanno sempre preferito volare a est: a Mosca hanno incontrato i collaboratori di Putin, a Mosca, nell’estate del 2016, Di Stefano in persona è intervenuto al congresso del partito del presidente, Russia Unita. “Quei viaggi – spiega ora – erano finalizzati solo a discutere delle scellerate sanzioni contro Mosca. Scellerate, sì, perché danneggiano la nostra economia”. E in questo senso, “la missione di Luigi ha lo stesso scopo: favorire il nostro paese uscendo dalle logiche ottuse che abbiamo ereditato dal passato”. Che poi sarebbero, sostanzialmente, “quelle che hanno portato politici di ogni schiera- mento a confondere l’alleanza con la sudditanza”. Come a dire che siamo schiavi degli americani? “No. Io non parlo in polemica con gli Usa, che sono un partner inevitabilmente esigente: io parlo in polemica coi partiti italiani che per decenni si sono mostrati proni a qualsiasi richiesta arrivasse da oltreoceano”. Il Movimento invece no, si sa: il Movimento è contro le pressanti richieste di Washington. Giusto? “Attenzione: gli Stati Uniti sono il nostro primo partner, a livello economico e geopolitico”. E dunque? “Dunque è inutile vagheggiare soluzioni irrealizzabili”. Tipo l’uscita dalla Nato, ad esempio. “Ma quella non è mai stata in discussione, suvvia”, nicchia Di Stefano. E sì, riconosce anche lui che a volte qualche esponente pentastellato ha esagerato con dichiarazioni sopra le righe, ma precisa che “si trattava di esternazioni di singoli esponenti”. E così i comizi di Grillo contro le basi americane, le manifestazioni con stendardi a cinque stelle contro il Dal Molin e il Muos: anche quelli appartengono, dice Di Stefano, a un’epoca passata. “Un’epoca in cui eravamo troppo generici e sommari. Ed è stato un errore. Ora, dopo cinque anni in cui abbiamo potuto consultare documenti importanti, siamo passati da un approccio massimalista a uno più analitico”. In una parola: normalizzazione? “E` stato necessario istituzionalizzarci, capire che esistono cause di forza maggiore: talvolta si può, cioè, dover accettare compromessi al ribasso in nome di logiche superiori”. Ma “al di là di qualsiasi considerazione personale”, quello che conta, per Di Stefano, sono gli atti ufficiali. “E nelle nostre mozioni noi abbiamo proposto la `parlamentarizzazione della Nato`, perché sono la Camera e il Senato le sedi in cui discutere delle nostre strategie internazionali. Poi, certo: ci sono vicende delicate, dossier riservati che è giusto che rimangano tali. Ma per questo tipo di discussioni c’è il Copasir, che è comunque un organo parlamentare”. E dunque, se M5s andasse al governo, ci sarebbero atti clamorosi in Parlamento? “Non proporremmo certo alla camere di discutere la cacciata degli americani da Sigonella o l’uscita dell’Italia dalla Nato. Le cose sono più complesse, gli accordi hanno una loro scadenza che va rispettata. Non è pensabile che gli americani investano dieci miliardi su un progetto che riguarda il nostro paese e poi noi, dall`oggi al domani, gli sbattiamo le porte in faccia. Non possiamo dare l’impressione di essere un paese di burattini”. Insomma, i cinque stelle convertitisi al più fervente credo atlantista? “Il punto non è definirsi atlantisti o antiatlantisti. Il punto è che noi dobbiamo fare gli interessi degli italiani”. E per farlo, oggi? “Bisogna necessariamente restare nell’ottica di un mantenimento dell’alleanza atlantica”. E c`è chi la chiamerà abiura, chi pragmatismo. Chi, più banalmente, trasformismo. Ma, si sa, “i giornali sul Movimento dicono sempre quello che vogliono”.

Valerio Valentini| Il Foglio|1.11.2017

Recensire Manlio Di Stefano, responsabile esteri del M5s

Oggi facciamo l’analisi critica di un articoli lo scritto da Manlio Di Stefano, responsabile Esteri del Movimento 5 stelle. Di Stefano si cimenta con la crisi aperta dall’Arabia Saudita, “un regime che è stato ricoperto d’armi” dall’Italia sotto la guida di Renzi e Gentiloni. Nessuna menzione dell’accordo da tre miliardi di dollari per l’acquisto di armi appena firmato a ottobre con la Russia di Vladimir Putin oppure a quello da dieci miliardi di dollari fatto con l’America di Donald Trump a maggio, perché si sa, Putin e Trump sono “statisti forti”, come dice Beppe Grillo. In particolare, Di Stefano si occupa dell’operazione saudita che sabato 4 novembre “ha travolto oltre un migliaio di personaggi della cricchia di palazzo”. Abbiamo cercato “cricchia” sul vocabolario, non l’abbiamo trovata, c’è però una citazione nel dizionario di Nicolò Tommaseo (anno 1874), immaginiamo la perplessità di un traduttore che un giorno dovesse tradurre il responsabile Esteri grillino. Dev’essere una specie di cricca, ma più infida ancora. Subito dopo Di Stefano scrive: “Poco pubblicizzato è stato anche l’incidente in elicottero che ha ucciso esponenti importanti del clan Mohamed, in particolare il figlio dell’ex candidato al trono, Moukrine”. Quel principe Muqrin scritto alla francese, Moukrine (i francesi lo fanno per ragioni fonetiche, vedi per esempio Putin che diventa Poutine) ci ha messo la pulce nell’orecchio e abbiamo cercato su Google l’intera frase, che è infatti è stata presa di peso da un sito molto vicino ai Cinque stelle, l’Antidiplomatico e da un’intervista fatta da Alessandro Bianchi. Ma è molto probabile che Bianchi non protesterà per questo plagio, considerato che è pagato come consulente per l’Ufficio legislativo dei grillini alla Camera, stipendio compreso fra i 2.500 e i cinquemila euro netti al mese. E’ tutta un po’ una cricchia. Ma questo prelievo è nulla, per dire, rispetto a quando Di Stefano cita il primo ministro libanese dimissionario, Saad Hariri, che lui scrive così: Sa’d al- Din Harīrīī: – con la trascrizione fonetica presa direttamente da Wikipedia. Tutti i nomi arabi hanno ovviamente una trascrizione fonetica, ma non è il caso di usarli se non si è linguisti. Altrimenti al posto di “Washington” ci toccherebbe scrivere `Ṵošintên” . Wikipedia scrive così per aiutarci, non per farci fare la figura di quelli che hanno bisogno di guardare su Wikipedia mentre scrivono un vibrante pezzo di politica estera. Dopo i prestiti risorgimentali, francesi e fonologici , Di Stefano arriva al dunque: “Siamo di fronte a scenari che richiedono un’immediata presa di posizione dell’Italia”. Credevamo che la
posizione grillina, dal Venezuela alla Russia, fosse sempre “non interferire”, come loro hanno spesso spiegato. Ma davanti alla “ossessione saudita contro l’Iran”, l’Italia “non può stare a guardare”. “Oltre alle parole, però, servono azioni concrete”. Quali azioni concrete, Di Stefano non lo spiega, però ellappeppa se le ha cantate chiare anche questa volta. Sentite questo passaggio: “Servono azioni concrete, perché la crisi si avvia verso una fase molto delicata, con i sauditi che dopo aver finanziato, supportato e armato i terroristi che hanno devastato Iraq e Siria, si preparano a colpire anche l’Iran direttamente o indirettamente attraverso il Libano”. Ora, è noto che Riad ha appoggiato gruppi ribelli in Siria, ma il riferimento ai terroristi “che hanno devastato l’Iraq” può voler dire soltanto una cosa: Di Stefano accusa l’Arabia Saudita di avere finanziato, supportato e armato lo Stato islamico. Si tratta di una visione convenzionale e terra terra delle cose, detta anche “da bar”. In realtà il governo saudita non appoggia lo Stato islamico, come mille esperti potrebbero spiegare, anche perché lo Stato islamico vorrebbe decapitare tutti i regnanti sauditi che considera una cricca, pardon una cricchia, corrotta e infedele. Ma queste, nel mondo distefaniano, sono sfumature.

Il Foglio|15.11.2017

Il Movimento 5 Stelle

Pressing Usa sulle alleanze del M5S Di Maio: l’Italia non cadrà nel caos

“Anche senza maggioranza convergenze sui contenuti. Subito via dall’Afghanistan”

Nella piccola sala colazione del Normandy Hotel di Washington, davanti a un caffè americano e a un muffin ai mirtilli rossi che sembra preoccuparlo per l`esagerata quantità di calorie, Luigi Di Maio spiega le ragioni del suo viaggio: «Non vogliamo dare l`immagine di un`Italia isolazioriista, non vogliamo che gli americani ci credano quello che non siamo. Dobbiamo rafforzare i legami che abbiamo e crearne di nuovi, dobbiamo aumentare la nostra influenza nel Mediterraneo». Il vicepresidente della Camera prova a essere rassicurante: «Sulla Nato non diciamo no all’innalzamento al due per cento del PII come contributo degli alleati, ma vogliamo poter dire la nostra su come quei soldi vengono usati: preferiremmo lo fossero per investimenti in intelligence e tecnologia, più che per le armi». Sulla Russia: «Dev`essere chiara una cosa, gli Stati Uniti sono i nostri alleati, i russi interlocutori storici. Quando diciamo no alle sanzioni lo facciamo perché minano anche gli interessi del nostro Paese. E poi è importante che ci sia un nostro
“Se saremo il primo partito chiederemo il mandato a Mattarella, ma alle politiche non è come in Sicilia”
ruolo di mediazione, che la Russia non venga schiacciata verso il blocco asiatico. Nulla di più però. E di certo, nessun interesse ad avere aiuti dal punto di vista elettorale». Di lì a poco lo viene a prendere l`ambasciatore italiano Armando Varricchio, che lo ha ospitato a cena lunedì sera e non lo lascia un secondo. Lo scorta dentro il dipartimento di Stato, gli mostra come fosse una guida la scalinata del Campidoglio. L’incontro con il vice-assistente del segretario di Stato per i rapporti con l`Europa, Conrad Tribble, è un fuoco di fila di domande su tutte le contraddizioni dei 5 stelle: euro, Nato, banche, la Russia appunto. Ma soprattutto: le prossime elezioni. Vuole sapere della legge elettorale, il funzionario americano. Di Maio spiega: «Alle politiche non è come in Sicilia, dove il nostro 35% con un’unica lista è comunque moltissimo. In primavera, se saremo la prima forza come pensiamo di essere, chiederemo il mandato al presidente della Repubblica». «Ma come governerete, come arriverete ad avere la maggioranza?», è la domanda di Tribble: «Non lasceremo l`Italia nel caos – ribatte il candidato premier M5S – sappiamo di assumerci una grande responsabilità e troveremo convergenze sui temi in Parlamento». Esce convinto di aver fugato molte diffidenze, Di Maio, ma davanti alle domande dei cronisti è costretto a dire quello che gli alleati americani preferirebbero non ascoltare: «L’intervento dei nostri soldati in Afghanistan è insostenibile per la spesa pubblica italiana. Se andassimo al governo, ritireremmo le truppe». Una posizione netta che prova ad addolcire dando la riforma fiscale di Trump: «È molto interessante. Fanno un po` di deficit, investono nelle imprese, abbassano la tassazione e fanno ripartire l`economia». Le spiegazioni date a Tribble le dà anche a Steve Scalise, il “whip”, il capogruppo repubblicano – trumpiano – della Camera dei rappresentanti. Nella notte italiana ( il pomeriggio della costa est) lo attendono incontri con italiani a Washington che lavorano nel comparto biomedico e in quello finanziario. Esponenti della Banca mondiale e della Fed che potrebbero non accontentarsi della versione – ripetuta qui fino allo sfinimento – «Vogliamo restare nell’euro ma rivedere i trattati, a partire dal 3% sul rapporto deficit Pil».

Annalisa Cuzzocrea | La Repubblica | 15.11.2017

Di Maio vuol fare l’americano. Ma la gita a Washington è un flop

Il candidato premier del M5S ricevuto da personaggi di secondo piano
«Abbiamo parlato della campagna elettorale, di idee che vedrete perché le attueremo!». Baldanzoso, ieri sera Riccardo Fraccaro ha così riassunto i temi scottanti discussi in un vertice dello stato maggiore grillino che si era appena concluso a Milano nella sede della Casaleggio Associati. Ma il piatto caldo è stata l’analisi del recente viaggio del candidato premier Luigi Di Maio negli Usa. Viaggio salutato come «grande successo» dalle fila grilline, ma, alla fine, rivelatosi un mezzo flop. Intanto, un dato: Di Maio a Washington è stato accompagnato dall’ambasciatore Armando Varricchio. Che non avrebbe potuto seguirne passi se lo stesso Di Maio non si fosse presentato come vicepresidente della Camera e non come candidato leader del Movimento 5 Stelle, negli Usa per garantirne l’affidabilità davanti all’amministrazione di Donald Trump. Di Maio, comunque, non sarà certo il primo politico italiano a usare la propria carica istituzionale per promuovere la parte politica di appartenenza.

Lui, però, è un grillino e questo ha destato perplessità, per quanto a sorprendere è stata più la qualità degli interlocutori incontrati che il resto. Di Maio ha visto solo seconde file del Congresso, persone di cui in Italia non si conosceva l’esistenza e che anche negli stessi Usa non sono considerati ‘di peso’. Tipo i repubblicani Francis Rooney e Randy Hultgren e i democratici Albio Sires ed Eliot Engel. Quest’ultimo pare che si sia complimentato con Di Maio (non si sa con quanto senso dell’ironia) per la sua rapida ascesa politica a fronte di curriculum politico piuttosto modesto. Di sicuro, più noto tra gli interlocutori è stato Steve Scalise, dalla Louisiana, italoamericano e capogruppo dei repubblicani alla Camera. Il quale, tuttavia, pare sia stato piuttosto sbrigativo: si è intrattenuto con Di Maio appena una quindicina di minuti, parlando in modo superficiale di Nato e di riforma del sistema di tassazione negli Usa. Il leader pentastellato, per la verità, è stato ricevuto pure al Dipartimento di Stato, accolto da tale Conrad Tribble, personaggio dalla qualifica lunghissima (Deputy assistant secretary al Bureau of european and euroasean affairs), ma di fatto solo vice assistente segretario di Stato, secondo i canoni del ‘potere’ europeo; poca roba. Con lui, il capo politico stellato ha invece intavolato una discussione sull’Alleanza Atlantica, rimarcando la fiducia nella solidità dei rapporti tra Italia e Usa; qualche dubbio sul fatto che fosse proprio Tribble l’uomo giusto per un confronto sui rapporti Italia-Usa è sorto, ma d’altra parte, ad ogni incontro, Di Maio ha ripetuto più o meno le stesse litanie grilline su economia, tasse, Europa, calibrando il peso di un tema su un altro a a seconda delle competenze di chi aveva di fronte. Un solo concetto ha ripetuto con tutti fino allo sfinimento: «I 5 Stelle non sono filorussi».

Peccato, infine, che ad accompagnare questa ‘marcia trionfale’ americana, siano usciti due articoli (velenosi) su altrettante testate di spessore negli States. Sul New York Times si leggeva: «Anche se non ha mai completato i suoi studi e non ha mai fatto un vero lavoro, Di Maio sarà il candidato a primo ministro; è completamente privo di esperienza e i ‘grillini’ si sono spesso dimostrati incompetenti, come Virginia Raggi sindaca di Roma». Ishaan Tharoor sul Washington Post, che ha sì elogiato Di Maio per la giovane età («un millennial che potrebbe guidare l’Italia», paragonandolo a Macron e all’austriaco Kurz), ma subito dopo ha chiosato, anche lui, ricordando che «ha lasciato l’università e non ha mai lavorato, a parte il cameriere». Ma si sa, la stampa matrigna…

ELENA G. POLIDORI | Quotidiano.net | 

 




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