Vertice della Francofonia a Dakar.

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Jean-Marie Colombani / Cose di questo Mondo.

Non dimentichiamo i Paesi francofoni.

Si sono incontrati a Dakar passando inosservati, specialmente in Italia. Eppure rappresentano il 16%
del Pil mondiale e il 20% del commercio globale.

C’è un evento che sicuramente in Italia è passato inosservato,
ma che non era privo di interesse.
Mi riferisco al Vertice della Francofonia, che si è svolto a Dakar e che, per la prima volta, è stato seguito da una riunione economica. Si obietterà che l’Organizzazione per la Francofonia interessa
soltanto i francesi. È vero il contrario: in Francia l’importanza della francofonia
viene trascurata, mentre molti altri Paesi membri la tengono da conto. Si tratta di
undici Stati africani, ma anche di Paesi asiatici (Vietnam e Cambogia), o americani.
Il Canada e la provincia del Québec sono infatti fra i più dinamici all’interno di questa
organizzazione, che ora è diretta dall’ex governatrice canadese Michaélle Jean, di
origine haitiana. La scelta di Dakar come sede del vertice di quest’anno non è priva
di importanza, perché l’idea di una comunità degli Stati francofoni si deve a Léopold
Senghor, primo presidente del Senegal indipendente (oltre che a Habib Bourguiba).
E poi perché l’organizzazione è stata diretta e incarnata dal successore di Senghor, l’ex
presidente Abdou Diouf, e perché l’attuale presidente del Senegal, Macky Sall, vuole
ormai conferirle un contenuto economico.
Ci sono quindi due aspetti di questo vertice a cadenza biennale che hanno messo
l’Africa in primo piano, uno politico e uno economico. A mia conoscenza, in Italia
soltanto la comunità di Sant’Egidio, con il suo infaticabile animatore Mario Giro, ha
una conoscenza approfondita delle poste in gioco e degli attori di questo immenso
continente, popolato da quasi un miliardo di abitanti (che nel 2050 diventeranno due
miliardi). Pur trattandosi della sola Africa francofona, si sono comunque affrontate
le questioni legate alla diffusione dello jihadismo, come testimonia l’intervento
franco-africano in Mali. L’altra tematica tradizionale è quella della democrazia. Nel
2015 si terranno almeno quattro elezioni presidenziali, con il rischio permanente di
vedere, qui o lì, dei dirigenti che cercheranno di restare al potere nonostante i limiti
costituzionali da loro stessi imposti. Così molti temono che il Congo-Brazzaville,
governato per trent’anni dallo stesso uomo, sia minacciato dalla tentazione che ha
portato, poche settimane fa, il Burkina Faso sull’orlo dell`abisso (i militari hanno
sostituito il presidente cacciato dal popolo).
Da questo punto di vista il discorso di Hollande ha suscitato più malumori che
applausi, perché il presidente francese ha elogiato le elezioni, insistendo sul fatto
che la legittimità di un governo deve essere il risultato di un processo democratico.
In questo senso Dakar rappresenta un modello, perché in Senegal le istituzioni e
l’alternanza vengono rispettate.
STESSA LINGUA. La novità è stata quindi il rendersi conto del portato economico che
può rappresentare la francofonia: 16% del Pil mondiale, 20/% del commercio mondiale
e 14% delle riserve planetarie di risorse naturali. Questa considerazione arriva nel
momento in cui gli economisti insegnano da un lato che la condivisione di una stessa
lingua da parte di diversi Paesi favorisce i loro scambi, e può portare un guadagno
non indifferente per il prodotto interno per abitante; dall’altro che l’economia mondiale
tende a organizzarsi non più intorno alle frontiere di uno Stato ma a partire da
comunità di altra natura. Due esempi: il vertice Asia/Pacifico fra gli Stati Uniti e i
grandi Paesi asiatici è sempre preceduto da un vertice economico, volto a favorire
gli scambi. Allo stesso modo, il Commonwealth è sempre accompagnato dal
Commonwealth Business Forum, che dà concretezza a quello spazio linguistico. A
Dakar è chiaramente emerso che esiste una richiesta dei Paesi francofoni di impegnarsi
per una maggiore strutturazione di quella realtà, pur se composta da situazioni tanto
diverse fra loro; per esempio l`esportazione del modello agricolo vietnamita in Africa,
oppure il modello minerario canadese a cui aspirano i Paesi francofoni (in Canada
ci sono 1500 società minerarie contro le 30o di tutto il continente africano); o ancora,
la richiesta di alcuni Paesi di aprire delle sedi delle università francesi o canadesi
in Africa. È vero però che nel frattempo sono soprattutto la Cina e la Turchia che
si dividono il grosso del mercato nei Paesi dell`Africa francofona. Ma, di nuovo, in un
mondo aperto in cui domina la competizione, una strategia economica della
francofonia dovrebbe permettere di fare dei passi avanti. Di certo resta da convincere
la Francia a impegnarsi molto di più nella costruzione di uno spazio economico
francofono, come ha chiesto Jacques Attali in una relazione recentemente presentata
al presidente Hollande.
Traduzione di Giacomo Cuva
(Da Sette (Corriere della Sera), 12/12/2014).

 




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