Verso un’Europa di separati ma uguali

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13/09/200, La Repubblica, pag. 1

VERSO UN’EUROPA DI SEPARATI MA UGUALI

RALF DAHRENDORF
Le migrazioni umane hanno una storia antica. E non sono nuove neppure le migrazioni verso luoghi distanti e culture remote. Nel XIX secolo milioni d'europei cercarono libertà e prosperitànelleAmeriche, in particolare negli Usa. La novità è costituita oggi dalla dimensione di tali migrazioni, che non di rado travalicano distanze culturali immense, spesso non si pongono neppure un obiettivo definito.
Il più dellevolte, i boatpeople africani del Mediterraneo non sanno bene se vogliono recarsi in Italia, in Germania o in Gran Bretagna; e anche quando lo sanno-come nel caso dei nordafricani o dei turchi, generalmente diretti in Spagna o in Francia nel primo caso, in Germania nel secondo-sono spinti più dalla volontà di sfuggire alla totale mancanza di prospettive nei loro paesi d'origine che dal desiderio di raggiungere una particolare destinazione.
Questa forma moderna di emigrazione crea problemi di vasta portata nei paesi d'arrivo. E per l'Europa di oggi rappresenta probabilmente il più grave problema sociale, anche perché nessuno ha le idee chiare su come gestire lo scontro di culture che ne deriva.
Un tempo sembrava che l'America del Nord, e in particolare gli Stati Uniti, avessero trovato il modo per risolvere questo problema: la loro risposta era il melting pot, il crogiolo di popoli diversi, ciascuno dei quali dava il proprio contributo alla cultura americana, ma innanzitutto faceva ogni sforzo per accettare la realtà in cui aveva trovato accoglienza e per integrarvisi. «No, non siamo arrivati qui con la Mayflower*)», ha risposto una volta un'immigrata russa al nipotino che voleva sapere se i suoi antenati fossero approdati negli Usa con quei pellegrini. «La nostra nave – ha spiegato – aveva un nome diverso. Ma ora siamo tutti americani».
Ultimamente però le cose sono cambiate; ed è iniziato il processo descritto daArthur Schlesinger, storico ed ex consulente del presidente John F. Kennedy, nel suo libro “The Disuniting of America. I cittadini Usa non sono più tutti americani. Sono diventati “americani col trattino”: italo-americani, afro-americani, ispano-americani e così via. Gli ingredienti del crogiolo si stanno separando.
Persino in Israele, l'ultimo vero paese d'immigrazione – seppure limitatamente agli ebrei – l'assimilazione non è più tanto facile. I nuovi arrivati dalla Russia hanno un loro partito politico, e gli israeliani di provenienza europea sono ormai una minoranza ben distinta.
Esistono però tuttora, sia in Israele che in America, alcuni meccanismi d'integrazione per i nuovi arrivati. Oltre al fattore essenziale rappresentato dalla lingua, in Israele questa ruolo è affidato all'esercito, mentre in America i valori espressi dalla costituzione rappresentano tuttora una fede laica e condivisa.
Ma questi meccanismi, praticamente inesistenti negli stati europei, stanno perdendo ovunque la loro efficacia. Le società moderne, non più capaci di offrire quei legami comunitari impliciti e inconsci che i cittadini sentivano in passato, sono caratterizzate da acuti problemi di appartenenza. E di conseguenza gli individui hanno incominciato ad aggregarsi in base ad altre, più primordiali identità di gruppo, e oppongono resistenza all'assimilazione per timore di essere espropriati della loro identità senza riceverne in cambio una nuova.
Quale potrebbe essere allora l'alternativa all'assimilazione? L'”insalatiera” del cosiddetto multiculturalismo non rappresenta un'alternativa reale, in quanto non fornisce il necessario collante per rendere coesa una comunità. Fin dall'inizio, i vari ingredienti restano separati.
L'unica alternativa percorribile può fondarsi su alcuni esempi: quelli proposti da città come Londra o NewYork, la cui principale caratteristica in questo senso è la coesistenza tra una sfera pubblica comune a tutti e una separazione culturale abbastanza netta nella sfera “privata”, in particolare attraverso la ripartizione delle aree residenziali. Lo spazio pubblico, benché multiculturale dal punto di vista della provenienza delle persone, è gestito in base a valori concordati e mediante un linguaggio comune; mentre la vita privata di ciascuno-se posso usare questa brutta espressione-è ghettizzata.
In teoria, questa sarebbe una soluzione di seconda scelta per far fronte alle conseguenze culturali delle migrazioni; ma in pratica è la migliore delle risposte disponibili. Peraltro, non è esente da costi. Ci vuole uno sforzo deliberato anche per quella condizione minima e indispensabile che è l'apprendimento della lingua comune – per non parlare di certe regole di comportamento.
Da residente a Londra, assisto con meraviglia al modo in cui i londinesi hanno messo in conto la forte presenza indiana, ad esempio nel settore commerciale o in quello dei trasporti pubblici; e non trovano granché da ridire sul fatto che interi quartieri siano ormai monopolizzati da immigrati cinesi o del Bangladesh. Nessuno ha ancora trovato un nome per questa nuova versione della dottrina «separati ma uguali» – o in altri termini: vivere separati in uno spazio pubblico uguale per tutti- che in molti avevamo strenuamente combattuto negli anni `60.
Ovviamente, questa soluzione può essere applicata più facilmente in città come Londra o New York che in centri più piccoli, o nelle capitali di paesi la cui lingua non ha la stessa diffusione mondiale dell'inglese. A esempio, comunità come quelle dei turchi di Berlino, o dei nordafricani delle periferie di Parigi appaiono sempre più separate, con una sfera pubblica propria e non di rado con la propria lingua. Sono forme di separatismo interno, non da parte di gruppi storicamente separati, bensì dei nuovi arrivati contro i nativi, che possono dar luogo a situazioni esplosive.
Se dovremo rinunciare a sperare nell'assimilazione, faremmo bene a concentrare i nostri sforzi per creare, con il contributo di tutti, uno spazio pubblico di cui tutti possano fruire. L'ideale sarebbe uno spazio pubblico in continua espansione, poiché in definitiva l'elemento dell'unità, in una società moderna, è garanzia di libertà per i suoi cittadini.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

Questo messaggio è stato modificato da: martina.zeppieri, 14 Set 2004 – 19:57 [addsig]




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