Ventimila vocaboli in più

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Abbiamo a disposizione 20mila parole in più dei nostri nonni

L’italiano parla come mangia

E la lingua si trova ingrassata

di Alberto Mattioli

La lingua italiana ingrassa e il vocabolario, di conseguenza, s’ingrossa. Per il lancio del nuovo vocabolario Rizzoli Larousse, quarta edizione, 3.104 pagine, gli autori, che non sono un’entità duale ma i professori Francesco Sabatini, presidente della Crusca, e Vittorio Coletti, puntano su quel che oggi va più di moda: la gastronomia. Che è diventata gastronomea ieri sera a Milano, quando Sabatini & Coletti hanno deliziato il pubblico discettando de “Il gusto delle parole”, ovvero “I cambiamenti dell’italiano parlato e mangiato”. In realtà, non solo di questo, perché oggi gli italiani hanno a disposizione circa 20 mila parole in più dei loro nonni.

Che parliamo un italiano migliore, però, è tutto da dimostrare…

Sabatini: “Sì, ma non dobbiamo essere apocalittici. Quando l’Italia si unì, 150 anni fa, solo il 5% dei suoi cittadini leggeva e scriveva l’italiano. Oggi è il 95%: in ogni caso, un grande traguardo”.

A giudicare da quanto si sente in televisione, non si direbbe…

Sabatini: “Molta gente è arrivata all’italiano tardi e male, e si sente. Sono più colpevoli politici, burocrati e tecnocrati che invece l’italiano lo conoscono, ma preferiscono usare un loro strano gergo speciale. Però non dobbiamo essere troppo pessimisti. Anche per le parole nuove, il criterio di accoglienza è più largo. Per le novità, massima tolleranza no. Ma nemmeno tolleranza zero”.

Veniamo alla lingua, e non solo a quella salmistrata. Quando il cibo ha cominciato a far ampliare i dizionari?

Coletti: “In principio furono i dialetti. Magari non ce ne rendiamo conto, ma molte parole di origine regionale sono italiane da un secolo o anche meno. Per esempio, il Foscolo scrive di “panatòn” e fra virgolette, perché alla sua epoca nessuno fuori dalla Lombardia sapeva cosa fosse. Idem per “stracchino” o “trenette”. E non parliamo della pizza”.

Parliamone, invece.

Coletti: “E’ una parola misteriosa. Secondo alcuni deriva dal longobardo, secondo altri dal greco”.

Lei da che parte sta?

“Io propendo per la pizza, quella da mangiare. Di certe parole non sapremo mai veramente tutto”.

Poi ci sono i prestiti dalle lingue straniere…

Coletti: “In primo luogo dal francese. Le dice niente la parola “menu”? Però se importiamo proteine linguistiche dalle altre lingue, ne esportiamo anche. Paese che vai, italiano gastronomico che trovi: i panini in Francia sono “les paninis” e negli Stati Uniti la rucola è “arugola” ”.

Oggi oltre che nelle nostre strade è melting pot anche nel nostro vocabolario”

“Certo. “Sushi” l’abbiamo introdotto nel 1985. E con l’immigrazione ogni gruppo straniero porta i suoi piatti e le parole per definirli”.

Torniamo all’italiano sì bello e perduto. Agli esami universitari, il vostro collega Carducci cacciava qualsiasi studente che si presentasse dicendo prima il cognome che il nome. Voi fate lo stesso?

Coletti: “Figuriamoci. Non si laureerebbe più nessuno”.

Ma qual è uno strafalcione che proprio vi dà fastidio?

Sabatini: “Forse “piuttosto che” nel senso di “oppure”. Anche se lo usano tutti, è un errore”.

Coletti: “Quando i miei studenti dicono: Ok, prof, aspetti un attimino…”.

(Da La Nazione, 12/10/2005).

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