Veniamo noi con questa mia a dirvi…

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venerdì 30 ottobre 2009

La carriòla

Veniamo noi con questa mia a dirvi…

Sempre più dimenticata, bistrattata e lasciata a marcire nell’angolo più buio della mente. Sempre più ‘accorciata’, dilaniata, masticata male e poi sputata tra le ortiche di una metafora sconosciuta. Di cosa sto parlando? Ma della più imponente, difficoltosa, a volte capricciosa e sicuramente più affascinante tra le innumerevoli lingue parlate e scritte di questo mondo. Signore e signori: la nostra beneamata Lingua Italiana!

Ho scritto qualche rigo più su dimenticata, bistrattata, accorciata… e come si può sostenere il contrario in un’epoca in cui per rientrare rispettosamente nel limite caparbio di centosessanta caratteri occorre necessariamente scrivere frasi in codice, del tipo: “H ric t msg. C ved stas 20 bar staz.”.

Personalmente ho un rapporto d’odio-amore con i messaggini telefonici. Di odio, sicuramente perché non sono mai riuscita a rientrare nei canoni della loro lunghezza. ‘Fortunatamente’ adesso ho un cellulare che mi permette di scrivere messaggi senza dover per forza rispettare i fatidici centosessanta caratteri! Scrivo, invio… e partono sette-otto messaggini in serie che sicuramente creano seri problemi di ricomposizione al mio destinatario!, ma tant’è. Comunque, a parte queste modernità telematiche che ci saltano addosso e ci spettinano l’esistenza, ritengo sia sempre meno forte il legame con la bella scrittura e la lingua italiana. Il mondo corre sempre più svelto e non si ha tempo magari di mettersi a pensare alle regole grammaticali, all’ortografia o ai congiuntivi. Forse anche perché si leggono molto meno libri e quindi si fa fatica ad esprimersi correttamente con le parole. Trovo, però, assolutamente sconcertante che ragazzi e ragazze laureati possano incontrare difficoltà con gli accenti, gli apostrofi e i verbi. E ancora, trovo assolutamente squallido che professionisti, i quali magari fanno delle parole il loro pane quotidiano, non riescano ad esprimersi in modo corretto e non sappiano scrivere senza commettere errori da matita rossa!

Io, sia ben chiaro, non mi reputo un genio della scrittura, né tanto meno un luminare dell’Accademia della Crusca!, me ne guarderei bene dall’affermarlo. Sono soltanto un’entusiasta del ‘bello scrivere’, un’ammiratrice inarrestabile del Dizionario della Lingua Italiana!

Ricordo che una volta, durante una seduta d’esame alcuni concorrenti (me compresa) avevano sul banco il dizionarietto della lingua italiana. Per correttezza qualcuno chiese all’esaminatore se ci si fosse potuti affidare all’ausilio del dizionario senza creare difficoltà alla prova (non si trattava di un libro di testo da cui copiare; naturalmente ciò è vietato). L’esaminatore rispose col sorrisetto ebete sulle labbra: “Be’, faccia come le pare! Ma credo che ormai certi dubbi avrebbero dovuto essere risolti quand’era il momento!”, e giù una risatina. Quanto avrei voluto urlargli: “Imbecille che non sei altro!, credi davvero di essere tanto onnipotente da non avere nessunissimo dubbio sulla vastità di regole disseminate nel campo della nostra lingua!?!”.

Credo fosse uno di quei deficienti che scrivono qual è con l’apostrofo. Ma bando alle ciance.

Ho deciso di pubblicare una robetta simpatica che reputo divertente e che mi auguro possa strappare una risata al lettore.

Tempo fa un amico mi inviò tramite e-mail (ecco un’altra diavoleria dell’era moderna!) un elenco di quaranta regole d’oro relative all’uso corretto delle parole e della grammatica italiana. E’ chiaro che l’intenzione – simpatica – era quella di prendermi in giro a proposito delle mie fissazioni sui verbi, l’ortografia e quant’altro. Quaranta regole d’oro divertentissime a cui io risposi con un’altra e-mail completamente invasata…

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Usare le parole straniere non è bon ton e potrebbe portare a misunderstanding.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.

22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?

24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dei media.

25. Gli accenti non debbono essere né scorretti né inutili, perché chi lo fà sbaglia.

26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva anche il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

34. Non andate troppo sovente a capo.

Almeno,

non quando non serve.

35. Non usare mai il plurale majiestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.

38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive destinatario.

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

40. Una frase compiuta deve avere

* * * * *

Grazie, grazie infinitamente grazie per aver illuminato la mia mente bacata con questi fondamentalisti consigli grammaticali, che si sa, sono indispensabili per un’uso corretto del linguaggio italiano, che già di per sé, cosi come lo si presenta, è veramente difficoltoso.

Essi (i consigli) mi consentirebbero in un futuro prossimo venturo (qualora mi decidessi) ad avviare una lettura amplessa di quei libri (geometricamente parlando) di scandalose dimensioni, quali ad esempio Dostoieski, Mautzpassant o peggio ancora Gogl’… E cosi come pure propinava Wilde: “La differenza tra letteratura e giornalismo? Il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta. Questo è tutto”.

Ma non dimentichiamo che il linguaggio italiano, che già di per sé, lo si sa, cosi come lo si presenta, è veramente difficoltoso.

Oggi la volgarità del linguaggio propaga senza remore sulle lingue risolute di quegli analfabeti che si ostinano ad apparire superficialmente e sufficientemente coglioni, solo perché non hanno la volontà di apprendere (seppure statisticamente) la variegata fornitura della correzione grammaticale.

Ecco.

Come non citare, a questo punto, l’importanza cosi fugacemente importante della punteggiatura?, oggigiorno sempre più dimenticata senza parlare poi dell’uso improprio che se ne fa semplicemente perché non si sa o non si vuole sapere come vanno utilizzati questi soldati del discorso

La virgola, ad esempio, con quella sua arietta innocente non fa altro che suggerire all’interlocutore quando prendere fiato, perché, è noto che, la virgola, non gira mica intorno al discorso, ma introduce nel medesimo quella sorta di pausa che consente a chi legge di attraversare il componimento con un all’ eggerimento del pensiero perché è chiaro che come pure sottolineano i navigati conoscitori dell’esperienza metastatica e diciamolo pure libertina che un periodo senza neanche un punto o una virgola o come si preferisce appesantiscono la comprensione di qualsiasi lettura anche la più semplice…

E vogliamo dimenticare l’assoluta eleganza della metafora, che permette di trascinare il verso col suo consueto savoir-faire che diciamolo appartiene solo ed esclusivamente ai veri stilisti del linguaggio (che non stò qui ad elencarli solo per questione di tempo) che cosi come vi pare, appaiono i più adatti all’erotismo ortografico del mondo letterario. Ma la metafora è qualcosa di più che la semplice espressione citata volgarmente su tutti i vocabolari quale ad esempio “ondeggiano le spighe” o addirittura “sei forte come un leone”. E no. Basta con questi squallori esasperati che prolificano sull’epiglottide di quegli ignoranti che alla fine, solo perché pensano che la metafora è una sostituzione del significato di una parola, se ne vengono fuori con il classico “meglio un uovo oggi che una gallina domani”.

È vero però che l’epidermide compositiva che non attinge affatto sulla cervice dei giovani di queste annate recenti diciamo che in effetti ha origine da quell’indiscusso e istrionico pessimismo che cola come miele dall’alveare (ecco l’uso improprio della metafora e con questo vorrei farLe notare che chi scrive si rende conto delle sue mancanze e s’inchina dinanzi al pozzo di conoscenza che fuoriesce dalla Sua guardinga espressione) da quei pochi scarni versi di quel poco igienico e fermente stacanovista addirittura abitante di quella Recanati dedita al meretricio verbale che ha influenzato l’essenza stessa delle poesie del suddetto che nell’esaltare quel suo amore esasperato per Silvia rimembri ancor, non poteva, no, assolutamente, non poteva attirare l’attenzione dei tineger del mondo contemporaneo. La gioventù moderna ha fatto passi avanti e piuttosto che chiedersi “Ilaria, rimembri ancor…” si pone nuovi e più cocenti interrogativi come “preferisci na’ birra o na’ vodka prima de sballà in discoteca?”. Ecco dove stà il vero questionario. Occorre un linguaggio nuovo tendenzialmente espressione del malessere giovanile e quindi evitando di prolungare successivamente il discorso si capisce perché i ragazzi non amano la lettura e figuriamoci i modi indicativi o congiuntivi del verbo. Il verbo, da solo, si sa, fa ben poco.

Concludendo, possiamo dire, che solo esperti come noi, vale a dire, vocabolaristi del pensiero, possiamo apprezzare, e perché no, queste roventi regole che Lei ha gentilmente inviato tramite e-mail che rappresenta anche questo il progresso della tecnologia se pensiamo che in passato si scriveva con la penna d’oca e le lettere cartacee arrivavano dopo diversi mesi proprio come accade oggi. L’universo del linguaggio non finirà mai di stupirci perché è nell’essenza delle cose che si può trovare

Pubblicato da Federica Passarelli a 8.45

http://pieghelibertarie.blogspot.com/2009/10/la-carriola-veniamo-noi-con-questa-mia.html

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