Com’è veloce er moviola.

Posted on 14 gennaio 2018 in Politica e lingue 73 vedi

Com’è veloce er moviola.

Gentiloni usa il romanesco per definire il suo stile di governo. Alternativo a urla, parolacce e leader concitati.

All’alba della campagna elettorale è stato sdoganato il dialetto romanesco, forse antitesi e antidoto al gergo d’internet. «Please, what is “er moviola”?». La richiesta via cellulare arriva da un collega corrispondente di un noto quotidiano della stampa estera assai confuso dalla sorprendente applicazione del modo di dire – ben noto alle cronache sportive – a un inquilino di Palazzo Chigi. «Il premier Gentiloni si è messo a giocare a pallone?» è stata la domanda.

È successo che il presidente del Consiglio ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa” abbia raccontato a qualche milioncino di telespettatori come sia orgoglioso di aver rasserenato il clima politico e come a Roma lo chiamino “er moviola” amabile soprannome più da cerchio magico di Meo Patacca che da onori istituzionali di un membro dei G8.

Non è chiaro se i lessicografi siano già al lavoro per inserire il neologismo nelle enciclopedie e nei dizionari. Ma il rango del soprannominato lascia ben sperare in un’ascesa mondana del termine visto l’esordio in campo governativo dove nessun premier aveva mai rivelato un nomignolo, tanto meno così evocativo. Solo un “er moviola” sornione e signorile come Gentiloni poteva avere l’autoironia di fregiarsene facendo spallucce al significato poco trumpiano, poco Silicon Valley, un po’ burino di un tipo che si muove al rallentatore (ma lui però ha fatto molti gol). Una sciccheria. Macché inglese, macché cinese, il dialetto invece.

Non se ne può più di cavalieri, dottori, professori, che noia questi titoli altisonanti. Non parliamo poi degli insultatori, degli espressionisti del valla e altri auguri cari, non turbano più nemmeno i poppanti. Finalmente un po’ di serena parlata da tana de noantri, di aria trasteverina, tanto su Roma ladrona non inveiscono (quasi) più nemmeno i leghisti. Vedi mai un domani, galeotto il Rosatellum, si profilasse un’utile alleanza meglio «stare bboni» visto che al comune capitolino sverna una grillina accusata, povera cara, di battere la fiacca.

Al Campidoglio il premier, in testa ai sondaggi anche per l’indole da rasserenatore ansiolitico, ha passato anni d’oro. Non a caso “er moviola” è stato il portavoce di “er piacione”, aulico soprannome dell’allora sindaco amatissimo Francesco Rutelli, accolto in tutti i vocabolari della lingua italiana.

La politica della Città eterna non ha mai risparmiato ai suoi rappresentanti indimenticabili soprannomi a cominciare da “Belzebù”, il vezzeggiativo più noto di Giulio Andreotti. C’è stato un tempo in cui la Capitale era in mano a gente di tutt’altra risma come il “Roscio” (Paris Dell’Unto, rosso in quanto socialista ) lo “Squalo” (l`andreottiano Vittorio Sbardella) “Giò er biondo” indicato anche come “er varichina” (il cassiere Giorgio Moschetti). Non sfuggivano all’ossessione romanaccia dello sberleffo i sindaci, Clelio Darida era “Volpe argentata” e Nicola Signorello “er pennacchione`:

Nella sua conferenza di fine anno “er moviola” in arte premier Gentiloni dopo aver tracciato un bilancio lusinghiero dei suoi dodici mesi di governo tra cifre, Europa, citazioni estere in altri idiomi con pronuncia perfetta non si è frenato. E dopo aver detto che «abbiamo accompagnato la crescita rispettando le regole e non aumentando le tasse» si è lasciato andare al commento: «Come si dice a Roma, nun ce se crede».

Nella sua comunicazione pacata, priva di mitologia della prestazione più veloce, più acuta, più spiritosa, l’uso del romanesco è un’astuzia, uno stratagemma teatrale anti politichese e popolare, più scaltro delle invettive e delle parolacce di quei “buzziconi” dei grillini, in più benedetto da un miracoloso sincronismo con le parole papali. «La fede si trasmette solo in dialetto, la lingua dell’amore» ha dichiarato il pontefice lo stesso giorno in cui Gentiloni ha svelato il soprannome e rivendicato con orgoglio di aver rasserenato il clima.

È la nemesi. Dal famoso e concitato tweet «Enrico stai sereno» di Matteo Renzi a Letta (prima di prendergli il posto) alla serenità da moviola di Gentiloni. Il cerchio si chiude.

Denise Pardo Pantheon | L’Espresso | 14.1.2018




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