Università italiane e riforma Gelmini

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Assunto chi sa il ladino di Bolzano

Fra le università italiane che non applicano la riforma Gelmini: concorsi con esami orali, tasse d’iscrizione e requisiti fantascientifici

di FLAVIA AMABILE

Le università proprio non ne vogliono sapere. Le regole e le buone intenzioni del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini giacciono in un angolo dimenticate mentre rettori e docenti fanno di testa loro. Gli stanziamenti per assumere ricercatori sulla base della normativa voluta da Mussi tre anni fa sono arrivati alle università poco prima di Natale dopo una lunga attesa. Permetteranno di assumere poco meno di 700 persone, un terzo rispetto alle cifre promesse solo pochi mesi fa dal ministro, sei volte di meno rispetto alle promesse di due anni fa. Ma la macchina dei concorsi si è mossa e durante le vacanze di Natale sono apparsi i primi bandi.

Soltanto il Politecnico di Torino applica in pieno la riforma del ministro Gelmini che impone regole di maggiore trasparenza e rigore e abolisce ad esempio ogni tipo di prova orale. Le altre università sembrano far finta di nulla, in alcuni casi violano in modo palese le nuove norme, in altri inseriscono condizioni quasi impossibili se non per pochi eletti. E quindi i concorsi che potrebbero vedere soltanto tra molto tempo la proclamazione dei vincitori. I ricercatori che avrebbero i requisiti per candidarsi e non potranno farlo per gli ostacoli posti dalle facoltà, hanno già annunciato una pioggia di ricorsi.

Più o meno è quello che accade da un anno a questa parte, da quando è entrato in vigore il decreto Gelmini con le nuove regole. Sono circa 370 i concorsi che corrono il rischio di essere annullati, sei su 10 di quelli banditi. «Non escludiamo di prendere in considerazione possibili ricorsi contro i bandi di concorso irregolari. Ci chiediamo anche cosa aspetti il Ministero a far applicare rigorosamente norme che sembra aver fortemente voluto, o se preferisca invece lasciare che centinaia di concorsi rischino l’annullamento», spiega Francesco Cerisoli, presidente dell’Apri, l’associazione dei precari della ricerca.

Sulla prima Gazzetta Ufficiale del 2010 sui concorsi è apparso soltanto un bando. Si tratta di un concorso da ricercatore indetto dalla «Libera Università di Bolzano» presso la Facoltà di Scienze della Formazione nel settore Glottologia e Linguistica.

Dovrebbe poter fare domanda chiunque abbia compiuto studi che attengono a quel tipo di disciplina. E, invece, l’università di Bolzano inserisce un requisito del tutto irregolare in base alle nuove norme. E’ infatti scritto «La prova orale accerterà anche la conoscenza della lingua straniera». In una sola frase ci sono già due irregolarità: le nuove regole della Gelmini non prevedono alcuna prova orale e tantomeno la verifica di una lingua straniera. In ogni caso, in neretto, si specifica che la lingua straniera da conoscere è il ladino, ovvero la lingua delle valli altoatesine, che nemmeno potrebbe essere considerata una lingua straniera a rigor di termini. Paul Videsott, che all’Università di Bolzano insegna ladino, riconosce che si tratta di una forzatura. «Non avevamo un altro modo, le formula per i bandi sono molto rigide ma no avevamo bisogno di un docente per la nostra scuola di formazione in ladino, ci serviva qualcuno con una preparazione specifica e la conoscenza della lingua. Sapevamo di fare una cosa nuova, mai prima si era richiesto il ladino e sarà anche l’ultima volta che lo faremo». E il problema della irregolarità della prova orale, qualsiasi essa sia? «Di questo bisognerebbe parlare con il nostro ufficio legale – risponde Paul Videsott – So che avevano controllato le norme vigenti al momento della stesura del bando, ma so anche che è stato scritto in primavera, forse alcune norme sono cambiate nel frattempo».

In realtà le norme sono cambiate agli inizi dello scorso anno ma le università sembrano non accorgersene. Si chiede la conoscenza della lingua francese a Parma, nel settore «Storia dell’Architettura». Soltanto a Pavia dopo aver ricevuto le proteste degli aspiranti candidati e le minacce di ricorsi, i bandi emessi sono stati modificati e eliminata la prova in lingua straniera.

Il caso del ladino, però, è ancora più complesso perché non è una lingua codificata ma diversa da località a località. Il ladino parlato a Bolzano e dintorni non è lo stesso di quello parlato in Svizzera. E allora che cosa accadrebbe se si presentasse un candidato originario dei Grigioni o del Friuli al posto da ricercatore bandito dalla Libera Università di Bolzano? «A parità di altri requisiti, preferiremmo un candidato di Bolzano o delle valli dove il ladino è piuttosto simile. Altrimenti il candidato dovrebbe imparare la nostra lingua in modo da farsi comprendere». Ieri, però, il concorso in ladino è venuto fuori, i giornali ne hanno scritto, i vertici dell’università di Bolzano hanno capito e deciso di annullare il concorso e bandirne un altro.

A Udine, invece, hanno specificato di voler dare un punteggio per la prova orale che sarebbe appunto del tutto illegale, e introdotto per la prima volta richieste aggiuntive molto specifiche come all’università di Udine dove si chiede per il bando del settore Reumatologia un’esperienza «clinica e scientifica sulla criglobulinemia mista» che di sicuro non tutti avranno. In ogni caso, chi volesse partecipare dovrebbe pagare 20 euro come «contributo per le spese di gestione», una vera e propria tassa di iscrizione. Una cifra tutto sommato sostenibile. A Modena si pagano 30 euro e a Perugia 50. E chi butterebbe del denaro per una tassa e per le spese di spedizione di un voluminoso plico senza avere una discreta probabilità di vittoria?

(Da La Stampa, 3/1/2010).




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