Università in inglese: sarebbe un errore. Clic andrebbe escluso per storia dell’arte.

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Università in inglese: sarebbe un errore.

Caro Beppe, sono ingegnere gestionale, ma non sono d’accordo con la sua risposta a Emilio Matricciani sull’adozione dell’inglese nei corsi al Politecnico di Milano (“Abuso dell’inglese: “Chi parla come mangia, parla meglio” – http://bit.ly/1F4o87x ). Certo, non è saggio arroccarsi nel rifiuto a prescindere dell’inglese; ma non lo è nemmeno assecondarne ad ogni occasione l’adozione.
Non sempre i migliori autori, e i migliori testi d’ingegneria, sono (tradotti) in inglese. Perché negarsi a priori la possibilità di scegliere?
L’inglese è senz’altro utile, nel mondo scientifico in particolare, ma sarebbe un errore farne in Italia l’unica lingua di studio di interi percorsi di studio; attirerebbe, forse, qualche studente straniero in più, ma aumenterebbe anche l’esercito delle persone che già ora mescolano a sproposito italiano e inglese, confondendo gli interlocutori: ha presente i vari location, brain-storming, etc?
Soprattutto – già ora accade spesso, ahimè – aumenteranno manager e ingegneri incapaci di spiegare in italiano (ai clienti magari) efficace concetti studiati solo in inglese. Molti di loro lavoreranno in Italia, e dovranno farsi capire anche da chi l’inglese non lo conosce: non sempre il passaggio di termini tecnico-specialistici dall’inglese all’italiano è così immediato, senza rischiare di risultare imprecisi e generare fraintendimenti.
L’inglese è la lingua del mondo, ha facilitato i contatti internazionali, lo scambio di conoscenze e le opportunità di formazione. Ci ha dato più possibilità di scelta e ha ampliato i nostri orizzonti; se non l’avessi imparato, non avrei potuto studiare autori considerati tra i migliori a livello internazionale; ma, se all’università non fossi stato costretto a un lavoro di trasposizione di queste conoscenze in italiano, oggi forse avrei più difficoltà a farmi comprendere da chi certe opportunità non le ha avute. Perché allora non utilizzare l’inglese come una grande opportunità, senza tuttavia dimenticare chi siamo, e dove viviamo?
Andrea Confente, andrea.confente@yahoo.it
(Da italians.corriere.it, 4/3/2015).

Clic andrebbe-escluso-storia-dell-arte.

di Gerardo Pecci, Professore di Storia dell’Arte nel Liceo Artistico Statale di Eboli (Salerno) – La “riforma” scolastica del 2010 ha introdotto il CLIL.

Una forma di insegnamento di alcune discipline scolastiche che dovrebbero essere insegnate in lingua straniera, preferibilmente in inglese, addirittura per il 50% del monte orario annuo, da docenti in possesso di specifici attestati di padronanza linguistica nella lingua straniera scelta, ossia devono avere certificazioni specifiche riconosciute, di tipo C1 e B2.
Ne sono esclusi i docenti e le materie scolastiche dell’area linguistica, come l’italiano e la stessa lingua straniera. Questa metodologia si chiama “CLIL, Content and Language Integrated Learning” e va a regime, con il coinvolgimento delle classi quinte, dal corrente anno scolastico 2014/2015. La “riforma” della scuola ha introdotto l’insegnamento in lingua straniera di Discipline Non Linguistiche (Dnl, per dirla con i docenti).
Purtroppo, tra le Discipline Non Linguistiche, quelle per intenderci strettamente inerenti l’area scientifica e tecnica, è stata individuata e inserita, e non si capisce il perché, anche la storia dell’arte (classe di concorso A061-61A) che, invece, appartiene geneticamente all’area linguistico-umanistica e filosofico-estetica e quindi dovrebbe essere esclusa dalla metodologia CLIL.
Ci chiediamo, a questo punto: c’è davvero una convinta consapevolezza che la metodologia CLIL possa contribuire a far raggiungere le mete formative, gli obiettivi cognitivi e le competenze che la scuola si pone in ordine all’insegnamento della storia dell’arte? La storia dell’arte è disciplina linguistica per eccellenza! E’ la seconda lingua degli Italiani e il lessico storico-artistico, la “microlingua disciplinare”, si esprime con un ricco patrimonio di termini, parole e costruzioni morfosintattiche, che costituisce un vocabolario che appartiene al linguaggio della critica d’arte, che affonda le radici nel mondo latino, greco, medioevale, rinascimentale in genere e che ci è stato trasmesso fino a oggi.
Esiste cioè la letteratura artistica, che è veicolata dalla lingua della critica d’arte, che è una lingua “speciale”, particolare, spesso intraducibile e incomprensibile in altri contesti linguistici stranieri. Si tratta di un ricco vocabolario e di un’eredità linguistica spesso intrasportabili e intraducibili al di fuori del contesto storico-linguistico di appartenenza.
Tant’è che molti storici dell’arte, ad esempio di area anglosassone, statunitense, o anche tedesca, ecc., quando scrivono di storia dell’arte spesso finiscono con la citazione di interi brani critici, cioè di letteratura storico-artistica, nella lingua originaria, nel nostro caso in italiano, perché altrimenti sarebbe impossibile tradurli in altre lingue, con il rischio ovvio di snaturarne i significati, i contenuti, il senso, la corretta comprensibilità.
La metodologia CLIL è specificamente rivolta all’apprendimento di «contenuti non linguistici» per «approfondire argomenti di natura non linguistica», legati all’area tecnica, scientifica ed economica (Art. 10 commi 3, 5, 6, del DPR 15 marzo 2010, n.89). La storia dell’arte quindi, essendo materia e disciplina di studio linguistica e umanistica, la cui programmazione dei piani di lavoro di insegnamento annuali, per obiettivi e competenze, si inserisce nell’Asse dei Linguaggi e non in quelli scientifici e tecnici. Essa appartiene di diritto ai Dipartimenti Disciplinari dell’Area Linguistico-Umanistica, Storica, Filosofica e Letteraria.
Per questo deve essere considerata Disciplina Linguistica e Umanistica e pertanto deve essere esclusa dall’applicazione della metodologia CLIL nell’insegnamento curricolare. Anche l’Accademia della Crusca ha preso posizione nettamente contraria all’introduzione della metodologia CLIL nella scuola italiana. Quali vantaggi ci sarebbero nell’insegnare e apprendere materie come storia dell’arte o filosofia o anche, per assurdo, lo stesso italiano in inglese?
Caso mai andrebbe rafforzata la lingua nazionale, quella ‘ufficiale’ del nostro Paese: l’italiano. Esistono autorevolissimi studi che inequivocabilmente dimostrano che il saldo possesso della lingua materna condiziona anche la qualità dell’apprendimento delle altre discipline, comprese quelle scientifiche e le stesse lingue straniere. Se non si comprende bene la grammatica della nostra lingua, come si fa ad apprendere correttamente quella di altre lingue straniere?
A questo punto, come misura d’urgenza, si dovrebbe restringere l’applicazione del CLIL a un numero ben definito di materie tecnico-scientifiche, ma non linguistiche, dove l’uso dell’inglese è dominante a livello internazionale. Sempre che il docente della materia curricolare da veicolare in lingua straniera padroneggi l’inglese, o il francese, o il tedesco, o lo spagnolo, se non perfettamente, come sarebbe opportuno e auspicabile, almeno un bel po’di più dei suoi alunni.
Che l’arte (e la storia dell’arte) sia invece un sistema linguistico, è un dato incontrovertibile, assoluto e certo, ormai acquisito e postulato dai fatti e dalla stessa letteratura artistica, come anche dall’estetica. Infatti, già Benedetto Croce, nel lontano 1902, aveva proposto la sostanziale identità tra linguistica ed estetica quando affermò che la «scienza dell’arte e quella del linguaggio, l’Estetica e la Linguistica, concepite come vere e proprie scienze, non sono già due cose distinte, ma una sola. Filosofia del linguaggio e filosofia dell’arte sono la stessa cosa». (B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione linguistica generale, 1902, Bari 1928, pp. 155-156).
Ma questo lo sanno al MIUR? Cioè sanno che cos’è la storia dell’arte? Spesso, italianamente, si legifera e si consiglia, si impone e si pretende senza conoscerne i postulati, l’epistemologia e lo status disciplinare della storia dell’arte. La storia dell’arte è materia umanistica e materia linguistica, senza alcun dubbio. L’insegnamento universitario della storia dell’arte è in lingua italiana nelle università e nei licei e tale deve continuare ad esserlo. Nessuno può e deve imporre l’insegnamento in altre lingue senza aver chiesto l’adesione volontaria dei docenti perché chi insegna storia dell’arte ha scelto di farlo e la lingua che veicola i contenuti disciplinari e le conoscenze e competenze è l’italiano e solo dopo, ma con adesione volontaria e non coatta, si potrà pensare, eventualmente, di veicolarla in una qualsiasi lingua straniera, ammesso che si possa fare agevolmente, visto che si tratta di un linguaggio umanistico-linguistico, strettamente afferente ai saperi linguistici legati al linguaggio professionale storico-artistico e quindi non dovrebbe figurare tra le discipline non linguistiche.
(Da orizzontescuola.it, 4/3/2015).

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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