UNIONE EUROPEA UN LEVIATANO IN PUNTA DI PIEDI

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LE IDEE

UNIONE EUROPEA UN LEVIATANO IN PUNTA DI PIEDI

di HANS MAUNUS ENZENSBERGER

Non solo al loro interno le istituzioni europee dimostrano di soffrire di una megalomania che non
conosce confini. La loro sfrenata spinta al ampliarsi è notoria. Paesi che si fanno beffe di ogni criterio di adesione vengono integrati contro le regole e senza tante storie.
Ogni volta i nostri piccoli geopolitici anelano ad ampliare sempre più la loro Europa.
Perché non avanzare fino al Caucaso o al Maghreb?
Essere una potenza mondiale sarebbe così bello! Certo non è possibile tener conto del fatto che gli europei si entusiasmino poco a progetti del genere.
A Bruxelles la loro resistenza è spiegabile solo con il fatto che si tratta di gente ignorante ma ribelle, che non sa quale sia la cosa migliore per lei. Per questo si fa bene a non consultarla neppure. Nell’eurocrazia la semplice idea di un referendum scatena immediatamente il panico. I segni lasciati da ben nove referendum popolari falliti spaventano tutti i responsabili. Ogni volta i norvegesi, i danesi, gli svedesi, gli olandesi, gli irlandesi e i francesi hanno detto di no. Stando ai manager dell’Unione, una cosa del genere non deve più capitare. Fastidioso è anche il fatto che, evidentemente, ai popoli che hanno inventato la democrazia in Europa, come i britannici e gli svizzeri, pesi dire addio a tale forma di governo.
Per questo i portavoce di Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo si sono inventati una strategia che li immunizzi contro ogni critica.
Chi si oppone ai loro piani viene additato come antieuropeo. Questo kidnapping dei concetti ricorda vagamente la retorica del senatore Joseph McCarthy e del Politburo del Pcus. Ciò che a loro non andava bene veniva di solito calunniato. Gli uni parlavano di un-American activities, gli altri di «attività antisovietiche». Un politico tedesco che desiderasse convincere i suoi oppositori con l’argomentazione che si comportano da «antitedeschi» sarebbe poco credibile. Mentre un primo ministro lussemburghese può evidentemente permettersi di rimproverare alla Cancelliera di un paese confinante i suoi «modi antieuropei», ogni volta che le sue decisioni non gli garbano; e ancora non molto tempo fa José Manuel Barroso, presidente della Commissione, ha affermato che i paesi membri che si oppongono ai suoi piani non agiscono «con spirito europeo». (Voleva imporre una nuova tassa Ue e, nel corso delle trattative sul budget, intervenire sottobanco nelle leggi di bilancio dei parlamenti nazionali). Difficile credere che lo spirito citato sia sceso proprio sul capo di un governatore non eletto. Davvero astrusa l’idea che il personale dell’Unione debba decidere su chi sia un buon europeo e chi no.
In ogni caso l’Unione europea può vantare una forma di potere che nella Storia non ha esempi. La
sua originalità consiste nel fatto di realizzarsi senza fare uso di violenza.
Si muove in punta di piedi. Si comporta in modo spietatamente umanitario. Vuole solo il nostro bene. Come un tutore benevolo si prende cura della nostra salute, dei nostri comportamenti e della nostra morale. Non tiene assolutamente conto del fatto che noi stessi sappiamo ciò che è bene per noi; ai suoi occhi siamo per questo troppo impotenti e immaturi. Perciò abbiamo bisogno di essere assistiti e rieducati a fondo.
Fumiamo, mangiamo grassi e zucchero in eccesso, appendiamo crocifissi nelle aule, facciamo incetta di lampadine illegali, asciughiamo la nostra biancheria all’aperto, proprio là dove non va messa. Dove andremmo a finire, se potessimo noi stessi decidere a chi affittare il nostro appartamento! E se esistessero trasgressori che spendono le loro pensioni come preferiscono, e se a Madrid o a Helsinki qualcuno pretendesse di introdurre limiti di velocità diversi dagli standard europei?
Ovunque non si devono forse impiegare, senza tener conto del clima e dell’esperienza, esattamente gli stessi materiali da costruzione? Si può forse lasciare a ogni paese la decisione su cosa succede dentro le sue università e le sue scuole?
Chi, se non la Commissione, può giudicare come devono essere una protesi dentaria o un wc europei? Non ci sarebbe da temere un terribile caos se questioni del genere venissero decise a Stoccolma o a Londra, e non a Bruxelles?
Dove andremmo a finire se alla fine qualche autorità municipale si preoccupasse delle precedenze
che gli autobus e i metrò hanno nel proprio comune? Deviazioni del genere non vanno assolutamente tollerate.
Su ogni cosa l’Unione europea la sa più lunga di noi.
Con ciò essa è sì il tentativo sinora più audace, ma sicuramente non l’unico, di lasciarsi alle spalle un’antichissima invenzione europea come la democrazia; con la sua inclinazione alla tutela e al controllo essa infatti non è sola. Sarebbe sleale passare sotto silenzio quanta strada altre società hanno fatto nella stessa direzione.
In Gran Bretagna il controllo telematico dei cittadini ha raggiunto una perfezione che nel secolo scorso il Kgb e la Stasi potevano solo sognare. Gli Evangelici Pentecostali della Cybersfera non hanno nulla da eccepire circa lo spionaggio dei cittadini da parte delle aziende di comunicazione; essi propagandano apertamente l’eliminazione della sfera privata. A loro non mancherà certo il plauso di qualunque servizio di sicurezza e dei poliziotti. Anche The land of the free si è già distinto per il suo pionierismo postdemocratico.
Il cosiddetto executive privilege consente al presidente degli Usa di scatenare guerre,
organizzare campi di concentramento come Guantanamo, legittimare metodi di tortura, ordinare
rapimenti e omicidi mirati, perché in nome della sicurezza nazionale non ha da temere indagini parlamentari o giudiziarie. Altri ancora guardano con invidia al successo economico della Cina, dovuto in apparenza al fatto che i suoi immaturi miliardi non possano fare altro che dare seguito alle sagge decisioni del partito al potere.
L’illuminata Ue è ben lontana da simili modelli. Esattamente al contrario, domina non attraverso il comando, ma attraverso le procedure.
Per fortuna non dispone di un esercito né di una polizia; a quanto sappiamo, sinora non mantiene neppure un servizio segreto che sia all’altezza della Cia, del Bnd e del Fsb. Se non altro per questo, non è consentito paragonarla a regimi autoritari quali quelli diffusi nel mondo arabo, a Cuba, nel Myanmar o altrove.
L’Unione non si pone il compito di opprimere i suoi cittadini, bensì di omogeneizzare, possibilmente in modo tacito, le condizioni di vita sul continente. Qui non si costruisce una nuova prigione del popolo, ma un riformatorio che provveda al rigoroso controllo dei suoi protetti.
L’ideale è che la vita dei suoi pupilli venga regolamentata a livello centrale e standardizzata da un regolamento interno ricco di paragrafi, che va dalla definizione dell’affitto a una sana dieta quotidiana. In ogni caso la rieducazione di cinquecento milioni di persone è una fatica di Ercole, con la quale si sono già sfiancati regimi del tutto diversi. Non è sicuro che i nostri tutori ne siano all’altezza.
(Da La Stampa, 1/2/2013).




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