UNIONE EUROPEA E SVIZZERA PERCHÉ L’UNA SERVE ALL’ALTRA

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Risponde Sergio Romano

UNIONE EUROPEA E SVIZZERA PERCHÉ L’UNA SERVE ALL’ALTRA

Anni fa, a un dibattito presso la biblioteca di Locarno, presente tra gli altri Luciano Canfora, lei difese a spada tratta l’Ue, vantandone in modo particolare il cosiddetto «acquis communautaire», e auspicò che anche la Svizzera aderisse, previa votazione popolare, all’Unione. Mi permisi allora, da spettatore, di far notare che il cittadino svizzero aveva un altro «acquis» da difendere, per me assolutamente prevalente su quello europeo: l’«acquis démocratique». Vorrei chiederle di ricordare per i suoi lettori quali popoli (per es. francesi, olandesi, irlandesi e altri) abbiano avuto occasione di esprimersi nelle urne e quale seguito si sia poi dato alle loro decisioni. Da ricordare sarebbe anche il risultato risicatissimo con il quale il popolo francese decise l’adesione al Trattato di Maastricht, voto positivo da accreditare (per me addebitare) unicamente al dibattito televisivo finale tra Mitterrand (un débatteur di forza demoniaca) e il povero Philippe Séguin, trafitto dal primo come un pollo allo spiedo. La sconfitta di Séguin ha cambiato il corso della storia e reso impossibile quella che sarebbe stata la sola soluzione ragionevole e produttiva: l’adeguata preparazione di una confederazione europea rispettosa dei diritti democratici di tutti i cittadini, anche di quelli che per secoli sono stati abituati a essere solo sudditi. Gianfranco Soldati, gsoldati@ticino.com

Caro Soldati,
I tecnocrati, come sono stati chiamati con una punta d’ironia, hanno avuto nella costruzione dell’Europa una parte fondamentale. Il ruolo affidato alla Commissione ha permesso di sottrarre i progetti più importanti e ambiziosi ai mercanteggiamenti dei singoli parlamenti nazionali. Le direttive di Bruxelles, bersaglio di polemiche derisioni soprattutto nella stampa britannica, hanno favorito la nascita di un mercato unico dove tutti i produttori dovranno sottostare agli stessi criteri di qualità e affidabilità. Ma il «deficit democratico» è una favola diffusa dagli euroscettici e da coloro che vedono nell’Europa integrata una minaccia alle sovranità nazionali. Tutte le grandi decisioni sono state prese da governi che rappresentavano la maggioranza degli elettori. Abbiamo già avuto una dozzina di referendum europei di cui i governi hanno dovuto tenere conto. Il Parlamento di Strasburgo ha progressivamente allargato le sue competenze. Ricorda il caso della Commissione Santer che fu costretta a rassegnare l’incarico? Ricorda il caso di un candidato italiano, Rocco Buttiglione, che fu, di fatto, sfiduciato da Strasburgo? Ricorda il ruolo del Parlamento nella revisione della direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi? Nei casi in cui gli elettori nazionali hanno bocciato un grande progetto europeo (Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Svezia) la Commissione e il Consiglio europeo hanno dovuto prendere atto della decisione popolare, come nel caso della Svezia, o modificare il progetto originale. Mi chiedo quale sarebbe ora la situazione dell’Irlanda se i suoi elettori, in due casi interpellati per una seconda volta, non avessero cambiato idea. Avrebbero potuto contare sugli aiuti che hanno consentito al Paese di dare una risposta efficace alla crisi in cui era precipitato? Quanto alla Svizzera, caro Soldati, continuo a pensare che l’Unione europea abbia bisogno
della Confederazione e che la Confederazione abbia bisogno dell’Unione. Noi trarremmo grande vantaggio dalla presenza nell’Ue di un Paese che ha costruito e collaudato negli anni la migliore macchina federalista del mondo. Mentre la Svizzera non può ignorare che il suo destino è strettamente legato a quello dei Paesi che la circondano. Oggi può certamente compiacersi della sua condizione e rallegrarsi di non avere ascoltato i suoi euroentusiasti. Ma la sua sorte dipende interamente dal modo in cui l’Ue uscirà dalla sua crisi. E sempre possibile che l’edificio costruito a Bruxelles crolli su se stesso. Ma il disastro avrebbe pesanti conseguenze per l’intera economia europea e quindi anche per i Paesi che non fanno parte dell’eurozona. La condizione della Confederazione oggi è quella di un passeggero che non ha voce in capitolo sulla rotta della barca, ma rischia, nell’eventualità di un naufragio, di andare a fondo con gli altri.
(Dal Corriere della Sera, 26/9/2012).




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