Unesco: la morte delle lingue

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Da Le Monde, 2/4/2003

Un comitato di esperti e’ in allarme per la distruzione delle lingue nel mondo

di Stéphane Faucart

Su incarico dell’Unesco un gruppo di linguisti ha presentato i suoi suggerimenti per combattere la sparizione delle lingue minoritarie che, dagli anni ’90, prosegue “a un ritmo senza precedenti”. In un secolo potrebbe sparire il 90 per cento di questa ricchezza.

La linguistica si ridurra’, alla fine del secolo, al solo studio delle lingue morte? Al ritmo con cui le lingue passano dalla vita alla morte – ogni anno spariscono dalle venti alle trenta lingue -, la previsione dell’Unesco ha tutte le possibilita’ di divenire realta’.

Per riflettere sui rimedi atti ad arginare questo impoverimento del patrimonio linguistico mondiale, l’agenzia delle Nazioni unite per la scienza, la cultura e l’educazione ha incaricato un gruppo di linguisti ed esperti che martedi’ 25 marzo ha presentato i suoi suggerimenti per avviare i futuri piani d’azione

L’Unesco dovra’ per prima cosa occuparsi dell’urgenza, spiega Mounir Boukenachi, direttore generale aggiunto della cultura presso l’Unesco, e quindi “ mettere in piedi una struttura finanziaria e amministrativa che permetta di centralizzare e d’archiviare la documentazione sulle lingue di cui restano solo alcuni parlanti.”. Questo lavoro di documentazione e’ essenziale, perche’ “la maggior parte delle lingue in pericolo potrebbe scomparire senza lasciare nessuna traccia”.

L’Unesco non dovra’ tuttavia limitarsi ad un ruolo di museo linguistico. Questa organizzazione dovra’ ugualmente, secondo gli esperti, favorire le politiche d’insegnamento multilingue e promuovere la trasmissione intergenerazionale delle lingue minoritarie, condizione indispensabile per la loro sopravvivenza.

Le lingue muoiono

Il rifiuto di trasmettere la propria lingua ai figli accade essenzialmente per “cause esterne”, spiega Colette Grinevald, ricercatore al Laboratorio dinamico del linguaggio (CNRS/universita’ Lyon 2) e membro del gruppo di esperti dell’Unesco. “Le persone sono convinte dalla societa’ che la trasmissione della loro lingua ai figli costituira’ un ostacolo alla loro integrazione, precisa la signora Grinevald. Il risultato e’ che i bambini imparano una lingua dominante degradata e restano emarginati. La risposta a questo e’ il multilinguismo: i bambini devono potersi costruire un’identita’ linguistica con la lingua dei loro genitori , che padroneggeranno perfettamente e apprendere in seguito la lingua dominate”.

Le lingue muoiono: certamente il fenomeno non e’ nuovo. Dall’ antichita’ piu’ lontana l’estinzione, senza discendenza, della lingua sumera o dell’elamita – parlate nel quarto millennio prima della nostra era, nell’Irak attuale – testimonia il carattere inesorabile e atemporale del processo. Ma l’inizio degli anni ’90, caratterizzato dalla globalizzazione degli scambi e dall’emergere di una societa’ dell’informazione poco incline al multilinguismo, ha dato un impulso nuovo al processo della morte delle lingue. Questo processo, stima l’Unesco, accelera ad “un ritmo senza precedenti”.

Oggi, secondo le stime piu’ recenti, circa il 96 per cento della popolazione mondiale parla soltanto il 4 per cento delle lingue mondiali. Viceversa , 240 milioni di persone condividono l’essenziale delle lingue parlate. Tra queste lingue minoritarie, una su due vede diminuire il numero di coloro che la parlano. E, nel corso del secolo, le previsioni piu’ pessimiste prevedono la scomparsa del 90 per cento delle 5000 – 7000 lingue oggi parlate.

E’ negli anni ’90 che nascono le prime contromisure, da parte delle ONG come Terralingua, Sil International, o ancora la Fondazione per le lingue in pericolo, ma anche dall’Unesco.

L’Unesco celebra cosi’, ciascun 21 febbraio, la Giornata della lingua materna, nel quadro della Dichiarazione sulla diversita’ culturale del 2 novembre 20001. E prepara anche una convenzione sulla salvaguardia del patrimonio immateriale, “di cui fa parte la diversita’ linguistica”, precisa Bouchenaki. Pero’ e’ un compito difficile per un’organizzazione intergovernativa come l’Unesco. Perche’ gli Stati sono, per una parte importante, responsabili, della situazione attuale.

Coesione nazionale

Soprattutto nei paesi usciti dalla colonizzazione la costruzione delle identita’ nazionali si e’ creata attorno ad una lingua comune, a costo di danni al patrimonio linguistico e culturale.

Un gran quantita’ di lingue autoctone sono state, secondo l’espressione del linguista Abdel Jlil Elimam, membro del gruppo di esperti incaricati dall’Unesco, “ largamente marginalizzate in rapporto alla lingua ufficiale”. “In Algeria, la politica di arabizzazione intrapresa dopo l’indipendenza, ha marginalizzato le due lingue tradizionali del paese, il maghrebi e il tamazight, ricorda Elimam. Il maghrebi e’ cosi’ stato assimilato ad un semplice dialetto arabo essenzialmente orale, quando invece discende dalla lingua punica ed e’ ricco di una letteratura millenaria”.

La rivalutazione di questa letteratura potrebbe contribuire, afferma Elimam, a rivalutare il maghrebi.

I paesi del sud non sono tuttavia i soli ad aver adoperato questa “svalutazione” delle lingue tradizionali a fini di coesione nazionale.

L’Europa non e’ stata risparmiata dall’impoverimento linguistico derivato dai processi di costruzione nazionale, benche’ questi generalmente abbiano avuto luogo molto prima dei paesi del Sud. In Europa l’Unesco rileva il pericolo di scomparsa , per esempio, delle lingue basca, bretone, gaelica, lombarda o sami.

I continenti americano (sulle 1000 lingue per circa 150 gruppi) e africano (quasi 2000 lingue per una ventina di gruppi) restano tuttavia i crogioli, nello stesso tempo, della maggiore ricchezza linguistica e del maggiore rischio di scomparsa.

Le ragioni di questo declino: le costruzioni nazionali, ma anche “lo sfruttamento economico dei territori tradizionali”, spiega la signora Grinevald.

Tuttavia in alcuni paesi la passione per le lingue tradizionali si e’ rafforzata da alcuni anni.. In Guatemala, per esempio, la signora Grinevald ricorda “ il grandissimo movimento a favore delle lingue maya” e il lavoro condotto dall’ inizio degli anni ’90 per documentare e modernizzare queste lingue della tradizione. Lo stesso lavoro ha permesso alla lingua ebraica di rinascere nel XX secolo, dopo essere stata confinata per quasi 2300 anni, alla sola liturgia.

L’ostacolo dell’informatica

La promozione della diversita’ linguistica nel mondo della telematica, di cui, secondo il comitato di esperti sulle lingue in pericolo, si dovra’ occupare l’Unesco, e’ impedita da ostacoli tecnici. La maggior parte delle 5000/7000 lingue parlate nel mondo non sono trascrivibili: non dispongono di alfabeti o di sillabari adatti. E’ necessario aggiungere modifiche tipografiche agli alfabeti esistenti per trascrivere rari fonemi. Nell’era dell’informatica queste aggiunte sono problematiche: gli industriali sono generalmente poco solleciti ad installarli sui loro sistemi. Una lingua pur ufficiale come l’islandese, parlata da circa 300000 persone, non poteva per questo motivo, fino a poco tempo fa, essere trascritta correttamente su un sistema informatico standard. Secondo un anziano ufficiale islandese e’ solo dopo aspri e lunghi negoziati che i giganti dell’informatica hanno finalmente accettato di aggiungere i caratteri mancanti ai loro prodotti.

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