Una vera riforma dell’Europa può partire soltanto dai mercati

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Una vera riforma dell’Europa può partire soltanto dai mercati

di SALVATORE BRAGANTINI

Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, chiede Mario Monti; le scelte da fare in Europa però non sono solo istituzionali, quasi quelle politiche fossero declinabili nella chiave del solo Partito popolare europeo.
Esso ha imposto finora un pensiero unico sulla Ue, scambiando l’effetto della crisi (l’aumento dei debiti) con la sua causa, ma la vittoria del pur maldestro Hollande e le prossime elezioni italiane delineano scenari alternativi (e, per inciso, tanto basta perché la Curia romana torni alle invasioni di campo che praticava ai bei tempi del fattore K: un laico come De Gasperi non ne avrebbe goduto).
Non c’è però un solo modo di fare politica in Europa, certe differenze restano vive.
Non solo sull’alta politica o su come alleviare le drammatiche condizioni sociali di parti importanti del continente (e del Paese); anche l’economia di mercato può funzionare più o meno bene nell’interesse generale e soffoca se la concorrenza svanisce e langue la propensione al rischio d’impresa, come da 5 anni avviene in risposta alla crisi.
Per la concorrenza la dura lotta alle rendite va fatta ma ci sono altri, ancor più rilevanti aspetti, ben noti all’eccellente ex commissario Ue, che il dibattito politico anche europeo trascura. Il gigantismo oligopolistico nuoce al mercato e nella crisi chi annaspa – banche incluse – è assorbito dai concorrenti: le autorità Antitrust «abbozzano» e la concentrazione, da tempo in crescita, aumenta ancora.
L’eccessivo potere di mercato dei giganti ha versanti trascurati: potendo investire ovunque, essi scelgono i Paesi con costi più bassi e più laschi sui diritti sindacali.
Per Barry Lynn e Phillip Longman della New America Foundation, ciò ha «rotto la macchina» che crea lavoro, negli Usa e in tutto il mondo sviluppato. Lecito domandarsi se tale avvitamento anticoncorrenziale debba essere subìto senza riserve o se non spetti invece alla politica europea occuparsene, per proteggere i consumatori dal potere di mercato dei giganti, e i lavoratori dallo svilimento di retribuzioni e diritti.
Anche sul versante dei rischi d’impresa urge agire. Le regole prudenziali, per evitare nuovi salvataggi di banche in difficoltà, mirano giustamente a ridurre i rischi delle banche; va cambiato un sistema in cui chi raccoglie soldi con la garanzia statale può farne usi imprudenti, certo che se va bene guadagna e se va male paga Pantalone. La stabilità è essenziale ma non è tutto; perseguirla a ogni costo scoraggia il rischio d`impresa. Così non c’è sviluppo e non scende il debito.
Un’enorme ricchezza oziosa e liquida pretende insieme certezza e alti rendimenti ma non si può insieme soffiare e succhiare.
Il capitale di rischio deve tornare a sostenere le imprese, che non possono sempre indebitarsi, magari a breve; servono più mezzi propri, ma gli azionisti non li danno, né li chiedono agli investitori, già del loro assai riluttanti. Una gigantesca “market failure” di cui non si parla.
Negli ultimi decenni il capitale si è appropriato di un 15% di valore aggiunto che prima andava al lavoro. Quel capitale, molto eccedente rispetto agli investimenti chiesti dall’economia reale, vuole rendimenti alti su impieghi «sicuri» e per drogarli tira al limite la leva finanziaria; benefica quando i prezzi salgono, essa si fa infernale se scendono, aggravando il rischio sistemico a carico di chi le tasse
non le evade ma le paga, magari su redditi modesti.
Il sistema bancario ombra può supplire alla stretta del credito bancario, ma solleva temi complessi. Esso usa e riusa gli stessi titoli in operazioni a catena per creare sulla carta gli impieghi sicuri che il mercato vuole. La crisi ha fatto della Federal Reserve Usa l’acquirente di ultima istanza di titoli: il suo bilancio è così balzato a 2.900 miliardi di dollari, cifra che – è emerso in un recente convegno dell’Istituto Einaudi – con il giusto “restatement” esploderebbe a 6.40o miliardi!
Non ci sono però pasti gratis: quanto di tale esplosione serve i commerci, e quanto è schiuma con cui il sistema si autoalimenta, accrescendo i rischi globali senza costrutto per l’economia reale?
Fino all’estate 2007 erano tutti sbilanciati sul lato del rischio, ora tutti assieme si buttano sugli impieghi che ne paiono privi ma accrescono quello sistemico. La nave non può continuare a sbandare, qualcuno dovrà pur assumere rischi impreditoriali; ben poco possono le banche nelle loro condizioni attuali, ma quando Amazon che non batte moneta né esige imposte emette bond a 10 anni al 2,75%, scema il sogno di alti rendimenti “risk-free” e si aprono grandi spazi per il capitale di rischio.
Il sentiero perduto dello sviluppo lo ritroveremo limitando il potere di mercato dei giganti e favorendo il rischio d’impresa: potrebbe essere il tratto distintivo della economia post crisi, la farfalla che dovrà pur uscire dalla crisalide. Per il grande vecchio Helmut Schmidt solo l’Europa può riportare la finanza al suo vero ruolo, che non è quello di padrona dell’economia e della società. Un bel «compito a casa» per
l’Agenda europea. Sarebbe bello se la campagna elettorale si occupasse, oltre che di schieramenti, anche di questo.
(Dal Corriere della Sera, 5/1/2013).




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