Una strada per il maestro Manzi

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Toponomastica Una via intitolata al maestro

Alberto Manzi, prima che fosse tardi

In tv Furono 484 le puntate del suo «Non è mai troppo tardi»

di Paolo Fallai

La notizia è passata quasi sotto silenzio qualche giorno fa: la commissione toponomastica del Comune di Roma ha deciso di ricordare la figura e l’opera di Alberto Manzi (1924-1997), insegnante, personaggio televisivo e scrittore, noto come presentatore del programma televisivo Rai «Non è mai troppo tardi». La via intitolata a suo nome si trova nel XIX Municipio, vicino a via del Podere Fiume. È un nome meno facile, e più importante di quello che sembra, quello di Alberto Manzi, che sembra riemergere tra le pieghe dei ricordi in bianco e nero del maestro televisivo di un’Italia analfabeta. Che pure scopriva come la televisione potesse essere uno strumento educativo, amichevole, importante. Oggi ci farebbero tenerezza le lezioni di Alberto Manzi, ma chi era cresciuto nelle devastazioni patite da un’Italia contandina, improviddamente trascinata in una guerra devastante, trovò in quell’uomo dal sorriso accogliente, finalmente una cultura amica. Furono 484 le puntate del suo «Non è mai troppo tardi», sepolte nel 1968 insieme a una televisione che aveva insegnato a leggere e a scrivere a 35 mila persone. E che già da quel momento comincerà a preferire altro. Eppure Alberto Manzi non è davvero solo questo. E nemmeno lo scrittore per bambini, autore di «Orzowei» e di «Grogh», favole tradotte in mezzo mondo, morto nel 1997 a Pitigliano, il paese toscano dove aveva finito per essere eletto sindaco. La verità è che esiste un altro Alberto Manzi poco conosciuto: il giovane studioso di entomologia che negli anni Cinquanta vola in Brasile per studiare le formiche amazzoniche e scopre che ci sono bambini e adulti trattati peggio degli insetti. «C’erano i contadini che non potevano iscriversi ai sindacati perché non sapevano leggere e scrivere e nessuno glielo insegnava – racconterà nell’ultima intervista concessa prima di morire -. Chi cercava di farlo rischiava di essere picchiato e imprigionato oppure ucciso. Siccome si trattava di una cosa proibita mi attirò, così andavo ogni anno». Non pensate che scelte di questo tipo fossero prive di conseguenze. «Mi accusarono di essere guevarista, poi marxista o un qualunque accidente che finiva in "ista"» racconterà lui stesso. Alcuni Stati cominciarono a negargli i visti, per altri divenne «indesiderato». Quella esperienza è diventata un romanzo «E venne il sabato», pubblicato dalle Edizioni Gorée, di Monticiano (Siena), ma solo nel 2005. Era rimasto inedito finché Manzi rimase in vita e se abbiamo potuto leggerlo si deve al lavoro di recupero del Centro studi che porta il suo nome, costituito presso il dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Bologna. In quelle pagine, di fronte all’annientamento dei diritti minimi delle persone, attuato schierando contro gli ultimi l’intero apparato istituzionale, di fronte alla forza di un’economia fondata sullo sfruttamento indiscriminato e sul sopruso, appare lo stesso Manzi. Si è descritto nel personaggio dello «straniero», ad accompagnare lo sgomento di fronte alle quinte teatrali spacciate sotto il nome di democrazia. Eppure anche «E venne il sabato» è un’opera piena di bambini e di adulti che imparano a leggere e a scrivere. E a decidere con la propria testa. Roma dev’essere giustamente orgogliosa di non aver dimenticato quest’uomo.
(Dal Corriere della Sera, 21/7/2010).




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