Una rete di genere latino americana

UNA RETE DI GENERE LATINO AMERICANA

di Geraldina Colottl

Indigene, contadine, sindacaliste, attiviste per i diritti civili: per quattro giorni, all’Università bolivariana di Caracas e al Nuevo Circo, hanno dato vita alla «Conferencia mundial de mujeres de base». E’ una rete di genere che attraversa la politica dei singoli paesi, ma con una spinta alternativa e «dalla base», come dice l’appello di convocazione, autonoma dai partiti e dai governi: anche dai governi progressisti dell’America latina che pure queste reti sostengono.
Obiettivi delle giornate, «promuovere la partecipazione ampia, democratica e ugualitaria di tutte le presenti; favorire il rafforzamento delle organizzazioni di base; recuperare le esperienze storiche di lotta delle donne per la conquista dei loro diritti; creare meccanismi di solidarietà e appoggio alle diverse azioni delle donne nella loro lotta contro l’oppressione di genere, il capitalismo, gli effetti della crisi mondiale, e le discriminazioni etniche e culturali».
Molti i temi in agenda, che hanno al centro l’autoderminazione femminile e il diritto a decidere del proprio corpo: in relazione al lavoro, all’ambiente, alla resistenza alle guerre di aggressione, alla partecipazione politica.
Fra le promotrici dell’iniziativa, il collettivo venezuelano Ana Solo, dal nome di «una grande condottiera indigena di etnia Gayon che – ci spiega Dilia Josephina Mejias – combatté valorosamente contro gli spagnoli e venne impalata a Barquisimento nell’agosto del 1668». Le componenti di Ana Solo sono, come Dilia, tutte giovani, attive «in diverse regioni del Venezuela all’interno dei settori operai, contadini, indigeni». Un collettivo che si richiama «al socialismo scientifico» e con questo spirito costruisce «alternativa nei barrios, nei consigli comunali, con le radio e televisioni comunitarie».
In Venezuela, le elette sono quasi il 50% in tutti gli organismi di governo: «E’` il riflesso istituzionale di una grande partecipazione popolare spiega Dilia – Il processo bolivariano ha consentito alle donne di avanzare in molti campi: l’educazione, la salute, la partecipazione politica. Abbiamo una buona legge contro la violenza di genere, ma ci capita di dover scendere in piazza perché queste leggi vengano applicate. Ci sono molte resistenze».
Una delle più forti è quella contro l’aborto, che non è consentito. Di recente Arava Feminista, una rete di 20 collettivi a cui partecipa Ana Solo, ha incontrato una rappresentanza del governo per chiedere che nel nuovo codice di procedura penale sia depenalizzato l’aborto. Un tema presente anche nella Conferenza, che oggi si concluderà con una marcia per i 100 anni dall’istituzione dell’8 marzo.
Agnes Mirqueya Mateo, un’altra delle organizzatrici, delegata per la Repubblica Dominicana, è invece
una femminista di lungo corso. Economista, dirige il Dipartimento per gli studi di genere all’Università autonoma di Santo Domingo (Uasd). La sua militanza – racconta al manifesto – è iniziata nei quartieri poveri di Santo Domingo, nel solco di quel movimento democratico chiamato «14 giugno» in cui agivano le sorelle Mirabal, eroine della lotta contro il dittatore Trujillo – che scatenò contro di loro i suoi killer ma provocò così anche l’ondata di rivolta che condusse al suo assassinio, nel 1961. Alle sorelle – le «farfalle» – uccise il 25 novembre del `60, è stata poi dedicata la giornata mondiale contro la violenza di genere.
«Abitavo nel quartiere in cui venne ucciso il tiranno – ricorda Agnes -. Il nostro collettivo prese il nome di Minerva Mirabal, una donna speciale. Eravamo un gruppo piccolo ma con tante giovani. I114 febbraio decidemmo di donare un cuore con su scritto: ‘chi ama non uccide’. Quando poi, nell’ 85, nacque mio figlio era il figlio del barrio, erano le donne del quartiere a tenerlo quando lavoravo».
Determinante, per Agnes, fu «l’incontro con lo studio dell’economia marxista. In quell’ottica ho cercato di indagare le ragioni della disuguaglianza di genere. Nella Repubblica dominicana, le donne sono attive in tutti i settori della società, ma a parità di lavoro, guadagnano il 17% in meno degli uomini. La donna è la più povera fra i poveri, la povertà si femminilizza sempre più».
Nel suo lavoro di accademica, Agnes studia l’incidenza del lavoro domestico sull’economia dei paesi
dell’America latina. «Occorre – afferma – un lavoro di educazione alle pari opportunità, bisogna disegnare strategie economico-politiche per la prospettiva di genere. Nell’università, cerchiamo di sviluppare programmi educativi e quella che abbiamo chiamato la trasversalità della questione di genere in tutte le discipline: in modo che uomini e donne abbiano uguale coscienza delle disuguaglianze, ne conoscano le cause e possano combatterle insieme».
Radicale e diretta, anche Cecilia Caramijos, è docente universitaria. Delegata per l’Ecuador, fa parte del comitato promotore della Conferenza. In primo piano nei movimenti di lotta che nel suo paese hanno fatto cadere diversi presidenti e portato al governo di Rafael Correa, è una delle fondatrici della Confederacion des mujeres por el cambio (Confemec), organizzazione nata nel `99. Raggruppa
donne dei settori popolari, intellettuali, artiste, molte indigene e afrodiscendenti.
«La nostra costituzione – ci dice Caramijos – è una delle più democratiche del mondo, garantisce i diritti delle donne e la loro rappresentanza al 50% negli organismi di governo. E’ frutto di una grande mobilitazione popolare. Nel 2008, io ero rappresentante all’Assemblea. Mi battei perché fosse inserito il diritto alla resistenza, come stabilisce la carta per i diritti umani. Servirà anche oggi che il governo sta progressivamente cedendo agli interessi delle multinazionali minerarie e petrolifere e consente la presenza di 10.000 soldati Usa alla frontiera con la Colombia». Un giudizio severo, che considera le politiche assistenziali verso le donne niente più che «un sonnifero» e vede nuovamente
in campo la corruzione di una «cricca di tecnocrati incurante delle capacità della sua gente e favorevole alle élite che hanno studiato all’estero».
Un appuntamento preparato per anni, questo della Conferenza, e messo a punto nell’autunno scorso a
Dusseldorf, in Germania. In quell’occasione, si sono incontrate delegazioni di 31 paesi: dall’Africa all’Asia, dal Medioriente, all’Europa, all’America latina. La maggior parte delle donne è venuta direttamente dai singoli paesi, ma numerose sono state anche le migranti che le hanno raggiunte dalla Francia, dal Portogallo, dall’Olanda.
Grandi numeri e tanti volti giovani, incredibilmente partecipi e attenti, capaci ancora di chiedersi se
«può la cuoca dirigere lo stato». Per giorni, qui è stato a confronto il femminismo marxista dell’America latina con le Donne in nero di Zagabria e i movimenti Glbtq dell’Est, le associazioni di migranti haitiane e poi con le diaspore kurde, irachene, afghane, iraniane che denunciano restrizioni e persecuzioni. L’oscurità della guerra, ma anche della «pace» quando lascia mano libera a chi ruba «le ricchezze dei paesi dipendenti, ostacola lo sviluppo autonomo e impedisce alla donna di vivere con dignità».
Per quattro giorni all’Università bolivariana di Caracas, in Venezuela, si sono svolti incontri e
seminari della «conferenza mondiale delle donne di base», promossa da reti di donne «in
lotta contro l’oppressione di genere e il capitalismo». Autonome da partiti e da governi
progressisti che pure le sostengono.
(Da Il Manifesto, 8/3/2011).




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