Una lingua senza pietas per un biotestamento‏

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di PIERLUIGI BATTISTA

Michele Ainis ha giustamente scritto sul Corriere che il testo sul testamento biologico e sul «sondino di Stato» approvato alla Camera «bisticcia con la Costituzione, oltre che con la logica». Bisticcia, orwellianamente, anche con la lingua, trasformando le opportunità in divieti, una facoltà in un diktat esistenziale.

E bisticcia con il buon senso, irrompendo con la prepotenza di un carro armato in un campo dove dovrebbe regnare la discrezione, la delicatezza, il chiaroscuro.
La pietas umana.

La furia ideologica su un tema così sensibile per la vita (e la morte) di tutti noi ha scosso anche molte persone equilibrate.
Secondo Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire conosciuto per il suo stile di compostezza e di rigore, sostiene che chi si oppone alla legge «sbraita».
Non argomenta, «sbraita». Non propone un`altra visione delle cose, «sbraita». Ma è in tutto questo sciagurato capitolo che lo «sbraitare» ha soppiantato il «discutere».
La vita è diventata una bandiera da sventolare. La libertà una chiave polemica per schiacciare le opinioni altrui, squalificate come «barbarie». Questa legge, che dovrebbe ascoltare le obiezioni, i dubbi, le perplessità, taglia invece i nodi con la spada. Supera ogni dilemma etico semplicemente negandolo, evita il dramma semplicemente negandolo. E un vessillo.
Un proclama. Un trofeo da conquistare.
Invade la sfera in penombra delle decisioni tragiche che ogni famiglia si troverà prima o poi ad affrontare e chiama «alleanza terapeutica» la totale negazione della volontà di chi, quando era cosciente e in grado di scegliere, non voleva mettere a disposizione di una norma astratta il passaggio più difficile della vita di ciascuno, quello in cui la vita terrena finisce. Max Weber diceva che lo Stato è un «mostro freddo». Mai come adesso lo Stato, la maestà della legge, è apparso tanto gelido e insensibile.

II tono emotivo e lessicale della legge è imperativo, perentorio, categorico. Dice solo: non si può. Chi, sin dai tempi delle discussioni tumultuose sul caso Englaro, ha cercato di non lasciarsi arruolare tra due eserciti che giocavano la loro guerra sulla pelle di una ragazza sventurata, è costretto a constatare che è stata scelta la strada peggiore. Anche chi, laicamente, aveva dubbi che l`idratazione e l`alimentazione fossero ipso facto equiparabili a una terapia, assiste attonito al modo con cui quel dubbio sacrosanto è diventato dogma inderogabile.
Ciò che viene detto, firmato e vidimato quando si era coscienti diventa carta straccia. Lo Stato voleva mettere addirittura in discussione la facoltà di chiunque di scegliersi un suo fiduciario». Anche la «fiducia», sentimento impalpabile e prezioso, doveva diventare regola ferrea, gabbia d`acciaio predisposta da un legislatore iper cavilloso, invadente, imperioso. Autoritario.

In questo genere di temi una legge brutta è molto peggio di una non legge.
Gli artefici del capolavoro approvato alla Camera hanno sempre obiettato che, come si è dimostrato nel caso di Eluana, la non legge avrebbe per sempre lasciato spazio all`arbitrio dei magistrati che nel vuoto normativo sarebbero subentrati al ruolo di legislatori. Giusto. Ma allora sarebbe bastata una legge ragionevolmente moderata, semplice, non farraginosa, non costruita su schemi opposti ai principi proclamati. Chiamare «disposizioni anticipate» parole che poi non avranno alcun peso nella scelta che verrà presa quando ciò che si anticipava diventerà triste realtà, è un modo per ingarbugliare una matassa composta da fili sottilissimi e umanamente vulnerabili.

Questa legge impone uno schema binario, rigidamente imperniato sull`alternativa sì-no, da dove le alternative dovrebbero tener conto di mille fattori, tutti drammaticamente vissuti. E una legge incoerente perché affida nel nome della natura un potere smisurato alla tecno scienza che può prolungare indefinitamente l`agonia di una persona. Chi ha parlato sin dall`inizio di referendum, sbagliava, proprio perché affidava a un verdetto popolare imperniato su un imperioso sì-no la delicatezza di quella che Angelo Panebianco definì la «zona grigia». Ma una legge così squilibrata costringe chi dissente, o costringerà se venisse confermato in Senato lo stesso testo, a imboccare strade che sarebbero stato più saggio disertare, nel nome della pietas e del diritto di ciascuno a non esibire scelte che si vorrebbero conservare nella penombra del dolore di ciascuno. Non per «sbraitare», ma per dissentire. E ribellarsi ai decreti di un «mostro freddo».

Corriere della Sera, pag. 1




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