UNA LINGUA PERFETTA PER L’EUROPA

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Una lingua “perfetta” per l’Europa

Con l’entrata in vigore della fase attuativa del Mercato unico europeo, il plurilinguismo suscita grande preoccupazione per l’oggettiva precarietà di comunicazione tra i Paesi della Comunità Europea, che si amplificherebbe ulteriormente qualora si approdasse all’unificazione anche politica della Comunità stessa.

Tra le svariate problematiche da affrontare in tema di unificazione europea, quella del plurilinguismo spicca decisamente, poiché la difficoltà della comunicazione tra le etnie europee è molto più grande di quanto si pensi. Unire dei popoli di diversa lingua e cultura sotto una stessa bandiera è possibile, anche se difficile, ma amalgamarli sotto ogni punto di vista perché possano collaborare fraternamente e formare un popolo unico e omogeneo, che sia l’espressione di una sola nazione, non è cosa che si possa fare dall’oggi al domani.
Un esempio illuminante è quello dell’Unità d’Italia, politicamente ben riuscita, ma fallita dal punto di vista sociale, culturale ed economico. Perché ciò non avvenga anche a livello europeo, bisognerà lavorare tantissimo, ma l’abbattimento della barriera del plurilinguismo ha evidentemente la precedenza per la necessaria comprensione diretta dai popoli. Allo stato delle cose, la strada che la Comunità intende percorrere, a tale riguardo, è quella piuttosto semplicista di adottare ufficialmente le tre lingue “elette” , l’inglese, il francese e il tedesco, che quindi diventerebbero lingue veicolari e ausiliarie per tutti i Paesi. Si tratta naturalmente di un modo come un altro per partire con il piede sbagliato, quando non si abbiano le idee chiare, salvo poi a correggere il passo strada facendo. Ma ho l’impressione che più che altro i vertici della CEE non abbiano capito bene i termini del problema o che, avendolo compreso, intendano partire consapevolmente male senza alcuna intenzione di aggiustare il passo il tragitto: ovvero in Europa, al di fuori di quella tre lingue, non si può comunicare. Essi vorrebbero risolvere il grosso problema del plurilinguismo, introducendo un altro problema, soltanto apparentemente più piccolo, costituito dal trilinguismo. Ciò, evidentemente, in ossequio alla Francia e alla sua granduer , all’Inghilterra, che giustamente parla una lingua considerata veicolare in tutto il mondo, e alla grande Germania, che con il peso determinante dei suoi marchi, non poteva non imporre anche la propria lingua. Insomma, non si è pensato minimamente al fatto che alcuni popoli potrebbero sentirsi linguisticamente “colonizzato”: sappiamo quanto sia sensibile la natura umana anche alle più lievi orme di prevaricazione, reali o fittizie che siano. Gli italiani potrebbero obiettare: “Perché escludere la nostra lingua, le cui radici sono antichissime e nobili almeno quanto il francese?”, mentre gli spagnoli potrebbero puntualizzare che la loro lingua, non certo di seconda schiera, è variamente diffusa in varie parti de mondo. I greci, con la loro economia ancora rudimentale, magari non diranno mai niente, ma la loro mobilissima lingua, oltre ad aver rappresentato la culla della civiltà, è forse la meno imperfetta e una delle più antiche fra quelle parlate sulla Terra, dopo la punizione divina inflitta all’uomo con il disastro di Babele.
È indubitabile che tutte le altre lingue internazionali europee non spariranno mai, poiché esse costituiscono il fattore principale di identità etnico- culturale dei vari Paesi; com’è altrettanto certo che la comunità di comunicare postula la scelta e l’adozione più o meno immediata di una lingua veicolare comune, ovvero una lingua ausiliaria internazionale, da affiancare alle medesime. Rimane soltanto da individuare una tele lingua, sia che si tratti di una già esistente, e in questo caso la scelta non potrebbe che cadere sul francese, non perché migliore della altre ma per la sua maggiore diffusione, sia che si tratti di una lingua universale, ancora da inventare o già parzialmente abbozzata come l’esperanto. La nascita dell’esperanto, ad opera del medico polacco Lejzer Ludovik Zamenhof, risale al 1887. classificato come lingua ausiliaria internazionale (Lia), la derivazione lessicale dell’esperanto è prettamente neolatina, ma si avvale anche dell’apporto di strutture linguistiche germaniche, slave e greche. Una lingua unica eviterebbe le problematiche prima discusse, ma resterebbe da verificare la sua facilità d’apprendimento, la sua validità intrinseca, la logica delle derivazioni, sia che ci si riferisca al poco convincente esperanto, sia che si consideri l’eventualità di affidare a un’équipe di esperti la creazione di un’altra Lia. Il problema della ricerca di una lingua universale, si una lingua perfetta con la quale comunicare con tutti i popoli della Terra ha assillato l’uomo fin dal crollo della Torre di Babele che, stando alle Sacre Scritture, avrebbe causato un irreversibile confusione delle lingue. Tale ricerca, condotta attraverso i secoli con esiti frustranti, era sempre stata affrontata esclusivamente su scala mondiale, ma erano anche mancate delle motivazioni sufficientemente forti perché si potessero ottenere dei risultati concreti.
In fondo, la lingua perfetta ha sempre rappresentato una grande utopia, un sogno impossibile da realizzare che ha spesso stuzzicato la mente dell’uomo, probabilmente come la ricerca del santo Graal. Ma oggi il campo dei ricerca è più ristretto, la necessità di una chimerica ricerca della lingua perfetta è largamente superatala quella più concreta di sconfiggere il plurilinguismo (o il trilinguismo!) e inoltre disponiamo di strumenti tali che diffondere una Lia, una qualsiasi, ancorché imperfetta, non sarebbe certo un’impresa titanica. In passato, più che nella ricerca della lingua unica, il problema stesso consisteva nella sostanziale impossibilità di diffonderla. Nell’epoca attuale, la diffusione di una Lia si presenterebbe estremamente agevole, come afferma Umberto Eco, nel seguente brano, tratto da La ricerca della lingua perfetta (Bari, 1993, Laterza), un saggio di eccezionale rigore intellettuale che potrebbe essere foriero di una nuova presa di coscienza da parte della CEE, in ordine alla decisione politica di adottare una Lia antibabelica per la costruzione dell’Europa Unita: “Se gli albanesi e i tunisini hanno appreso facilmente l’italiano solo perché la tecnologia permette loro di captare le stazioni televisive italiane, a maggior ragione i popoli diversi potrebbero familiarizzarsi con una Lia alla quale le televisioni di tutto il globo dedicassero una serie sufficiente di trasmissioni quotidiane, in cui si iniziassero a scrivere, per esempio, i discorsi pontifici o le deliberazioni delle varie assise internazionali, le istruzioni sulle scatole dei gadgets, gran parte dei software elettronico, o in cui addirittura si svolgessero le comunicazioni tra piloti e controllori di volo.”
La nascente Europa Unita è chiamata all’ennesima prova di maturità e c’è da adeguarsi che possa superarla brillantemente, così com’è avvenuto finora per altri problemi intricati che la Comunità ha dovuto affrontare e risolvere. Ma è necessario che non si lasci condizionare da Paesi ritenuti “determinanti”e soprattutto che sappia far tesoro dell’apporto di studiosi europei della levatura di Eco.

Da “I grandi percorsi dell'attualità”
Di Vittorio Panico

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