Una carta per l’Europa

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Una Carta per l'Europa disunita
Verso il compromesso

Sempre più brutta e sempre più necessaria, la Costituzione europea esiste già. Perché sin da oggi, mentre a Bruxelles comincia la stretta finale e tutti sperano che la nuova Charta possa essere approvata in giugno, la nevrosi europea ha assunto forme e contenuti quasi «istituzionali» tanto all'interno quanto all'esterno dell'Unione.
All'interno trova conferma una generale volontà politica di compromesso, e sull'aspetto tecnico più controverso, quello che deve decidere le modalità di decisione in Consiglio, il sistema della «doppia maggioranza» sarà mantenuto al prezzo di un innalzamento delle percentuali tanto per gli Stati quanto per le quote di popolazione. Formule condivisibili vengono annunciate anche sul numero dei commissari, su quello dei parlamentari e sull'insieme delle altre questioni rimaste fino ad oggi insolute. Si tratta evidentemente di un'evoluzione positiva, ma la voglia di consenso espressa dai governi ha un risvolto di non poco conto. l'intesa che si profila sarà «al ribasso, meno ambiziosa e meno efficace del testo preparato lo scorso anno dalla Convenzione.
E, come se non bastasse, sul Trattato costituzionale in gestazione si è abbattuta con la forza di un colpo di maglio la decisione di Tony Blair di indire un referendum per sancirne la ratifica. Nessuno al giorno d'oggi, e probabilmente nemmeno Blair, può ritenere probabile una vittoria della Costituzione in sede referendaria. Il che suggerisce non pochi interrogativi sulla rotta politica di Blair e sulle motivazioni che l'hanno ispirato, ma soprattutto comporta due conseguenze pratiche assai poco beneauguranti. Da un lato, Londra potrà invocare il «rischio referendum» per ottenere nel Trattato un consolidamento ulteriore delle autonomie nazionali e una ulteriore compressione delle decisioni a maggioranza.
Dall'altro, se il referendum dovesse dare comunque esito negativo (pericolo che esiste anche in altri Stati, ma in nessuno con la probabilità britannica) l'intera Unione dovrà affrontare il dilemma tra rinunciare o trovare il modo di aggirare l'ostacolo. E nessuna delle due vie appare promettente.
Le cose non stanno molto meglio, anzi stanno peggio, sul versante di quella «personalità internazionale» che la nuova Costituzione dovrebbe dare all'Europa. Passi avanti, è giusto ricordarlo, sono stati e vengono compiuti, con la politica estera al traino della difesa e della sicurezza comuni. I cinque Paesi dell'Eurocorpo assumeranno in agosto il comando dell'Isaf in Afghanistan, la responsabilità delle forze dislocate in Bosnia passerà all'Europa entro l'anno, procede l'iniziativa per reparti di pronto intervento in Africa, un accordo è stato raggiunto per evitare doppioni tra difesa europea e Nato.
Ma non può sfuggire che il tema centrale, il decisivo terreno di collaudo, oggi si chiama Iraq. E allora troviamo, per citare soltanto i casi principali, la Gran Bretagna a fianco degli Usa, l'Italia (pur divisa dopo la posizione annunciata dall'Ulivo) ferma nel non ritirare i suoi soldati, la Spagna impegnata nel disimpegno, la Polonia presente ma con un piede alzato, la Francia e la Germania inamovibili nella scelta di non partecipare. Davanti a questa triste ricognizione, conta poco che le posizioni degli europei convergano sulla crisi israelo-palestinese o sulla formula americana (ora ampiamente emendata) del «Grande Medio Oriente». E' sull'Iraq che bisognerebbe elaborare una posizione comune oggi clamorosamente inesistente, anche perché Iraq significa rapporto, odierno e forse futuro, con gli Stati Uniti.
L'impresa appare impossibile, ma forse le apparenze ingannano. Non sarebbero d'accordo tutti o quasi tutti gli europei (purché non si torni a discutere di chi aveva ragione e chi torto, perché qui sono i fatti a parlare) su un passaggio di poteri a fine giugno che risulti genuino e soprattutto visibile per gli iracheni, su una de-americanizzazione della presenza straniera a vantaggio dell'Onu e di entità multinazionali (nel settore militare come in quello delle risorse economiche), su un calendario che già figura nel «piano Brahimi» e che potrebbe diventare un vademecum per il ritiro (pensiamo al 2005) capace di evitare che l'Iraq si frantumi o diventi un centro mondiale di irradiazione terroristica?
Certo, ogni giorno che passa il margine di manovra si assottiglia. Ed è anche vero che l'America pare poco disposta, almeno per ora, ad andare oltre una «sovranità molto limitata» che in Iraq poco cambierebbe. Ma sta di fatto che l'Europa ad avere un peso unitario non ci sta nemmeno provando, e pare anzi gelosa delle sue divisioni.
La Costituzione, men che meno quella annacquata che si annuncia, non potrà porre rimedio a tanti malanni. Ma deve egualmente essere approvata. Perché sarà un primo passo, suscettibile di evoluire. Perché sarà un pegno di speranza per colmare il vuoto storico che si è creato tra il declino degli Stati nazionali e l'inconsistenza politica della loro unione. Perché la Costituzione zoppicante ma vera autorizzerà comunque maggiore fiducia nel futuro rispetto a quella virtuale e tutta negativa dell'Europa di oggi.

FRANCO VENTURINI
CORRIERE DELLA SERA, 18.05.2004, p. 1
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