Un vocabolario per amico

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Leggere il vocabolario

Cinque ‘voci’ per l’agilità della mente

di Maria Luisa Altieri Biagi

Viaggi per mare e relativi naufragi sono sempre più rari, oggi, ma continua a circolare una domanda a cui non è facile sottrarsi: “Quale libro porteresti con te su un’isola deserta?”. Per quanto mi riguarda, ho ammesso su questo giornale, il 29 settembre scorso, che –se costretta all’isolamento- avrei scelto un dizionario: possibilmente il “Grande dizionario della lingua italiana” della Utet, in ventuno volumi, perché – contenendo tutte le parole italiane e documentandone l’uso – può anche suggerirne nuovi impieghi e combinazioni originali: un vocabolario è infatti – oltre che strumento di controllo – fonte di ricchezza concettuale e di creatività linguistica.

Pensavo di aver risposto in modo originale, ma mi sono accorta in seguito, rileggendo “Dizionari italiani: storia, tipi, struttura” di Valeria Della Valle (Carocci) che Gesualdo Bufalino aveva già fatto la stessa scelta, con la stessa motivazione ma con parole più belle delle mie: “Se finissi in un’isola […] non vorrei altro libro che un dizionario. Tante sono le grida e le musiche ch’è possibile udire nelle sue viscere vertiginose” (“Argo il cieco ovvero i segni della memoria”, Sellerio). Esiste anche un precedente narrativo della mia scelta: si tratta del commissario Kostas Charitos della polizia di Atene, personaggio creato dallo scrittore Petros Markaris per una fortunata serie poliziesca (iniziata nel 1995 con “Ultime della notte”). Per rilassarsi il commissario greco non suona il violino come Sherlock Holmes, non fuma la pipa come Jules Maigret, non coltiva orchidee come Nero Wolfe, ma legge un dizionario (ovviamente greco): lettura abituale, la sua, dettata da curiosità costante, non da un episodico bisogno di controllo. Se poi risaliamo al Settecento, troviamo che Francesco Algarotti – l’autore del “Newtonianismo per le dame” (1737) – passava le sue giornate “voltolando” le pagine del Vocabolario della Crusca (così dichiara lui, in una lettera): nato a Venezia e vissuto per anni a Bologna e a Padova, non stupisce che volesse attingere la lingua toscana (ormai promossa a lingua letteraria italiana) da una fonte documentaria sicura.

Oggi il vocabolario non viene ‘voltolato’, né esplorato; se tutto va bene, viene “consultato” quando serve un controllo dell’accento o della forma o del significato di una parola. Il guaio è che non tutti sentono il bisogno di un controllo perché non tutti hanno il beneficio del dubbio. Non aveva dubbi l’ingegnere della Ferrari che, per anni – ora si è corretto! – ha pronunciato in televisione “circuìto” (cioè, uomo “raggirato”, “ingannato”) invece di circuito (“pista ad anello”). Né ha dubbi chi – in cerca di lavoro – inizia il suo “curriculum” scrivendo: “Sarò conciso e ‘lapideo’” (cioè “di pietra”, “marmoreo”) invece che “lapidario”, “incisivo”, “denso di significato” (“La mia azienda sta stirando le cuoia, 100 curricula ridicola dell’Italia che cerca lavoro”, Sperling & Kupfer). Non dubita neppure un noto conduttore televisivo – educato, provvisto di senso dell’umorismo e impeccabile nell’uso del congiuntivo – che qualche giorno fa ha usato “voce ‘stentorea’” nel significato di “voce debole, incerta, ‘stentata’”. Ma una voce “stentorea” è chiara e forte: esattamente il contrario di una voce “stentata”! Un vocabolario avrebbe risolto il problema, se consultato, spiegando che l’aggettivo “stentoreo” non deriva da “stentare”, “stento”, ma da “Sténtore” (greco “Sténtor”, poi latino “Stentore(m)”: nome proprio di un “eroe omerico dal potente grido di guerra” (Zingarelli).

Il vocabolario meriterebbe dunque un’attenzione regolare, non limitata alle emergenze: almeno cinque “voci” (o “lemmi”) al giorno per l’agilità del cervello, come venti flessioni per la scioltezza delle articolazioni. E già immagino la reazione scandalizzata dei teorici della “motivazione”, per questa razione giornaliera di parole “estratte dal ‘contesto’”, “prive di interesse comunicativo”, ecc. e ammetto che sarebbe meglio prelevare queste parole da “testi”, orali o scritti. Ma penso anche che la curiosità linguistica (se opportunamente risvegliata e alimentata da familiari e insegnanti) sia – di per se stessa – motivazione sufficiente all’esplorazione del vocabolario. Chi insegna lingua, in particolare, dovrebbe avere e diffondere la consapevolezza che le parole non sono “etichette” da applicare alle cose, ma veri e propri “perimetri concettuali”, senza i quali il nostro pensiero rimarrebbe incerto e nebuloso (lo diceva Ferdinand De Saussure, forse il più grande linguista del Novecento). La lingua, insomma, non serve soltanto a parlare con altri, cioè a “comunicare”, ma anche a parlare con se stessi, cioè a “pensare”: essa è dunque palestra dell’intelligenza, strumento della logica, veicolo dell’immaginazione. Ho parlato finora di vocabolari pensando soprattutto a quelli “dell’uso”, che registrano la lingua contemporanea e che sono i più noti e diffusi (ce ne dovrebbero essere uno in ogni aula e in ogni casa e il suo costo dovrebbe essere detraibile dalle tasse). Naturalmente la lingua contemporanea eredita dal passato e anticipa il futuro, sicché i confini di questa ‘contemporaneità’ sono molto elastici e dipendono largamente dagli iniziali criteri di scelta dei vari autori e editori.

Ho nominato anche il “Grande Dizionario della lingua italiana” Utet che è un “vocabolario storico”, cioè uno di quelli che registrano e descrivono la lingua nell’intero arco della sua evoluzione storica attraverso la citazione di esempi tratti da autori di testi letterari e non-letterari (scientifici, giuridici, ecc.). Esistono anche dizionari “etimologici” che risalgono la storia delle parole alla ricerca del loro germoglio (data e luogo di ‘nascita’, o di prima documentazione) e ne seguono le modifiche di forma e significato nel corso dei secoli e dei millenni.

Concludiamo con i “dizionari dei sinonimi” che affiancano a ogni parola altre parole di significato “uguale”, in grado di sostituire la prima in tutti i contesti (caso rarissimo); oppure parole di significato “simile”, che hanno in comune con la prima parola una parte più o meno ampia del significato (ma hanno anche differenze che non consentono la sostituzione totale). Individuare somiglianze e differenze è un esercizio mentale di primaria importanza che potrebbe fare di questo tipo di dizionario – se progettato in modo da segnalare le diverse sfumature di significato – un importante attrezzo di quella “palestra dell’intelligenza” di cui prima parlavo.

(Da La Nazione, 12/3/2207).

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