Un nuovo piano Marshall per distruggere gli Stati Uniti d’Europa

Posted on in Europa e oltre 25 vedi

Un nuovo piano Marshall per distruggere gli Stati Uniti d’Europa

Di Giorgio Pagano

Barak Obama annuncia i «negoziati per una partnership sul commercio e l’investimento transatlantico (Transatlantic Trade and Investment Partnership) con l’Unione europea, perché un commercio libero ed equo attraverso l’Atlantico sosterrà milioni di posti di lavoro in Usa». Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, e il commissario europeo per il Commercio, Karel De Gucht, precisano che l’accordo mira non solo alle tariffe doganali, ma che toccherà anche l’accesso agli appalti pubblici e agli investimenti. Un “nuovo patto atlantico”, come si è espressa la scorsa settimana l’ attuale sottosegretario agli Affari Esteri Marta Dassù in un articolo pubblicato su La Stampa. Difficile assistere a questa fanfara senza rimanere feriti, in quanto patrioti europei, dalla superficialità delle tesi proposte e da quanto sia sottotono e dimessa la strategia progettuale invocata per il nostro continente.

La retorica del libero scambio non è che uno slogan che nasconde la realtà dei rapporti di forza esistenti fra Europa ed America senza proporsi di modificarli a vantaggio di entrambi i contraenti (cosa che il termine patto porterebbe ad immaginare) ma solo per consolidare una situazione di disparità esistente e semmai per acuirla. Del resto lo dice apertamente anche la Dassù nell’articolo citato: “va detto subito: non è un’idea nuova”. Però continua: “Nuova è la convinzione con cui la sostiene un’ amministrazione americana che vede ancora nell’Europa, non nella Cina, il partner economico decisivo. I dati sono lì a dimostrarlo. Europa e Stati Uniti generano insieme un flusso commerciale di due miliardi di euro al giorno, un terzo del totale mondiale. Un accordo di libero scambio – progetto sostenuto in questi anni soprattutto da Germania, Gran Bretagna e Italia – avrebbe benefici economici tangibili. Ma l’idea non è mai riuscita ad andare oltre le affermazioni di principio, data la complessità delle tematiche affrontate e la capacità di interdizione delle varie lobby che traggono profitto da mercati protetti. Oggi – fallito il negoziato di Doha sul commercio globale, passate le elezioni americane (fasi in cui qualunque apertura commerciale è tabù) e constatato, da parte degli europei, che la domanda è «esterna» o non è – sono riunite finalmente le condizioni necessarie, economiche e politiche, per avviare il negoziato”.

Proprio dal citato “Doha Round” bisogna partire per capire quello che sta succedendo.

L’america vorrebbe senz’altro rivolgersi al Pacifico e incrementare la sua penetrazione in Asia, ma proprio il fallimento totale di quei negoziati indica che le potenze asiatiche non ci stanno ad accettare le condizioni poste da una superpotenza che ormai non è più tale, ma una superpotenza “low-cost”.

Ecco perché il vicepresidente Joe Biden, dalla Conferenza di Monaco, chiedeva pochi giorni or sono agli europei di costruire un’area di libero scambio, prontamente incalzato oggi da Obama. In attesa di trovare, si spera, un modo di aggredire maggiormente l’oriente, gli USA cercano di tamponare il declino inasprendo la propria penetrazione ad occidente, favoriti da un processo di colonizzazione strisciante in atto ormai da oltre settanta anni e che proprio adesso potrebbe dare i suoi frutti migliori: l’inglese ormai sulla via per diventare la prima lingua dell’Unione Europea e, appunto, “un accordo non settoriale ma ampio, che includa i flussi commerciali, i servizi, gli investimenti, gli appalti pubblici, le disposizioni in materia di Pmi, l’accesso alle materie prime e all’energia. Un comprehensive free trade agreement (Fta)”.

Non si può non evidenziare ancora una volta come Regno Unito e USA lavorino congiuntamente per spezzare la costruzione federale e politica dell’Europa: sono passate poche settimane dal discorso di Cameron che ha invocato una forma puramente “mercantilistica” di convivenza fra le nazioni europee (linea oltretutto ribadita con successo al vertice europeo) e ancor meno dal misero bilancio europeo approvato che già gli Stati Uniti auspicano di inserirsi esattamente in questa linea. Nella prospettiva di costruire davvero gli Stati Uniti di Europa, il primum logico deve essere di costruirsi la libertà, cioè le condizioni per trattare alla pari con alleati che siano tali e non colonizzatori. Un’efficace europa federale, unita politicamente e linguisticamente, deve prima di tutto mirare a questo. Una volta capito ciò, tutte le argomentazioni addotte dai retori del libero scambio cadono implacabilmente.

Si dice che ci conviene agganciarsi all’America per sfruttare la svalutazione del dollaro che si sta perseguendo e non soffrire dell’inevitabile forza dell’euro. Ma non sarebbe molto meglio fare in modo di garantirci la possibilità di una politica monetaria più libera, oltretutto con il risultato di condizionare fortemente anche gli altri Stati a compiere scelte che rispettino un equilibrio globale?

Si dice che ci conviene agganciarsi alla (ipotetica) ripresa americana per poter disporre di energia a costo più basso prodotta con indubbio vantaggio dagli US attraverso le nuove tecnologie LTO (Liht Tight Oil) e Shale Gas. Ma non potremmo noi stessi implementare nuove tecnologie, magari anche più moderne e avanguardistiche di quelle americane?

Intanto disponiamo di un mercato interno di mezzo miliardo di eurocittadini, il più florido del mondo, per quanto ancora dovremo svenderlo all’America? Senza contare che l’Asia è addirittura ingorda di prodotti europei, costosi ma di altissimo livello, come dimostra il successo enorme che alcuni paesi già possono vantare su quei mercati, come dimostra il caso della Germania in Cina.

Sul Welt am Sonntag hanno scritto Olaf Gersemann e Martin Greive che gli Stati Uniti non sono al momento partner affidabili per un simile progetto. Esso richiederebbe delle strutture di controllo ad oggi non sufficientemente sviluppate per evitare di finire preda delle lobby americane. Inoltre il cuore pulsante dell’economia del futuro sarà in sud America e in Asia, proprio le macro-zone che si sentiranno ferite da un accordo bilaterale con gli USA, privando l’eurozona di possibilità concrete di espansione futura.

Potremmo aggiungere noi: che senso ha non proporre piuttosto alla Russia di entrare nell’Unione Europea? Si tratterebbe, questo sì, di un partner attendibile per il futuro e unito da un profondo legame storico-culturale con il resto del continente (oltretutto a maggioranza religiosa cristiana). Perché, pur potendo vincere, le nostre classi politiche continuano a voler fare gli zerbini e ad adoperarsi per farci guadagnare le briciole quando abbiamo le carte in regola per mangiarci la torta?

Da eurobull.it, 04/03/2013




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.