Un museo per l’Europa

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INTERVISTA. La nuova Ue avrà un centro espositivo ad hoc, che aprirà a Bruxelles nel 2007- parla il direttore scientifico, lo sto Pomian
Un museo per l’Europa

DA PARIGI NATHALIE CROM

Storico e filosofo, Krzysztof Pomian è nato in Polonia nel 1934. Costretto all'esilio nel 1973, si è stabilito a Parigi dove ha insegnato alla prestigiosa Ecole pratique des hautes études en sciences sociales (Ehess). Autore di numerose pubblicazioni sulla storia della cultura europea, è di recente stato nominato direttore scientifico del futuro Museo dell'Europa che aprirà i battenti a Bruxelles nel 2007. Professor Pomian, qualche anno fa confessava la sua inquietudine di fronte a un processo di unificazione europea che riguardava essenzialmente le élites toccando poco la maggioranza degli europei. Prova ancora la stessa sensazione? «Sia i sondaggi sia i risultati elettorali continuano a indicare che l'atteggiamento delle persone nei confronti dell'unificazione europea è tanto più favorevole quanto più elevata è la loro posizione sulla scala dell'istruzione e del reddito. L'interesse per l'Europa da parte di una fetta importante della popolazione è soprattutto negativo: si temono le conseguenze dell'integrazione europea. Che viene considerata responsabile della disoccupazione, dell'erosione dei “vantaggi acquisiti”, della perdita degli abituali punti di riferimento. Non mi sembra che tali convinzioni stiano regredendo. Per l'Unione europea gli anni a venire rischiano di essere portatori di tutti i pericoli, in particolare a causa dei referendum sul trattato costituzionale. Che però a mio avviso sono indispensabili. Evitarli è un segno di disprezzo della democrazia. Ma se non saranno preparati attraverso un lavoro in profondità – ossia attraverso una vera educazione al
l'Europa, riuscendo a dissipare le inquietudini, talvolta le angosce,suscitate all'evoluzione dell'Unione europea e in particolare dall'allargamento -, si andrà diritti verso la catastrofe».Nel processo di costruzione europea, le sembra che vengano trascurate l'Europa politica e quella culturale?«Non si può dire che vengano trascurate. Semplicemente, sono molto più difficili da costruire rispetto all'Europa economica. Nel caso dell'Europa culturale, per il fatto che una cultura europea – nel senso stretto del termine – non esiste dall'epoca della nazionalizzazione della cultura nel corso dei secoli XIX e XX. Le culture restano essenzialmente nazionali, legate a lingue, tradizioni, istituzioni diverse a seconda dei Paesi. Quanto all'Europa politica, che dire? Si tratta di un'Europa in grado di agire di concerto a livello internazionale. Ma come concepire una politica estera comune a Francia e Gran Bretagna, che non hanno le stesse relazioni con gli Stati Uniti? E, ipotizzando che ce ne fosse una, come sarebbe possibile che queste potenze nucleari, membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu, avessero una politica estera comune con Svezia o Austria, affezionate alla neutralità? Anche in quest'ambito ci vorranno anni, se non decenni, per trovare soluzioni a problemi ereditati da un passato remoto». Cosa porteranno alla costruzione europea i Paesi che fanno oggi il loro ingresso nell'Ue? «Tali Paesi non dovrebbero essere trattati come un blocco. Anche quelli che hanno dovuto subire il dominio sovietico e i regimi da esso instaurati sono lontani dal formare un insieme omogeneo. Le tradizioni nazionali e le culture politiche che le impregnano sono diversissime. Lo si può vedere confrontando i percorsi fatti da questi Paesi nel corso degli ultimi quindici anni, quando l'apparente uniformità imposta dall'esterno ha lasciato il posto all'espressione delle loro individualità. Resta probabile, tuttavia, che un certo patriottismo europeo – che esiste, nonostante tutto, nei vecchi membri dell'Ue – sia assente da tutti c uei Paesi. Ce ne sono alcuni che ne l'ingresso nell'Unione vedono essenzialmente la strada per migliorare la loro situazione economica. Altri dimostrano un'incapacità a piegarsi alla ricerca dei compromessi come strumento per pro
muovere l'integrazione,perché non hanno la cultura del compromesso.In generale, non penso si possa vedere nei nuovi arrivati una forza operantenel senso di una maggiore integrazione.Dovrà passare molto tempo prima che lo diventino>>. Bisogna a suo parere porre limiyi all’espansione dell’Unione Europea? <­<­Si. Volere un’unione senza frontire significa volere che essa non esista. Che ne sarebbe del tracciato di tali frontiere?Non ci si accorge che un’Unione europea con con frontiere in Asia centrale e sulle coste del mare di Behring non sarebbe più unita?L’Ue non è l’organizzazione mondiale del commercio.Un giorno, forse, un mercato comune abbraccerà Unione europea, Turchia e Russia. Oggi siamo ancora lontani. Del resto si dimentica che modernizzare non è necessariamente lo stesso che europeizzazione. Il passato religioso e culturale non si lascia cancellare.Il medioevo, il Rinascimento, la riforma e l’illumininismo hanno impresso impresso tracce indelebili all’Europa. Il Giappone si è modernizzato e, cosi facendo, ha trapiantato sul suo suolo numerose istituzioni d’origine europea; eppure non si candida a entrare nell’Unione. La Turchia, pur diventando moderna, non diventa europea. Elabora una sintesi originale tra modernità e un passato segnato dall’Islam. Quanto alla Russia, i suoi L’Europa sono oggetto di dibattito tra gli stessi russi. E basta un’occhiata alla cartina per convincersi che la russia è un mondo, nel senso che dava a questo termine Fernand braudel. Cosa accadrà nel giro di decenni o secoli, nessuno può dirlo. Ma attualmente, né Turchia né Russia hanno la vocazione a entrare nell?unione europea>>.

Avvenire p,23
06-10-2004

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