Un linguaggio particolare

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Gergo e gesti, ecco la lingua delle carceri

Il codice non scritto utilizzato dai detenuti per comunicare: l’analisi degli esperti

di Luisa Ciardi

Chi ha “pugnalato l’orologio” è stato condannato all’ergastolo, chi “fa la ricotta” vive facendosi mantenere da una prostituta e chi ha preso “i confetti” non ha proprio nulla da festeggiare, perché è in ospedale con qualche proiettile addosso. E’ il linguaggio del carcere, anzi delle carceri, perché ogni luogo di reclusione sembra avere le proprie parole e i propri codici.

Grammatiche non scritte e vocabolari mai stilati che poi viaggiano, si mescolano e si diffondono da una città all’altra, con i detenuti. Una Babele di segni, parole e suoni, diventata protagonista di un ciclo di incontri, mostre e proiezioni dal titolo “Voci dal carcere. Linguaggi e segni nella comunicazione intramuraria”, ospitato fino al 22 settembre alla Mediateca regionale toscana di Firenze. L’idea è quella di ripercorrere la storia di questa lingua così particolare e di analizzare i suoi ultimi sviluppi, inevitabilmente influenzati dall’ingresso in carcere di tanti immigrati.

“Un tempo il linguaggio del carcere era legato al gergo camorristico e mafioso – spiega lo storico Christian De Vito, che ha svolto una serie di ricerche d’archivio sulle antiche corrispondenze dei reclusi, ma anche sui nuovi linguaggi nel carcere fiorentino di Sollicciano – poi si è arricchito sotto l’influenza dei nomadi e, recentemente, degli immigrati”.

Così, se un tempo si parlava di “movimento” per alludere a un’evasione, di “mammasantissima” per indicare un detenuto particolarmente pericoloso e in grado di imporsi sugli altri, o di “capiuzziello” per il carcerato che cercava di sopraffare i compagni, i termini sono oggi più coloriti, meno legati al dialetto meridionale, con molti diminuitivi e diversi riferimenti al mondo animale.

Ecco così che “l’uccello di bosco” è il latitante, “l’erbivoro” è chi si abitua e si rassegna alla vita carceraria, il “corvo” è l’ufficiale giudiziario, la “marmotta” la cassaforte, i “cavalli” i carabinieri e il “circuito dei camosci” il carcere speciale.

Ma la comunicazione, in cella, non viaggia solo attraverso le parole. A “radio carcere”, come i detenuti chiamano il rimbalzare di voci e notizie da una cella all’altra, contribuiscono anche alcune figure chiave come gli “spesini” e gli “scrivani”, ovvero i detenuti che hanno il compito – riconosciuto dalle autorità carcerarie – di fare spesa per gli altri o di aiutarli a compilare lettere e moduli di autorizzazione, le cosiddette “domandine”.

“Questi personaggi hanno un ruolo fondamentale nella comunicazione carceraria – continua De Vito – perché è grazie a loro che le notizie si diffondono da una cella all’altra”.

“Altri strumenti, benché più estremi, sono i tatuaggi o addirittura l’autolesionismo, che consente ai carcerati di uscire di cella e di comunicare almeno con un medico”. Ogni carcere ha poi elaborato i propri peculiari strumenti di comunicazione. Un caso tutto particolare è, per esempio, la casa circondariale di Sollicciano, a Firenze. Qui, grazie alla forma circolare della struttura, i detenuti riescono a dialogare da un braccio carcerario all’altro e soprattutto dal femminile al maschile.

Usano il cosiddetto “panneggio”, una sorta di chat primordiale, fatta di gesti e movimenti, che porta a volte alla nascita di veri e propri amori, con tanto di incontri finali al buio, a detenzione conclusa.

“I carcerati sventolano un panno dalla finestra oppure, durante la notte, accendono e spengono aritmicamente un accendino – conclude De Vito -. A ogni lettera corrisponde un numero di accensioni e di giri del panno. L’altro carcerato comunica invece, con specifici segni, quando ha capito il senso della parola o della frase, magari senza che sia necessario concluderla”. Un modo di passare il tempo, conoscere nuove persone e comunicare che sembra superare ogni ostacolo linguistico. Ci sono immigrati, assicurano gli studiosi, che pur di partecipare al “panneggio” hanno imparato l’italiano.

(Da La Nazione, 12/9/2006).

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1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Gergo e gesti, ecco la lingua delle carceri<br /><br />
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Il codice non scritto utilizzato dai detenuti per comunicare: l’analisi degli esperti<br /><br />
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di Luisa Ciardi<br /><br />
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Chi ha “pugnalato l’orologio” è stato condannato all’ergastolo, chi “fa la ricotta” vive facendosi mantenere da una prostituta e chi ha preso “i confetti” non ha proprio nulla da festeggiare, perché è in ospedale con qualche proiettile addosso. E’ il linguaggio del carcere, anzi delle carceri, perché ogni luogo di reclusione sembra avere le proprie parole e i propri codici.<br /><br />
Grammatiche non scritte e vocabolari mai stilati che poi viaggiano, si mescolano e si diffondono da una città all’altra, con i detenuti. Una Babele di segni, parole e suoni, diventata protagonista di un ciclo di incontri, mostre e proiezioni dal titolo “Voci dal carcere. Linguaggi e segni nella comunicazione intramuraria”, ospitato fino al 22 settembre alla Mediateca regionale toscana di Firenze. L’idea è quella di ripercorrere la storia di questa lingua così particolare e di analizzare i suoi ultimi sviluppi, inevitabilmente influenzati dall’ingresso in carcere di tanti immigrati.<br /><br />
“Un tempo il linguaggio del carcere era legato al gergo camorristico e mafioso – spiega lo storico Christian De Vito, che ha svolto una serie di ricerche d’archivio sulle antiche corrispondenze dei reclusi, ma anche sui nuovi linguaggi nel carcere fiorentino di Sollicciano – poi si è arricchito sotto l’influenza dei nomadi e, recentemente, degli immigrati”.<br /><br />
Così, se un tempo si parlava di “movimento” per alludere a un’evasione, di “mammasantissima” per indicare un detenuto particolarmente pericoloso e in grado di imporsi sugli altri, o di “capiuzziello” per il carcerato che cercava di sopraffare i compagni, i termini sono oggi più coloriti, meno legati al dialetto meridionale, con molti diminuitivi e diversi riferimenti al mondo animale.<br /><br />
Ecco così che “l’uccello di bosco” è il latitante, “l’erbivoro” è chi si abitua e si rassegna alla vita carceraria, il “corvo” è l’ufficiale giudiziario, la “marmotta” la cassaforte, i “cavalli” i carabinieri e il “circuito dei camosci” il carcere speciale. <br /><br />
Ma la comunicazione, in cella, non viaggia solo attraverso le parole. A “radio carcere”, come i detenuti chiamano il rimbalzare di voci e notizie da una cella all’altra, contribuiscono anche alcune figure chiave come gli “spesini” e gli “scrivani”, ovvero i detenuti che hanno il compito – riconosciuto dalle autorità carcerarie – di fare spesa per gli altri o di aiutarli a compilare lettere e moduli di autorizzazione, le cosiddette “domandine”.<br /><br />
“Questi personaggi hanno un ruolo fondamentale nella comunicazione carceraria – continua De Vito – perché è grazie a loro che le notizie si diffondono da una cella all’altra".<br /><br />
“Altri strumenti, benché più estremi, sono i tatuaggi o addirittura l’autolesionismo, che consente ai carcerati di uscire di cella e di comunicare almeno con un medico”. Ogni carcere ha poi elaborato i propri peculiari strumenti di comunicazione. Un caso tutto particolare è, per esempio, la casa circondariale di Sollicciano, a Firenze. Qui, grazie alla forma circolare della struttura, i detenuti riescono a dialogare da un braccio carcerario all’altro e soprattutto dal femminile al maschile.<br /><br />
Usano il cosiddetto “panneggio”, una sorta di chat primordiale, fatta di gesti e movimenti, che porta a volte alla nascita di veri e propri amori, con tanto di incontri finali al buio, a detenzione conclusa.<br /><br />
“I carcerati sventolano un panno dalla finestra oppure, durante la notte, accendono e spengono aritmicamente un accendino – conclude De Vito -. A ogni lettera corrisponde un numero di accensioni e di giri del panno. L’altro carcerato comunica invece, con specifici segni, quando ha capito il senso della parola o della frase, magari senza che sia necessario concluderla”. Un modo di passare il tempo, conoscere nuove persone e comunicare che sembra superare ogni ostacolo linguistico. Ci sono immigrati, assicurano gli studiosi, che pur di partecipare al “panneggio” hanno imparato l’italiano.<br /><br />
(Da La Nazione, 12/9/2006).<br /><br />
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