UN CALCIO ALLA LATINA EUROPA

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UN CALCIO ALLA LATINA EUROPA

di DANZO TAINO

I governi europei sembrano vivere in uno stato di diniego. Prendono sì atto della portata storica della crisi, ormai vecchia di oltre quattro anni. Ma non agiscono di conseguenza e, soprattutto, rifiutano di riconoscere che essa è diventata una crisi politica che scuote la stessa costruzione comunitaria. Con rischi non più solo per la moneta unica. I capi di Stato e di governo che si riuniscono da stasera a Bruxelles, per un vertice sul bilancio preventivo della Ue riferito al periodo 2014-2020, entrano nella riunione divisi più che mai. Se le differenze fossero solo su quanto ogni singolo Paese versa a Bruxelles e quanto poi ne trae in cambio, dopo duri negoziati il compromesso si troverebbe, come è avvenuto in passato. ll guaio è che oggi lo scontro si è caricato di contenuti politici e ideologici. Da un lato, la Commissione e una buona parte dei 27 Paesi vogliono un budget in moderata espansione. La Francia di Francois Hollande, in particolare, sostiene che durante la recessione occorre investire in progetti sociali e in stimoli all'economia (e difende l'amata politica agricola che riceve il 4o per cento dei fondi europei). Dall'altro lato, la Gran Bretagna – sempre più scettica sulla Ue – non vuole spendere a Bruxelles quando a Londra il governo di David Cameron ha tagliato radicalmente le uscite: quindi chiede di congelare il bilancio per il prossimo settennato al livello di quello 2007-2013. La divisione dei fondi è importante, anche per l'Italia, ma al cuore dello scontro ci sono idee diverse sul futuro stesso dell'Europa, sulla dimensione del suo bilancio e quindi delle sue funzioni e del suo potere. Tanto che Cameron minaccia di mettere il veto e, come contromisura, alcuni funzionari di Bruxelles stanno studiando la possibilità di votare un bilancio a 26, senza Londra. È cioè scattata la tentazione reciproca di fare a meno gli uni degli altri.
Un compromesso è ancora possibile. Ma non è scontato. Come risultato di quattro anni di crisi del debito in Europa, la Gran Bretagna ha già preso le distanze sui salvataggi dei Paesi in difficoltà, sul Fiscal Compact (l'accordo sulla disciplina di bilancio firmato da 25 Paesi Ue), sull'unione bancaria che dovrebbe togliere ai singoli Stati il controllo del sistema creditizio e unificarlo nella Banca centrale europea. Una guerra sul bilancio, però, sposterebbe il conflitto dalla moneta – dove Londra va da sempre per i fatti suoi – alla Ue stessa, con rischi seri per il mercato unico. Renderebbe cioè meno improbabile un'uscita del Regno Unito dall'Unione: un sondaggio dei giorni scorsi ha rilevato che il 56 per cento dei britannici sarebbe favorevole; più di un governo europeo non si fascerebbe la testa. Si può pensare che senza la scettica Londra l'Europa funzionerebbe meglio. O che, senza le sue spinte pro-mercato, sarebbe più debole. Ma non si può pensare che un distacco del Regno Unito non avrebbe conseguenze. Per Londra senza dubbio ma anche per la costruzione comunitaria. Di questo e soprattutto del futuro assetto della Ue post-crisi sarebbe bene si discutesse oggi e domani a Bruxelles, senza arrendersi all'idea che una deriva è inevitabile. Ma probabilmente si continuerà a negare lo sfilacciamento progressivo dell'Europa e ad andare avanti nella politica che si persegue da quattro anni, «far rotolare a calci la lattina giù per la discesa», per rinviare i problemi.

(Dal “Corriere della Sera”, 22/11/2012)




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