Ue: ulteriore schiaffo alla lingua italiana

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Le sezioni per i figli dei nostri rappresentanti spostate in periferia.

Per far spazio a quelle dei nuovi stati membri

“Via la scuola italiana” la rabbia dei funzionari Ue

di Alberto D’Argenio

“Diamo lezioni ai governi di mezzo mondo su come far funzionare le amministrazioni, ma quando dobbiamo gestire le nostre strutture facciamo disastri”. L’amara riflessione sulla Commissione Ue non arriva dal solito euroscettico in cerca di facili consensi, ma da un rappresentante italiano a Bruxelles nella doppia veste di alto funzionario e genitore scosso da quanto sta accadendo nelle scuole europee della capitale belga. In breve: ben presto non ci saranno più sezioni italiane, lasciate morire dalle autorità Ue a beneficio di altre lingue e culture, come quella finlandese. Un ennesimo colpo a Roma che negli ultimi anni ha già dovuto combattere contro il declassamento della sua lingua e dei suoi rappresentanti all’interno delle strutture comunitarie.

Il tutto ha avuto inizio nel 2005 quando il board che gestisce le tre scuole Ue di Bruxelles ha deliberato l’apertura di un quarto istituto a Laeken, profonda e disagiata periferia, per risolvere il problema di sovraffollamento delle vecchie classi. Scelta accompagnata da una decisione secca: tutte le sezioni italiane saranno chiuse e spostate nel nuovo polo, costringendo i ragazzi a trascorrere più di due ore al giorno sullo scuolabus per percorrere i 25 chilometri che separano il centro di Laeken al modico prezzo di 2000 euro all’anno. Un bel problema se si considera che a Bruxelles vivono circa 35 mila italiani, un terzo dei quali ha diritto a mandare i figli nelle scuole gestite dall’Ue, gli istituti in cui dall’asilo alla maturità possono studiare nella propria lingua i figli dei funzionari europei – Commissione, Parlamento e Consiglio Ue – dei diplomatici delle varie ambasciate, della Nato e di chi lavora nella miriade di lobby e rappresentanze che ruotano intorno all’Europa.

I genitori hanno reagito coinvolgendo il governo, il vicepresidente della Commissione Ue, Franco Frattini, e l’Istituto di cultura diretto da Pia Luisa Bianco. Riuscendo a bloccare il trasferimento e ottenere dalla Commissione di affidare ad un nuovo comitato, il Cea, la gestione della transizione con “intelligenza e flessibilità”.

Peccato che il Cea ha bloccato tutte le iscrizioni degli italiani nelle vecchie scuole e li ha dirottati verso l’istituto in periferia, ad eccezione di chi ha sorelle o fratelli già iscritti in città. Con risultati drammatici: nel 2008 il principale dei vecchi istituti cittadini accetterà solo cinque “primini” italiani, con il rischio di avere una classe unica dalla prima alla terza elementare e la conseguenza che gli italiani si stanno disperdendo nelle scuole inglesi, francesi e belghe. Con il risultato che la sezione italiana, alla quale il prossimo anno avrebbero avuto il diritto a iscriversi almeno 500 nuovi bambini, chiuderà per esaurimento degli scolari. Uno smacco aggravato dalla scelta di ammettere ben 41 finlandesi e 44 svedesi. E alle ripetute proteste del “sistema Italia”, la Commissione ha sempre dato sorde risposte di ordine burocratico.

Ecco perché gli italiani sono ormai pronti a chiedere al governo di reagire con durezza, facendo ostruzionismo su tutti i dossier Ue fino a quando non sarà risolto il problema. Eventualità non impossibile, visto che la faccenda si è ormai trasformata in un caso diplomatico giunto fino al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che a febbraio aveva appoggiato l’ipotesi, per ora ferma, di costruire una scuola tutta italiana.

(Da La Repubblica, 12/7/2007).

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