Ue, l’ora dell’impegno dopo la festa

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UE, L'ORA DELL'IMPEGNO DOPO LA FESTA

Chi ha seguito le vicende europee degli ultimi cinque anni – dal deludente accordo di Nizza, del dicembre 2000, alla firma del Trattato costituzionale di questa mattina in Campidoglio – ha visto alternarsi ragioni di ottimismo e di pessimismo. Si è trattato di un dibattito soprattutto tra addetti ai lavori, perché il tema dell'Europa è forse ancora troppo astruso ed elitario per poter scaldare i cuori dei cittadini, al di là di alcuni momenti di forte impatto emozionale o politico interno. Tra i primi ricordo, per esempio, le manifestazioni contro la guerra. I secondi, di volta in volta, hanno avuto rilievo interno (o almeno inizialmente tale, come è avvenuto in occasione delle audizioni dei commissari designati); o hanno coinvolto l'intera Unione, come sta avvenendo con la procedura parlamentare di approvazione della nuova Commissione, che ha indotto responsabilmente Manuel Barroso a chiedere un rinvio della votazione, la cui incertezza, e ancor più l'eventuale esito negativo, avrebbero prodotto, oltre agli effetti politici, anche uno sgradevole condizionamento della solenne firma del trattato.
E tuttavia oggi dovrebbe essere, ed è, un giorno di grande ottimismo. Lo è soprattutto se si confronta la situazione attuale con mezzo secolo di storia (ormai sta diventando tale) dell'istituzione europea, a partire dal 25 marzo 1957 (la firma, già allora in Campidoglio, del Trattato di Roma), e più ancora con la storia precedente dell'Europa.
Eppure, al di là della soddisfazione, traspare la preoccupazione. Non solo e non tanto per le omissioni e gli errori che da più parti e con accenti diversi, quando non contrapposti, si imputano alla Costituzione europea. Ma anche, e forse soprattutto, per ciò che potrà accadere alla prova dei fatti: prima, in sede di ratifica del trattato da parte degli Stati membri; e poi, in sede di sua applicazione quotidiana, nella vita di un'Unione più grande e di fronte ai problemi globali con cui essa deve confrontarsi.

Giovanni Maria Flick
La Stampa, 29.10.2004, p. 1

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