UE, Cameron: “Dentro o fuori” Merkel: “Troviamo un compromesso”

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L’ha detto, e non è stata né una reazione impulsiva, né una minaccia, quella del Primo ministro britannico, David Cameron: “non sono un isolazionista, ma voglio un trattato migliore, non solo per noi, ma anche per l’Europa – ha affermato il premier, lo scorso 23 gennaio, nel suo discorso sulle relazioni anglo-europee – Il prossimo manifesto dei conservatori per il 2015, chiederà ai cittadini un mandato perché il governo possa negoziare un nuovo accordo con i partner europei. Una volta raggiunto il nuovo accordo ci sarà un referendum e la scelta sarà molto semplice: dentro o fuori” dall’Europa, ovviamente.

Era nell’aria già da un po’ di tempo, da quando, lo scorso giugno, in un’intervista rilasciata al Telegraph, il leader dei conservatori aveva parlato di sottoporre a referendum la permanenza dell’Inghilterra nell’Unione Europea; ma del resto, Londra, orgogliosa e gelosa della sua Sterlina, è sempre sembrata un seccato e imbarazzato ospite tra le stelle di quella bandiera blu.

Più che mai in questo periodo di crisi, che sta mettendo a dura prova la coesione politica e la crescita economica dell’intera Unione. Non pochi, infatti, sono stati i provvedimenti emanati da Bruxelles che hanno contrariato Westminster : come l’odiata Tobin Tax, ossia la tassazione sulle transazioni finanziarie, che secondo l’Inghilterra causerebbe la fuga di capitali; o la più recente riduzione del risarcimento, rebate, sui fondi strutturali non utilizzati che Londra riceve dai paesi della comunità, prevista nel piano di finanziamento pluriennale Ue 2014-2020. Dunque in tempi di sacrifici, la filosofia del governo britannico sembra essere quella di non disperdere le forze, ottimizzare i guadagni, ed essere democraticamente legittimati a farlo.

Dura la reazione della Germania, con le parole del ministro degli Esteri tedesco Westerwelle: “La Ue ha bisogno di maggiore, non minore integrazione. Londra non può pensare di prendersi solo il meglio”; poi ci ripensa, con la Merkel che, timorosa di perdere uno dei partner più affidabili e competitivi, afferma: “Siamo pronti a parlare dei desideri dei britannici, anche se dobbiamo tenere sempre a mente che paesi diversi hanno desideri diversi, ed è quindi necessario trovare un compromesso equo. Parleremo intensamente con la Gran Bretagna delle sue idee a riguardo, ma abbiamo del tempo per questo nei mesi a venire”.

Ma la reazione più inaspettata viene proprio dai cittadini inglesi, in primis dagli imprenditori che, con una lettera a Cameron affermano: “restare in Europa conviene – niente di filantropico, la business class risponde, infatti, con lo stesso pragmatismo del premier – chiedere oggi un ridimensionamento dei nostri rapporti con Bruxelles metterebbe a rischio la nostra stessa appartenenza all’Ue, il che provocherebbe un danno per la nostra economia”, che tradotto in soldoni significa 25 miliardi di sterline (30,6 miliardi di euro) di perdite fiscali, dovute al conseguente spostamento delle aziende verso il continente, attirate dalle agevolazioni economiche.

Altro dato che Cameron deve riconsiderare, soprattutto in vista delle future elezioni, è anche il 40% dei britannici che al momento voterebbero per la permanenza nell’Ue, contro il 34% favorevoli all’uscita, è la prima volta che si registra un dato simile durante la legislatura dei Tories. Quindi quella che apparentemente poteva sembrare una mossa vincete per la futura campagna elettorale del premier, in realtà, rischia di rivelarsi il suo punto debole e senza la sua riconferma nel 2015, il referendum resterà per molti fortunatamente solo un brutto ricordo.

Da: http://www.mediapolitika.com 28/01/2013




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