Tutti a scuola! D’italiano

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Lo scorso 27 novembre, in una lezione tenuta a Firenze (all’interno di una serie di iniziative promosse dal Consiglio Regionale della Toscana per il centocinquantesimo dall’unità d’Italia), Tullio De Mauro ha messo nuovamente il dito sulla piaga: l’allarmante fenomeno di un analfabetismo che ha superato da tempo il livello di guardia. Ecco un passaggio del suo intervento, nelle parole che gli attribuisce un articolo non firmato apparso sul sito della “Repubblica” (Non sappiamo più l’italiano. L’allarme del linguista De Mauro, www.repubblica.it):

Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficoltà: il 5% non è neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed è a forte rischio di regressione nell’analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello. Non più del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana. Ce lo dicono due recenti studi internazionali, ma qui da noi nessuno sembra voler sentire.

Uno spunto per riflettere sull’italiano che vorrei i nostri studenti sapessero, a scuola e all’università. Il riguardo portato alla forma, oltreché in quanto cura nell’ortografia e nell’interpunzione ed esattezza di pronuncia, vorrei poterlo leggere come elegante chiarezza e apporto creativo, varietà lessicale e spessore semantico, attenzione al ritmo e al respiro della frase, abilità di costruzione dell’edificio testuale e delle sue strutture portanti (intelaiature e architetture) e di supporto (impalcature), rigore nelle logiche di ragionamento, nelle tecniche di argomentazione, nelle strategie di focalizzazione degli snodi del discorso. Necessari paletti che non devono però andare a discapito della creatività e fantasia degli apprendenti.

I componimenti “a schema libero”, disciplinati solo dal titolo, non hanno riscontro «nella realtà comunicativa extrascolastica (dove nessuno scrive temi, ma semmai lettere, relazioni, saggi, articoli, recensioni, verbali ecc.)» (Stefano Gensini)? Sono disposto ad ammetterlo, pur avversando tanto la tirannia della comunicazione quanto la prepotenza dei pragmatici nell’era della valutazione; tuttavia, se l’alternativa al vecchio tema è lo “schema facilitato” di questa traccia di stesura (elaborata in un liceo scientifico piemontese), il rimedio mi pare di gran lunga peggiore del male:

Scrivi un testo a carattere narrativo (due mezze facciate protocollo) attenendoti ai seguenti vincoli: i) questo sarà l’inizio: «Il boato fu tremendo»; ii) questa sarà la conclusione: «Su ogni cosa calò un silenzio irreale»; iii) il narratore sarà esterno al racconto; iv) nel testo, oltre a quelli di cui avrai bisogno, dovrai obbligatoriamente utilizzare i seguenti connettivi: sebbene, pertanto, infatti, poiché, per + infinito (potrai utilizzare i connettivi nell’ordine che vuoi e dovrai evidenziarli).

di Massimo Arcangeli
http://dizionari.zanichelli.it/
12/12/2011




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