Tuteliamo la lingua italiana

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Berna – Pur essendo una delle lingue ufficiali della Confederazione elvetica, l’italiano fatica a godere di un’uguaglianza completa, e gli italofoni, in non pochi casi, devono esprimersi in tedesco o in francese. Affrontare la questione linguistica in Svizzera è affare complesso perché sono tanti gli aspetti da valutare e certi dati, come quelli relativi agli svizzeri che usano l’italiano come prima lingua, vanno letti con attenzione, per evitare di offrire un quadro che non rispecchi la realtà. Dello stato di salute della lingua di Dante Alighieri in Svizzera parliamo, con l’intervista che segue, con Bruno Moretti, professore ordinario di linguistica italiana all’Università di Berna e condirettore dell’Istituto di Lingua e Letteratura italiana.

Prof. Moretti, lo status di lingua ufficiale della Confederazione elvetica garantisce effettivamente alla lingua italiana – secondo lei – pari dignità rispetto a quella tedesca e a quella francese?

Da un punto di vista giuridico non ho dubbi che la lingua italiana in Svizzera sia – potenzialmente – ben tutelata. I problemi nascono in primo luogo dall’applicazione, che di solito si scontra oggettivamente con l’ostacolo dei costi. Basti pensare, per fare solo un esempio banale, a quanti siti internet di istituzioni o eventi finanziati dalla Confederazione – come i Politecnici federali, ma anche musei, mostre, ecc. – non hanno pagine in italiano. Oppure si potrebbe pensare anche alla mancanza della traduzione simultanea nelle Camere federali, che costringe i politici italofoni a esprimersi in tedesco o francese. In questi casi di problemi legati ai costi, non è realistico richiedere un’uguaglianza completa e quindi si tratta di valutare quali sono gli investimenti più importanti per garantire la parità di trattamento e di opportunità dei cittadini e per garantire alla lingua italiana il valore anche simbolico che essa deve avere. Un altro aspetto che crea differenze tra la teoria – lo statuto ufficiale della lingua – e la pratica, è quello direttamente legato al maggiore peso economico e demografico delle altre due lingue nazionali principali, per cui è ovvio che ci siano in Svizzera lingue che è più importante sapere e altre meno. Questi aspetti non potranno mai essere controbilanciati in modo completo e serio dalle leggi, perché richiederebbero un investimento troppo grande di risorse con un guadagno che tutto sommato resterebbe moderato.

Sembra che in Svizzera, in questi ultimi anni, la lingua italiana stia subendo una fase di ridimensionamento. E’ così?

Dobbiamo innanzitutto tener presente il quadro demografico, che ci dice che l’italiano in Svizzera nel 1970 era la lingua dell’11.9% della popolazione totale, mentre nel 2000 lo era solo del 6.5%. Quindi abbiamo avuto un notevole calo demografico, che però è la conseguenza della crescita impressionante che la lingua italiana ha avuto come conseguenza dell’immigrazione. Se torniamo a verificare le cifre precedenti la grande immigrazione, vediamo che la percentuale nel 1950 era del 5.9% e da decenni la percentuale dei cittadini di nazionalità svizzera che dichiarano l’italiano come lingua principale è stabile attorno al 4%. Allo stesso modo, negli anni Ottanta l’Italia e l’italiano hanno goduto in Svizzera di un grande prestigio, e questo tipo di prestigio è simile ai fenomeni di moda che si muovono ciclicamente: ad una fase di popolarità segue indubbiamente una fase di calo di interesse. Ma anche qui possiamo dire di avere a che fare con le conseguenze di un periodo notevolmente positivo che si è riassestato su valori più ‘normali’. Su questi fenomeni si è poi innestata la discussione relativa alla politica linguistica nella scuola pubblica, con la spinta ad anticipare l’insegnamento della prima lingua straniera e, da parte di alcuni, ad assegnare questa posizione all’inglese. Ciò ha ovviamente evidenziato la posizione dell’italiano come terza lingua nazionale. In breve, possiamo dire che la posizione attuale dell’italiano è la conseguenza di fattori oggettivi – il calo demografico, ecc. – che sono stati incrementati da una loro interpretazione in chiave decisamente negativa e che si sono scontrati con pressioni verso una riduzione dei costi.

Nella Svizzera tedesca l’italiano è ancora – e in che misura – una lingua franca tra i lavoratori stranieri di diversa nazionalità?

Intuitivamente, e sulla base di indagini sporadiche, sembrerebbe logico dire che l’uso come lingua franca dell’italiano sia diminuito e stia diminuendo, ma non è possibile dimenticare che previsioni di questo tipo sono già state fatte negli anni Settanta, per essere smentite da studi fatti un decennio dopo. E’ chiaro che le reti comunicative in cui si inseriscono attualmente i nuovi immigrati non italofoni non conoscono più una così densa presenza di italiani come nel passato e quindi spesso la lingua di contatto diventa la lingua del luogo. Non va però dimenticato che per molti immigrati, in primo luogo spagnoli e portoghesi, ma anche immigrati da altri paesi che conoscano già una lingua romanza – com’è il caso per molti africani – l’italiano continua ad essere una lingua molto più facile del tedesco.

Secondo lei, come si può spiegare la volontà di sopprimere delle cattedre di italianistica in alcune università svizzere?

L’origine del problema va ricercata in primo luogo non nell’italiano, ma nella pianificazione universitaria, nella quale da una visione innanzitutto culturale dell’università (almeno nelle materie umanistiche), si è passati ad una visione ‘aziendalistica’ basata su principi di produttività che mettono in difficoltà le materie ‘piccole’. Lo scopo primario quindi è stato quello di riorganizzare almeno parzialmente le università per ridurre i costi – tant’è vero che non è stato colpito solo l’italiano – e quando si è trattato di valutare quali materie sopprimere, si è proceduto secondo un criterio che non teneva conto di aspetti politici e culturali e l’italiano, che come abbiamo detto in precedenza, si trovava in una fase di calo relativo, è stato individuato come un settore di possibile risparmio.

Le problematiche che ruotano intorno alla tutela della lingua italiana in Svizzera sono – a suo avviso – di esclusiva competenza dei ticinesi e del Governo di Berna, oppure – e in che misura – è auspicabile che anche in Italia la politica e le istituzioni culturali seguano questo dibattito?

Da un punto di vista politico, la tutela della lingua italiana in Svizzera è compito delle istituzioni svizzere, dato che si tratta di una lingua nazionale e ufficiale di questo Paese. E’ d’altra parte nell’interesse dell’Italia seguire il dibattito e offrire, se possibile, il proprio contributo, dato che il fatto che l’italiano non sia la lingua di una sola nazione va a vantaggio pure dell’Italia stessa.

Lei è per la “purezza” della lingua italiana oppure considera un arricchimento certi termini – soprattutto di derivazione anglosassone – utilizzati ogni giorno dai giornali e dalla gente comune?

Già Melchiorre Cesarotti nel suo Saggio sulla filosofia delle lingue, pubblicato nel 1800, aveva scritto: “Nessuna lingua è pura”. Questa osservazione è indubbiamente vera e rende evidente l’assurdità del purismo più categorico. Il problema non è però quello del tutto o niente ma quello della misura, e qui notoriamente i pareri possono divergere notevolmente. Sarebbe bello se si potesse distinguere tra anglicismi utili – i cosiddetti ‘prestiti di necessità’ – e anglicismi inutili, ma non è così facile farlo e non ci resta che affidarci al buon senso e cercare di evitare i comportamenti più ridicoli e servili verso l’inglese, senza d’altra parte dimenticare che da sempre i prestiti hanno arricchito le lingue e una lingua che non accoglie prestiti è una lingua morta.

Giovani e adolescenti comunicano tra loro utilizzando “nuove” forme di scrittura, spesso anche sgrammaticate (si pensi ai messaggi sui telefonini o tramite internet). E’ una comunicazione che va “accolta” perché “così deve andare” oppure genitori, educatori e insegnanti sono chiamati a porre un freno a questo nuovo modo di esprimersi?

Anche in questo caso, come nel caso del purismo, non ha senso lottare contro i mulini a vento, perché non riusciremmo ad opporci a questi tipi di comunicazione che hanno una loro posizione assestata. Il tipo di lingua che viene utilizzata in questi casi è funzionale ai mezzi di comunicazione e al rapporto sociale tra coloro che se ne servono (e per certi aspetti è anche una manifestazione della creatività linguistica ed un esercizio di comunicazione in più: non va dimenticato che questi mezzi di comunicazione hanno intensificato il rapporto di molti giovani con la scrittura). La cosa più importante è però che i giovani, e non solo loro, siano consapevoli che ciò che va bene per le nuove forme di scrittura non va bene in una lettera formale o in un tema scolastico e che abbiano quindi la capacità di variare a seconda dei contesti, dei mezzi, degli interlocutori, ecc., mostrando di possedere una piena competenza dei registri linguistici e una coscienza della norma.

Gli autori svizzeri di lingua italiana non sono molto conosciuti nel Bel Paese… Lei come se lo spiega?

Credo che studiosi di letteratura lo potrebbero spiegare molto meglio di me, ma, con l’ingenuità del non specialista, tenterei una spiegazione mediante un paradosso: “il confine conta e il confine non conta”. Affermando che “il confine conta” penso a possibili cause economiche-sociali, come per esempio la preferenza di scrittori della Svizzera italiana a pubblicare presso editori della loro regione – anche per ragioni di praticità -, che magari non hanno una grande diffusione in Italia, o alla difficoltà maggiore di chi non abita a Roma, Milano o Firenze ad entrare in contatto con il mondo letterario italiano. Affermando che “il confine non conta”, penso al fatto che la Svizzera italiana ha una dimensione demografica comparabile a quella di una singola regione dell’Italia e quindi appartiene sì ad un’altra nazione, ma il suo potenziale è relativamente limitato. Credo ci siano regioni d’Italia con un numero più ridotto di scrittori ‘conosciuti’ di quello della Svizzera italiana.

Ultima domanda: chi è l’autore svizzero di lingua italiana che predilige?

Qui risponderei decisamente che “il confine non conta”, evitando di indicare preferenze.

(a cura di Carlo Silvano)

FONTE: http://carlosilvano.blogspot.com/2010/02/tuteliamo-la-lingua-italiana.html




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