Turpiloquio 3.0 Ciaone, vaffa e dintorni ora la politica parla così.

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Turpiloquio 3.0 Ciaone, vaffa e dintorni ora la politica parla così.

Ma come parla?» Verrebbe da urlare, alla Nanni Moretti. Tra insulti, risse e termini incomprensibili, il ring della politica rischia di perdere il suo pubblico pagante, in fuga da ciaoni e spending review , travolto da ruspe e local tax. Vaglielo a spiegare, agli onorevoli. Che gli spettatori rischiano di non capirci nulla
E’ il linguaggio 3.0, bellezza un grande frullatore che mischia l’arte antica del turpiloquio, una moderna overdose da social network e una spruzzatina d’inglese. Nessuno è immune: consiglieri comunali, sindaci, parlamentari.
«Il paradosso è che da un lato i politici hanno smesso di parlare in politichese per usare il linguaggio di tutti i giorni e avvicinarsi alla gente, anche con la volgarità. Dall’altro, con l’uso sempre più frequente di anglismi, torna l’ermetismo. Le vie dell’oscurità sono infinite» scherza Giovanna Cosenza, allieva di Umberto Eco, docente di semiotica all’università di Bologna e attenta osservatrice della comunicazione politica.
Sugli insulti e le gaffe dei politici del resto si potrebbero organizzare corsi all’università. E la sapienza di Roma lo ha fatto davvero: organizzando una lezione di comunicazione ha analizzato gli epic fail (le figuracce) di Maurizio Gasparri su twitter. E il senatore ha mandato tutti al diavolo chiamando i commentatori «dementi… Qualche giorno fa, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha detto al presidente del consiglio Matteo Renzi che si deve ..cagare sotto». Non quello che si può definire rispetto tra istituzioni.
Ernesto Carbone, pd, ha scatenato una bufera con il suo ciaone agli elettori del referendum sulle trivelle («mi sembrava divertente»). E poi il «vaffa» di grillo, il dito medio di Bossi, culoni, checche, capre. Però, avverte la Cosenza, «il problema più grave che vedo oggi è la pochezza di contenuti della politica. Non cadiamo nella trappola “signora mia, dove andremo a finire”. Una parola, da sola non è un insulto, dipende dal contesto in cui la si usa. Se hai un programma ricco, anche un linguaggio vivace viene tollerato».
C’è da dire che gli insulti li capiscono tutti. Perché quando cominciano a parlare in inglese, i nostri, la situazione precipita. Prego munirsi di vocabolario; da anni lottiamo contro spread, deficit e tagli al welfare. Spuntano”local tax” e “authority”, “bail in” e “bad bank”, fioccano “convention ed election day”. Renzi non è da meno: la sua legge più importante finora è il “jobs act”, scrive “e-news”, ama “start up”, sogna “smart city”. «L`inglese serve ai politici per far capire di essere nuovi, proiettati nel futuro, internazionali» ragiona Cosenza. Non si rischia di diventare incomprensibili? «Nella politica ci sono sempre state zone di scarsa comprensibilità. Ma è anche vero che se non vuoi farti capire non c’e bisogno di usare parole inglesi:Berlusconi era un maestro del linguaggio semplice, ma ci diceva forse tutto?». Le parole sono importanti, dipende da come vengono usate. (Rosario Di Raimondo)
(Da Il Venerdì (La Repubblica), 3/6/2016).

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