Tullio De Mauro parla di Bruno Migliorini, linguista ed esperantista

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Il testo di questo articolo è stato presentato per la prima volta in una conferenza tenuta dal Prof. Tullio De Mauro nella Sala della Protomoteca in Campidoglio in occasione delle celebrazioni per il centenario del Gruppo Esperantista di Roma.

Migliorini, uomo linguista ed esperantista

di Tullio De Mauro

Non leggerò in Esperanto una frase conclusiva di un breve scritto di Migliorini: l’Esperanto è un aiuto perfetto per la comunicazione internazionale e per la scienza. Molte le esperienze e le riflessioni dietro queste parole.
Chi era Bruno Migliorini? Molti lo sanno: è stato intorno alla metà del Novecento e fino al 1975, quando è morto, una delle maggiori personalità della linguistica internazionale e, naturalmente, della linguistica italiana. In particolare, generalmente, chi si accosta agli studi sul linguaggio e sulle lingue conosce bene il titolo di quella che è l’opera maggiore, più significativa di Migliorini, la Storia della lingua italiana, apparsa nel 1960, la prima grande storia della lingua italiana. A essa Migliorini in qualche modo ha lavorato da sempre, ma in modo più specifico, raccogliendo materiali pubblicando articoli su questo argomento, aveva cominciato a lavorare sistematicamente nei tardi anni Quaranta. Quindi era un lavoro trentennale che come opera di insieme e di un solo autore non ha eguali, non c’è nessuna opera che la superi da questo punto di vista. Abbiamo oggi grandi storie collettive della lingua italiana, come quella curata per esempio da Luca Serianni, che è una specie di nipote di Migliorini, nel senso che è allievo di un valoroso allievo di Migliorini, ma nessuna opera d’un solo supera per ora la Storia miglioriniana, nemmeno un pur eccellente manuale di Claudio Marazzini, che tra l’altro a Migliorini grammatico ha dedicato un ottimo lavoro..
Ma Migliorini non è stato solo questo, come cercherò di dire. In particolare cercherò di mettere in evidenza, l’ho già fatto altrove in qualche sede più tecnica, un aspetto meno rilevato e meno noto. Migliorini non è soltanto stato un filologo, uno studioso di singoli fatti di lingua e della storia della lingua italiana dalle origini medievali ai nostri giorni, ma, ha avuto anche una forte capacità di riflessione generale, di teoria come noi diciamo, della lingua.
Migliorini è un teorico nascosto, è uno studioso che tiene conto nei singoli fatti che studia di una visione generale della lingua e dei fatti linguistici. Questo viene spesso dimenticato anche da chi ha studiato con lui. E con qualche motivo. Il titolo mi chiede di parlare anche della personalità umana di Migliorini. Era una persona estremamente discreta, autoironico e ironico, era un formidabile autore di calembours, di giochi di parole, un getto continuo, conversatore simpatico ma non invasivo, molto affabile ma anche molto semplice. La mia personale diagnosi è che si è trovato un po’ schiacciato da alcuni compagni di studio della sua generazione: grandi personalità prepotenti, grandi teorici, che si possono ricordare: il primo è uno studioso siciliano che ha insegnato per tantissimi anni a Roma glottologia, Antonino Pagliaro, che Migliorini ha incontrato nel suo primo tirocinio alla Enciclopedia Italiana. L’Enciclopedia Italiana, come sapete, nasce negli anni Venti come progetto e poi, dal momento in cui prende la direzione di questa impresa Giovanni Gentile, diventa un grande centro di organizzazione del sapere scientifico e umanistico e Gentile adocchia tra i giovani che c’erano nell’ambiente romano negli anni Venti, questo giovane siciliano linguista, Antonino Pagliaro, e lo nomina redattore capo di questa nascente impresa che poi è diventata questa enorme Enciclopedia e questa enorme istituto dell’Enciclopedia Italiana. Migliorini a sua volta fu scelto da Pagliaro come uno dei suoi aiutanti per fare quello che è in un enciclopedia la parte nascosta e più importante, quello che chiamiamo lo "schedario", cioè il progettto delle mille e mille voci da fare, dell’estensione che queste voci devono avere perché l’impresa si chiuda e non debordi da tutti i lati, e degli autori che devono scrivere le singole voci. Quindi si tratta di attraversare tutti i campi del sapere e delle tecniche e cercare di cogliere quali sono gli articoli essenziali da fare, chi li deve fare, in che tempi e con che estensione. A questo il giovanissimo Migliorini lavorò, se mi passate l’espressione, come ragazzo di bottega. Quando Pagliaro per vicende personali lascia l’Enciclopedia, Migliorini ne assume le funzioni e diventa redattore capo dell’Enciclopedia. Un’esperienza su cui mi sono fermato un po’ a lungo, ma, perché credo che abbia avuto notevole influenza sulla formazione complessiva di Migliorini e anche sulle sue idee che lo portano a giustificare la scelta esperantista.
Pagliaro era però un dominatore, alcuni dei suoi lavori più importanti sono lavori di teoria densi, fin dal Sommario di linguistica arioeuropea, del 1930, d’un sapere e di conoscenze rare in quella misura allora e poi. Una persona intelligente come Migliorini non poteva non avvertirlo.
Da Roma Migliorini andrà poi ad insegnare Storia della lingua italiana a Firenze, la prima cattedra italiana di questa materia, e a Firenze convive con due personalità brillanti e prepotenti anche dal punto di vista della esposizione delle loro idee teoriche, uno è Gianfranco Contini, un grandissimo filologo e teorico della letteratura e dello stile, e l’altro è Giacomo Devoto, grande linguista anche lui, impegnato anche lui attivamente nella teoria.
La mia impressione è che Migliorini si sentisse un po’ come un vaso di coccio tra queste prepotenti personalità teoriche e nascondesse o relegasse in secondo piano il suo interesse teorico. Questo va pazientemente ritrovato spesso in scritti di apparenza marginale. Persona discreta, affabile, come ho detto, ma cauta, nell’andare al di là dell’accertamento preciso di un fatto, nello scrivere, nelle sue pubblicazioni scientifiche.
A Roma, Migliorini arriva dal Veneto, era nativo di Rovigo, aveva incominciato i suoi studi a Venezia e faceva parte degli aspetti più simpatici della sua personalità il suo accento fortemente veneto, da cui non si era mai voluto liberare, nonostante il lungo soggiorno romano e poi la vita accademica fiorentina. Arriva negli anni del primo conflitto mondiale a Roma, si iscrive alla Facoltà di Lettere di Roma e trova qui un ambiente ricco di maestri e di organizzazioni della cultura. Il primo, non sempre ricordato, da ricordare è, a mio avviso, la Società filologica romana, un po’ più giovane del vostro centro esperantista, molto attiva, al cui centro vi era un filologo romanzo, uno studioso di lingue neolatine e dialettologia italiana, Ernesto Monaci. Le attività della Società filologica da una parte sono orientate nel senso del recupero, edizione e commento di testi italiani o dialettali antichi, quindi è orientata nel senso più tradizionale degli studi di filologia e di linguistica delle lingue neolatine; d’altro lato però Monaci è molto vicino alle posizioni che andava costruendo un grande pedagogista di quegli anni, Giuseppe Lombardo Radice, posizioni relative alla condizione di chi allora viveva in Italia e soprattutto la condizione di bambini che si avvicinavano alla scuola italiana. Come spesso si continua a non sapere, l’italiano era una lingua straniera in Italia, era una lingua viva e nativa per chi era nato in Toscana, per ragioni storiche faceva eccezione rispetto al resto dell’Italia la città di Roma in cui la toscanizzazione, l’italianizzazione era iniziata già nel Cinquecento, ma fuori di queste due aree, Toscana e Roma, l’italiano era una lingua sconosciuta o per dir meglio era conosciuta da chi aveva la fortuna, i mezzi, per studiare ben oltre la scuola elementare, per arrivare al liceo, agli istituti tecnici, alle scuole normali, come si chiamavano, e all’Università, una parte piccolissima della popolazione, il resto della popolazione italiana parlava i dialetti, i diversissimi dialetti italiani, diversissimi tra loro, e diversissimi rispetto all’italiano, nel senso che parlando solo il dialetto non si poteva capire l’italiano e non ci si capiva tra parlanti di dialetti diversi. La scuola italiana aveva fatto dal 1870 la scelta dell’insegnamento precoce dell’italiano come se questo fosse già la lingua materna e familiare degli alunni. Le persone più attente e responsabili sapevano bene che era un errore gravissimo chiedere a dei ragazzini che parlavano un dialetto lucano o un dialetto piemontese, chiedere in prima elementare dopo tre mesi di sapere scrivere quella innocente letterina ai nonni o ai genitori per Natale. Per un bambino che parlava nativamente solo un dialetto lucano o piemontese ecc. riuscire a scrivere in italiano una cosa sensata dopo tre mesi di scuola era praticamente impossibile, ma non voglio insistere su questo.
L’estraneità di gran parte della popolazione italiana alla conoscenza effettiva della lingua italiana e la scelta di costringere i bambini dal primo giorno di scuola a usare l’italiano ebbero conseguenze molto negative sull’andamento scolastico. Dopo cento anni di storia unitaria, nel 1955, quando il censimento contò chi era andato a scuola, chi non era andato a scuola,a che livelli era arrivato, il 59,2 % o per semplificare il 60% della popolazione italiana adulta risultò privo di licenza elementare. Si dichiarasse o no analfabeta, certo era stato escluso dal conseguire la licenza elementare e certamente la causa principale di questo fatto fu la pessima scelta pedagogico-linguistica.
Ernesto Monaci fu con Giuseppe Lombardo Radice uno dei pochi che capisse che c’era un problema linguistico dietro quel che andava avvenendo, dietro l’analfabetismo nazionale che non si riusciva a scalfire se non in parte: il problema di una estraneità sostanziale alla lingua che la scuola pretendeva di adoperare. Quindi una grande parte dell’attività della Società filologica romana fu un’attività che gli accademici consideravano con sospetto se non con disprezzo, fu l’attività di promuovere, regione per regione, area per area, quelli che Monaci aveva proposto di chiamare manualetti, per fare entrare nei primi gradini della conoscenza dell’italiano in modo differenziato da un luogo all’altro i ragazzi. Cominciò così nel 1918-19 questa produzione di piccoli manualetti, continuò per tutti gli anni Venti e fu poi stroncata per ragioni politiche dal fascismo alla fine del decennio. Ma per tutti gli anni venti Monaci scelse i giovani più promettenti, da Giacomo Devoto ad Augusto Campana, come autori dei manualetti che aiutassero gli insegnanti a far sì che gli allievi passassero gradualmente dalla conoscenza esclusiva del loro dialetto alla conoscenza anche dell’italiano. E tra i giovani scelse anche Migliorini, che alla Sapienza era stato suo diretto allievo. Fissiamo bene un punto: nell’ambiente della Società filologica romana Migliorini matura l’esperienza della possibilità, della ragionevolezza, di un intervento pianificato nella fluida realtà linguistica di un paese e di un tempo.
Secondo punto di riferimento culturale, scientifico del giovane Migliorini, è Luigi Ceci. Questo è un nome che Pagliaro ricordava con gratitudine ma che non è ben presente alla corporazione cui io appartengo, quella dei linguisti. Tra questi il nome di Ceci è pressoché dimenticato, ora abbiamo raccolto e selezionato alcuni suoi scritti teorici e speriamo che qualche linguista italiano di oggi rilegga queste pagine e riscopra la personalità anche per altri aspetti interessante di Ceci.
Tra anni dieci e venti, all’università, Ceci fu il maestro più diretto di Migliorini. Migliorini lo segue, prende appunti delle sue lezioni e Ceci gli affida la stesura delle dispense. Ci fu quindi un rapporto molto stretto con Ceci. E nasce un problema. Ceci fu uno dei molti linguisti accademici che ha guardato con spirito molto critico alla esperienza dell’esperanto. E’ convinto che le lingue non possono nascere a tavolino. E si esprime con termini non positivi verso le speranze degli esperantisti.
Migliorini certamente sapeva questo, ma imparò da Ceci un’altra cosa e cioè che le lingue non sono come faceva credere l’idea dei romantici tedeschi non sono creazioni spontanee, popolari, prive di riflessi di cultura e di razionalità, sono un impasto complicato, in cui certo ci sono anche elementi popolareschi, ma ci sono altrettanti e se non più elementi colti. E soprattutto quando una lingua dallo stato di lingua parlata soltanto passa allo stato di lingua scritta si moltiplicano i fenomeni di intervento convenzionale nella storia e nella vicenda di una lingua. Migliorini ritroverà questa dialettica tra spontaneità e riflessione quando farà lo storico della lingua italiana, e vedrà e insegnerà a tutti quale è stata nel primo Cinquecento l’efficacia di Pietro Bembo nel dare regole a una lingua che era ancora così fluida come l’italiano. E l’allievo di Migliorini e maestro di Serianni, Arrigo Castellani, ha detto una volta: noi in realtà parliamo l’italiano sancito dalla regolazione di Bembo. Si potrebbe discutere nei dettagli, ma certamente la regolamentazione bembiana ha avuto un’enorme importanza.
Da Ceci, Migliorini impara questo, lo impara in riferimento al latino, all’italiano e alle altre lingue, cioè impara il peso che regolazioni riflesse hanno nel passaggio da lingua solo parlata a lingua scritta nel costituirsi delle tradizioni linguistiche parlate e scritte di tutto il mondo.
C’è un terzo retaggio di Ceci. L’ambiente culturale e umanistico di quegli anni era dominato dalla grande personalità di Benedetto Croce. E Benedetto Croce negava interesse non solo alla regolamentazione, alla grammatica riflessa, alle analisi della linguistica, ma negava interesse al fatto stesso dell’esistenza di lingue grazie alle quali noi costruiamo ciò che diciamo e capiamo ciò che sentiamo dire. Per Croce ciò che valeva era solo la spontaneità e l’immediatezza espressiva. Nelle sue lezioni e dispense Ceci (quasi unico tra i linguisti dell’epoca) contesta questo punto di vista, e senza perdere di vista l’importanza che può avere ciò che chiamiamo spontaneità nel parlare, sottolinea l’importanza degli aspetti convenzionali, degli aspetti sociali che regolano il nostro parlare. Anche questo sarà un elemento importante per Migliorini.
Accanto alla Filologica romana e a Ceci ancora un punto di riferimento per il giovane Migliorini: La cultura, una grande rivista, che tuttora continua, ripresa negli anni settanta grazie a Guido Calogero e diretta ora da Gennaro Sasso. La rivista era diretta da una personalità geniale dell’ateneo romano, Cesare De Lollis. In questa rivista di ispirazione crociana, ma anche molto aperta, Migliorini pubblica le sue prime note sull’esperanto, quelle note che poi rifluiranno nel manuale del 1923.
Non saprei individuare se non naturalmente in grandi linguisti del mondo che Migliorini certamente conosceva, non saprei individuare altre fonti precise che hanno inciso sulla formazione di Migliorini.
Da questi maestri e da questi ambienti, Migliorini trae molto. Non accetta supinamente, perché in tutti questi maestri e ambienti serpeggia la critica all’esperanto, quella critica che poi ritroverete in forme vistose anche in Gramsci e che trovate in Croce. Serpeggia questa critica all’idea stessa di una lingua artificiale, convenzionale, internazionale, e questa critica viene spesso portata alle conseguenze estreme di un rifiuto anche sgarbato, diciamo così per essere gentili, nei confronti dell’esperienza esperantista.
Ma, attenzione, Migliorini, se rifiuta queste conseguenze estreme, cerca di capire, di fare proprie, di tenere conto delle ragioni che ispirano alcune di queste critiche, ed elabora una complessa visione. Ecco perché parlavo del Migliorini teorico nascosto. Migliorini elabora una complessa visione di ciò che è una lingua, non nega che le lingue siano delle creature flessibili, storicamente mutevoli, ricche di apporti anche spontanei, anche inventivi, ma, e lo dirà bene nella prefazione al dizionario romanesco di Chiappino (che Migliorini recupera dai manoscritti e pubblica negli anni ’30). Qui Migliorini delinea per una volta la sua visione teorica della lingua. Una lingua è una realtà tridimensionale. Anzitutto è fatta di funzionalità, è fatta di sincronia, un termine che aveva introdotto da poco un linguista svizzero, Saussure, per spiegare come funziona una lingua. Una lingua funziona in sincronia attraverso il coordinamento degli elementi che la costituiscono. Ma è anche una realtà diacronica, cioè ha una storia alle spalle che pesa sul suo presente, ed ha anche una terza dimensione, ha un fondamentale aspetto socio-culturale: una lingua ci serve per comunicare dentro una società. Dobbiamo saper guardare a tutte e tre queste dimensioni.
1) La sincronia ci richiama all’importanza della funzionalità degli elementi che adoperiamo.
2) La diacronia ci richiama alla storia che c’è dietro la lingua che parliamo, alla tradizione.
3) La socialità ci richiama all’importanza comunicativa che ha entro una società ad adoperare una certa lingua.
In questa prospettiva Migliorini sottolinea da più parti, e ora farò qualche esempio di suoi lavori, non solo la possibilità ma la necessità di apporti nati a tavolino, nati non nell’immediatezza espressiva, ma attraverso un ragionamento su ciò che conviene inserire nel corpo di una lingua. E’ qualcosa che in qualche misura aveva appreso da alcuni dei suoi maestri, ma che sviluppa nei suoi lavori e nelle sue esperienze. L’esperienza dell’ Enciclopedia italiana, che ho richiamato già, lo mette a contatto con l’universo delle terminologie tecnico-scientifiche nate col procedere della scienza moderna tra il secolo XVIII e il secolo XX, un universo tuttora in espansione. Queste terminologie sono terminologie convenzionali, in qualche caso la convenzione riguarda il disciplinare nell’ambito di un discorso scientifico, il significato che si attribuisce in quell’ambito a parole che possono essere anche di uso corrente: acqua, forza, massa, peso sono tutte parole che possiamo usare nella lingua di ogni giorno, ma che nella meccanica classica, nella fisica o in chimica o in altri settori, assumono una valenza specifica, definita convenzionalmente da chi vuole occuparsi e costruire i discorsi di fisica, di chimica o di matematica ecc. Ma la convenzione deborda anche ben oltre la convenzionalità nella costruzione delle terminologie scientifiche, investe l’intero corpo della parola: microscopio, radiografia, radioscopia e via seguitando, mille, mille parole di ambiti scientifici determinati nascono per una convenzione, non sono inventate da un’improvvisa esplosione creativa di qualcuno, sono costruite esattamente a tavolino e, ciò che è interessante, ricadono spesso nell’uso comune di una lingua e lo arricchiscono. L’esperienza di schedare parole su parole per l’ Enciclopedia mette Migliorini dinanzi alla constatazione che c’è una dialettica, c’è un gioco, un equilibrio tra elementi spontanei usuali che nascono localmente nella storia e elementi invece razionali, convenzionali e, si noti, internazionali. E proprio questo gioco, questa dialettica, è al centro del primo grande lavoro tecnico-specialistico di Migliorini, Dal nome proprio al nome comune. Anche questo è un capolavoro insuperato, anche se gli studi di onomastica sono oggi molto sviluppati nessuno ha rifatto un’opera paragonabile a questa. Partendo dalle lingue europee, soprattutto, Migliorini mostra come i nomi propri, i nomi di battesimo, i cognomi, i nomi di luogo, spesso nascono dalla convenzionalizzazione di una parola corrente che si decide nell’ambito di una comunità di destinare al nome di quel luogo o di quella persona. Bianco è una qualunque parola della lingua italiana, ad un certo punto si decide di usare la forma femminile di questo aggettivo, per chiamare una certa bambina, una certa persona: Bianca. Oppure il plurale: Bianchi per denotare una certa famiglia. Cioè c’è una decisione convenzionale che porta a irrigidire, come nelle scienze, una parola corrente, in certi ambiti, ai fini dell’anagrafe per diventare un nome proprio e questo avviene anche nella geografia. Nei nomi geografici, quando riusciamo a risalire abbastanza indietro nel tempo, scopriamo spesso parole comuni adoperate convenzionalmente per indicare una montagna, un fiume particolare. Ma Migliorini segue anche l’altra pista, di nomi propri che diventano la matrice di nomi, di parole correnti. Il cicerone è un esempio, il cicerone che illustra un monumento, oppure l’oratore brillante, che illustra un argomento, deve il suo nome proprio a Cicerone, il grande e famoso oratore romano. Ma prima che cognomen di tanto illustre persona Cicero in latino era un nomignolo di chi aveva una verruca a forma di cece sul naso. La famiglia del grande oratore era stata denominata così da un avo con un cece sul naso, la famiglia Verrucosi potremmo dire o Verrucchio. Si convenzionalizza una parola comune, se ne fa un nome, e il nome ridiventa poi una parola comune..
Tra le esperienze importanti di Migliorini per capire come mai rispetto ad altri linguisti accademici è molto interessato, anzi è diretto protagonista dell’interesse per l’esperanto, ancora due vanno ricordate. La prima è quello di interevento normativo sull’uso dei neologismi: nell’Italia degli anni Trenta. Come si doveva chiamare quello che i francesi, da cui importavamo l’industria automobilistica, chiamano chauffeur. Molti anni fa, quando ero bambino, “chauffeur” era ancora una parola pressoché normale, è stata progressivamente sostituita dagli anni Trenta in poi. Oggi chauffeur non si dice quasi più, si dice autista. Autista è una parola inventata nel 1932 da Migliorini, a partire da auto- col suffisso -ista. La proposta di Migliorini ebbe un’enorme successo, pubblicata su una rivista è diventò la parola che tutti adoperiamo. Qualche anno dopo, nuovo problema, si diffondono i film, il direttore del film, quello che i francesi chiamano regisseur come si deve chiamare? Non c’è una parola italiana, si discute, si continua a dire regisseur, nel 1933 Migliorini propone la parola regista, da regia, che ha avuto fortuna perfino più rapida rispetto alla parola autista. Antonio Gramsci, che taluni esperantisti non amano, ma io chiamo Sant’Antonio Gramsci, già in una nota del 1937 adopera regista, non solo adopera regista per chi fa un film, ma in senso traslato, regista di una situazione. Questo vi dice quanto rapida fu la fortuna vitale della parola.
I due interventi insegnarono a Migliorini sul campo che è vero che ciò che conta è l’uso spontaneo, ma questo uso spontaneo può essere orientato, ragionato.
Ultima grande esperienza di Migliorini, che appartiene alla fase ormai matura dei suoi studi e del suo lavoro, è quella che egli chiamava la glottotecnica, cioè lo studio e l’elaborazione delle tecniche grazie a cui si può intervenire nell’uso vivo di una lingua orientandolo e disciplinandolo. Queste possibilità di intervento razionale (Migliorini lo sa e lo dice bene nel Manuale di esperanto) si iscrivono nella possibilità di usare una qualunque lingua storico-naturale per costruire le regole che disciplinano una lingua storico-naturale. Tutta la fase che precede la proposta della costruzione di una parola è qualcosa che può svilupparsi solo entro quell’insieme pasticciato, fluido e mobile che è una lingua storico-naturale. Tutte le lingue storico-naturali sono piene di incertezze, e con – anzi – grazie a questi difetti notevoli regoliamo tanti loro usi. Così nella storia più remota furono inventati i primi esperanti, i numeri, le cifre, le terminologie scientifiche, le unità di misura. Che cosa sono queste cose che scandalizzano, a cui non pensano gli antiesperantisti acharnès. Sono casi di regolazione dell’uso linguistico capace di diventare internazionale. E pensiamo all’alfabeto: le lettere e l’attribuzione di un valore alle lettere ci danno esempi di regolazione a certi fini determinati di certi possibili usi di alcune parole, di alcune forme e di alcune formule, con un potere enorme; pensate al potere di utilizzabilità planetaria che ha qualsiasi operazione aritmetica scritta con le cifre che chiamiamo arabe come le cifre 1, 2, 3, 9, 0.
Migliorini sa questo, e sa però che dietro ci deve essere la capacità di uso indeterminato di una flessibile, scollata, contraddittoria lingua storico-naturale. Ecco perché ha fiducia nella possibilità di costruire una lingua internazionale come l’esperanto e ha fiducia nella qualità tecnica che ha questa lingua rispetto ad altre lingue pianificate internazionali che si erano affacciate in quella stagione di speranze di cui ha parlato Corsetti, giustamente. Ma Migliorini resta fermo per tutta la vita nella convinzione che l’esperanto debba servire alle relazioni internazionali, e quindi a ciò che entra nelle relazioni internazionali e alla scienza. Credo che con questa limitazione funzionale Migliorini avesse ragione, anche se forse questo può ridurre l’entusiasmo di alcuni che si accostano all’esperanto.




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