Tu lei voi dall’antica Roma ai nostri giorni

Posted on in Politica e lingue 13 vedi

Dall’antica Roma al dominio spagnolo e al fascismo l’uso dei pronomi è stato sottoposto a una girandola storica. E ci si trova tutti senza età.

Nell’eclissi del Lei ora è la tv a imporre il Tu

di Luca Goldoni

Dilaga il “tu generalizzato e non risparmia neppure l’anziana signora sull’autobus gremito: il ragazzetto che si fa strada con lo zaino di sfondamento le spara nelle orecchie: “scendi?”. Anche a me capita spesso di essere “tuizzato” da ragazzi e ragazze (e l’immediata reazione di insofferenza si mescola a un’ombra di gratificazione: mi trattano alla pari, mi tolgono sessant’anni).

Tu, lei, voi: mi incuriosisce la girandola storica di questi pronomi e mi documento con un clicca e fuggi su Internet. Gli antichi romani – lo sappiamo – davano del tu a tutti, amici, soldati, anche l’imperatore. Ma nel primo secolo d.C. gli imperatori si formalizzano: basta “tu”. Esigono il Voi e proclamano il Noi (maiestatis). Nel 1200 circa il ‘voi’ si estende a nobili e artisti (vostra signoria, bontà vostra), ma dal Quattrocento gli umanisti tornano al tu dei romani. Alla fine del Cinquecento accade un evento rivoluzionario: viene importato dalla Spagna il “lei di rispetto”. Il famigerato‘lei non sa chi sono io’ regna sovrano fino a quando….

Lo scrittore Nello Aiello ricostruisce come Mussolini fu stregato dal ritorno al ‘tu’ e al ‘voi’ imperiali. Il 15 gennaio 1938 sul Corriere della Sera, compare un elzeviro del romanziere Bruno Cicognani: “Roma repubblicana – vi si legge – non aveva conosciuto che il‘tu’, la Roma Cesarea poi conobbe il‘voi’ (…) quel maledetto‘lei’ di derivazione spagnolesca è una mostruosità, si riallaccia ad un inquinamento del costume, del senso morale”… Dunque si proceda alla “purificazione, tornando al‘tu’ di Roma, espressione dell’universo romano e cristiano e come segno di rispetto – concede Cicognani – si usi il‘voi’”.

Se il romanziere fiorentino fu il cavallo di Troia, molti intellettuali vi si infilarono dentro con riflessi politicamente paploviani: Alberto Savinio (“Il lei è lo strumento linguistico di chi ha qualcosa da nascondere”). Elsa Morante (“sia pace all’anima del lei”). Vasco Pratolini (“Il tu ha una freschezza, un’intimità e un rispetto inconfondibili”). Fulminee (per fortuna) anche le battute ironiche: via Galilei che diventa Galivoi e la città di Gradisca che si adegua in Gradite. Ma nelle scuole circola la filastrocca di un insegnante ben indottrinato: “O giovanotti belli/ dai morbidi capelli/ gagà e cicisbei/ che ancora usate il lei/ io dico a voi cucù/ non voglio il lei né il tu/ il tu verrà poi/ per ora esigo il voi”.

Caduto il fascismo si ritorna al lei, con qualche memorabile eccezione. “Ehi tu! Dove state andando?”: anni fa mi fulminò questa ingiunzione lanciatami da un agente in questura. Era un capolavoro di psicologia lessicale: prima il “tu” sfuggito al poliziotto che si sentiva un sergente in un mondo di coscritti. Poi il fulmineo ripiegamento sul più rispettoso “state andando”. Un ‘voi’, non di matrice fascista, ma campagnola. Le resdore ancora oggi si rivolgono col Voi al marito.

E’ negli anni Cinquanta che il‘lei’ si consolida. Mike Buongiorno – pur stramazzando nella sintassi – propizia l’evento epocale: “Guardi, nell’evenienza che lei non raddoppi questa sera, c’è un gruppo di persone che non so bene che gruppo sia, che le costruirà un appartamento che lei andrà a viverci il giorno in cui si sposa”. E questo ‘lei’ con l’imprimatur di Mike, si insinua anche nelle case dei semplici e incrina persino la tradizione siciliana del plurale (vossia, baciamo le mani). Solo in certe campagne, dicevo, le contadine, resistono col voi coniugale.

A scuola le alterne vicende del pronome personale sono più tormentate. Al tempo di Collodi gli scolari davano del lei al maestro che ricambiava irreprensibile: li bacchettava, ma gridava “si vergogni!”. Con gli anni spariscono le bacchette e si approdò al tu reciproco. Così avviene anche per gli scolari di oggi, i quali però, passando dalla maestra ai prof, adottano il lei. Come e perché? Non ci sono regole grammaticali, ma soltanto le abitudini del mondo esterno. (Qualche indomita madre corregge ancora i figli che dicono ciao alla signora: si dice buongiorno come sta?).

Oggi la progressiva eclissi del‘lei’ contagia anche gli adulti. Non è la dittatura fascista a imporsi ma quella televisiva. I conduttori di quiz, per mettere a loro agio i concorrenti, propongono il tu. Anche chi intervista personaggi celebri ostenta familiarità (storico il “tu presidente” che il superego di Emilio Fede rivolse al premier Giovanni Spadolini). E nei talk show il conduttore, che prima raccomandava agli amici “appena in onda, diamoci del lei”, adesso rinuncia ai salamelecchi.

E’ lo studio dell’inglese che ha diffuso il tu? (Ma in quella lingua lo you di cortesia è seguito da un Sir, Madam, ecc. che corrisponde al nostro Lei). Allora che fare? Spiegare agli ex ragazzini che a una certa età è buona usanza rivolgersi con il lei alla signora in autobus? Oppure il tu erga omnes è ormai irreversibile, come l’ingratudine, il chettefrega, la volgarità?

(Da La Nazione, 17/5/2009).

[addsig]




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.