Troppo socialismo, JPMorgan boccia le costituzioni europee

Posted on in Europa e oltre 5 vedi

Troppo socialismo, JPMorgan boccia le costituzioni europee

Troppo socialiste. Esaminando il cammino che ancora manca ad Eurolandia per la sua ristrutturazione, un gruppo di analisti della JPMorgan – David Mackie, Malcom Barr, Marco Protopapa, Alex White, Greg Fuzesi e Raphael Brun-Aguerre – hanno fatto un’inattesa analisi delle costituzioni dei paesi periferici e del loro ruolo.

«Nei primi momenti della crisi – scrivono – si è pensato che i problemi nazionali ereditati dal passato fossero in gran parte economici: debiti eccessivi di stato, aziende e famiglie, disallineamenti dei cambi reali interni, rigidità strutturali. Ma, nel tempo, è diventato chiaro che ci sono anche problemi politici ereditati dal passato. Le costituzioni e le strutture politiche della periferia meridionale, messa in piedi dopo la caduta del fascismo hanno numerosi aspetti che sembrano essere inadeguati all’ulteriore integrazione dell’area».

Di cosa si tratta?

Nei paesi periferici, aggiunge la ricerca,

«… le costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica goduta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. I sistemi politici della periferia tipicamente mostrano diversi dei seguenti aspetti: deboli esecutivi, deboli stati centrali rispetto alle regioni, protezione costituzionale dei diritti del lavoro, sistemi di costruzione del consensi che alimentano il clientelismo politico, e il diritto a protestare se sono realizzati cambiamenti politici allo status quo non apprezzati. I paesi alla periferia sono stati solo parzialmente capaci di realizzare riforme economiche e fiscali, con i governi vincolati dalle costituzioni (Portogallo), da potenti regioni (Spagna), e dall’emergere di partiti populisti (Italia e Grecia)».

Tutto si può discutere, ma i ragionamenti devono avere coerenza. Soprattutto quando si sostiene che i problemi scatenati dalla crisi di Eurolandia non sono economici. Il problema è che nell’analisi i nessi non sono chiari. L’emergere dei partiti populisti, per esempio, non potrebbe essere evitata da nessuna costituzione liberaldemocratica, e anche il Tea Party è uno di questi. Così il diritto alla protesta, che nella Francia dalla costituzione gaullista è quasi diventato un costume: l’alternativa qual è, la Turchia di Erdogan che promette “tolleranza zero sui manifestanti”?

Non si capisce poi in base a quale criterio costituzionale formale i governi siano divisi in forti e deboli: si può ricordare, per esempio, che il Portogallo è una repubblica semipresidenziale alla francese; che l’Italia ha avuto in un passato ormai lontano – e più complicato – importanti stagioni riformiste, senza grandi difficoltà; che anche la Spagna è riuscita a introdurre innovazioni forse più importanti e “di parte”. È poi forse frutto del socialismo il potere della Catalogna, e ancor più della Navarra e dei Paesi Baschi, o piuttosto il risultato di una storia di secoli? Gli Stati Uniti hanno un federalismo che non prevede il principio di sussidiarietà, ma quello della “sovranità delle sfere”, eppure funzionano.

È vero, poi, che nei 296 articoli della costituzione portoghese – molti dei quali dedicati ai diritti – tutto il welfare state è difeso con forza: è l’unica, tra quelle criticate, approvata da un parlamento a grande maggioranza di centro sinistra (che adottò peraltro un sistema semipresidenziale). Sono però sicuri, gli analisti della JPMorgan, che revisioni importanti del welfare state sarebbe accettata dalle corti supreme di paesi con costituzioni meno “lunghe”?

È poi il welfare state un segno esclusivo di socialismo? O è piuttosto uno dei frutti del liberalismo, ed elemento necessario della struttura delle economie capitaliste? Lord William Beveridge era socialista o liberale? Cosa pensare del generoso welfare state dello Utah, la Danimarca d’America, dei diritti dei lavoratori inseriti nella sua costituzione come in quella della California? Non ci sono socialisti, negli Usa, e a Salt Lake City il governatore è sempre stato un repubblicano… Il welfare state è in realtà la risposta al fatto che in alcuni settori non esistono mercati: ci sono rischi che le assicurazioni private non possono coprire, mentre nella sanità la presenza di brevetti e licenze professionali crea monopoli e oligopoli, inaccettabili in tema di salute e malattia.

In ogni caso, e più in generale: è la costituzione a bloccare certe riforme, o è la cultura politica di un paese che non vuole? È una questione di ingegneria costituzionale, o di storia (viva)?

Ancora più curioso il passo successivo dell’analisi della JPMorgan: su chi ricadrebbe il compito di chiedere la cancellazione di questi aspetti “socialisti”? Sulla Germania! Il paese della mitbestimmung, la cogestione tra sindacati e capitalisti, il paese della Spd, il paese dal generoso welfare, che nella costituzione prevede persino la socializzazione della proprietà e, in ogni caso, si descrive come uno “stato democratico e sociale”: un tema, questo, che attraversa e pervade tutta la carta fondamentale del paese.

Forse, per risolvere i problemi di Eurolandia, è meglio tornare all’analisi economica…

IlSole24ore.com
12 giugno 2013 – 9:09

http://riccardosorrentino.blog.ilsole24 … ropee.html




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.