Troppe regole, poca pratica: perché gli studenti non imparano mai l’inglese

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LE LINGUE STRANIERE

ROMA — Cosa significa per un ragazzo del 2009 non conoscere bene la lingua inglese, non padroneggiare un idioma che collega il mondo? «Vuol dire ritrovarsi come naufraghi nella civiltà contemporanea. Cioè annaspare in un mare dove l’inglese è il vero salvagente, anche se a mio avviso non dovrebbe essere l’unico perché bisognerebbe apprendere anche altre lingue». Paola Giunchi è una affermata anglista e insegna, all’università romana de «La sapienza» Didattica delle lingue moderne. Ovvero «insegna come insegnare» i linguaggi del nostro tempo.

Paola Giunchi, nemmeno a dirlo, condivide in pieno le tante preoccupazioni sulla sorte dell’inglese in Italia, della sua scarsa diffusione tra le nuove generazioni. Soprattutto dopo le tre ordinanze cautelari del Tar del Lazio che hanno sospeso la possibilità di chiedere cinque ore settimanali, tutte per l’inglese, invece che tre più due per un’altra lingua comunitaria. Ma la professoressa non si limita a un lamento generico: «Il vero problema non è tanto la quantità di ore di insegnamento nelle scuole medie e superiori. Il nodo è nel metodo italiano. Probabilmente per un’abitudine legata alle lingue classiche, si continua a privilegiare i processi di natura dichiarativa rispetto a quelli di natura operativa. Ovvero si insiste assai tradizionalmente sulle regole astratte mettendo troppo spesso da parte l’uso autentico e pratico della lingua». In sostanza, sostiene Giunchi, l’inglese viene trattato come il latino o il greco: «Capisco e ammetto che nei licei classici e scientifici possa pesare molto il ruolo delle materie umanistiche. Ma i professori di inglese non riescono a compiere il vero e più necessario sforzo, quello di calare la lingua nell’uso vivo e quotidiano.

Invece una lingua moderna si assimila veramente quando la utilizzi come uno strumento che ti appartiene ». Un aneddoto: «Sento spesso amici genitori lamentarsi della povertà dei libri di testo di inglese nei licei. Mi viene detto: 'Come si imparano le regole quando le pagine sono piene di dialoghetti'? Invece è proprio lì il principio della glottodidattica, cioè della nostra disciplina. La mia risposta è molto semplice: le regole diventano implicite quando si comincia a padroneggiare una lingua, e una lingua puoi padroneggiarla solo utilizzandola giorno per giorno ». Lo spazio per l’ottimismo è scarso perché, spiega la professoressa, «insegnare una lingua in quel modo è faticoso, implica quasi un bilinguismo ». Infine c’è un altro problema. La scarsa conoscenza dello stesso italiano: «Tempo fa mi è capitato di sentirmi raccontare che in un liceo, durante una prova di traduzione, alcuni ragazzi nella frase 'dacci oggi il nostro pane quotidiano' hanno individuato in 'dacci' il soggetto dell’azione.

Se manca la conoscenza dell’impalcatura della propria lingua madre, l’apprendimento di un’altra diventa più difficile». Conferma Luca Serianni, docente di Storia della lingua italiana sempre a «La sapienza», accademico della Crusca e dei Lincei: «Per imparare una lingua diversa occorre inevitabilmente partire dalla buona conoscenza della propria di origine. Con quella organizziamo mentalmente e linguisticamente la realtà, si assimila la cultura diffusa, ci si abitua a ragionamenti complessi. La lingua madre è insomma la prima chiave per orientarsi nel mondo, solo dopo si possono aggiungere gli altri elementi». E che giudizio ha della conoscenza dell’italiano da parte delle nuove generazioni? «Mentre la lingua parlata è generalmente ben dominata, quella scritta lo è assai meno. Vedo gravi problemi sull’interpunzione, sulla costruzione sintattica, sul lessico astratto». In quanto all’inglese? «Non sarei tanto pessimista. Sarà la diffusione generalizzata di quella lingua, saranno i frequenti contatti con i coetanei di altre parti del mondo, fatto sta che, alla fine, mi sembra che i ragazzi italiani se la cavino abbastanza bene». Appena una sufficienza, insomma. E forse è davvero un po’ poco, «cavarsela», in questi tempi così duramente competitivi.

Paolo Conti
14 settembre 2009

http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_14/scuola_inglese_ab516438-a0f4-11de-9cad-00144f02aabc.shtml

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