Traduttori traditori secondo Sanguineti

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POLEMICHE Esce «Teatro antico», versioni di autori classici curate dal critico e poeta. Che giudica chi lo ha preceduto

Traduttori traditori

L’accusa di Sanguineti: Pasolini era avventuroso Quasimodo non conosceva il greco

Accade spesso che l’attività di un poeta sia percorsa in parallelo da un suo operoso laboratorio di traduzione. È il caso di Montale, di Sereni, di Quasimodo, di Caproni, di Erba e di tantissimi altri. Edoardo Sanguineti non fa eccezione. L’eccezione semmai è che la traduzione per lui è un’attività svolta con una estrema consapevolezza a tutti i livelli. Lo rivela, se ce ne fosse bisogno, il suo nuovo libro, Teatro antico, che esce mercoledì nella Bur e che raccoglie buona parte delle sue versioni dei drammi di autori classici, da Euripide a Seneca, a Eschilo, ad Aristofane, a Sofocle. È un laboratorio che occupa quasi l’intera biografia intellettuale di Sanguineti, avviato sin dagli anni Sessanta e protrattosi fino ai Novanta, e che incrocia i migliori registi del nostro tempo, da Luca Ronconi a Benno Besson. Con un obiettivo rimasto inalterato nelle sue intenzioni: rendere gli autori tradotti il più possibile «dicibili», cioè rappresentabili sulla scena: «Ci sono traduzioni degne di attenzione – dice – che però funzionano male sulla scena, quel che a me interessa è la sensibilità verso l’immediatezza del parlato, verso una parola che risuona come parola verbale e non solo per una lettura silenziosa. Qualcosa che stia bene in piedi sulla bocca

dell’attore». In questa direzione, l’eterna opposizione fedeltà-tradimento, bella infedele – brutta fedele viene ampiamente superata: «La fedeltà – sostiene Sanguineti – è vanto troppo ovvio, e troppo spesso vano, di troppi “traditori”, perché io possa insistere utilmente sopra questo punto». Sanguineti insiste piuttosto sul concetto di travestimento. Che cosa intende? «Intendo ciò che tradizionalmente si intendeva per letteratura in età barocca: la ripresa talvolta parodica, ma non necessariamente, di testi narrativi o poetici del passato, rielaborati attraverso processi di comicizzazione o di modernizzazione con estrema libertà, in modo da costituire un testo assolutamente nuovo. Un rivisitazione, come si diceva una volta, molto ri-creativa». Il fatto, e anzi il paradosso, è che l’opera traduttoria di Sanguineti si svolge su un filo teso tra volontà trasgressiva e attenzione filologica al testo, perché a differenza di molti suoi predecessori anche illustri, come il Pasolini traduttore di Eschilo e il Quasimodo traduttore dei lirici e dei tragici greci, Sanguineti conosce bene la lingua di partenza: «Sarebbe meglio dire che mi illudo di conoscere il greco e il latino: in realtà qualunque locuzione, anche di una lingua straniera moderna, trasposta in altra lingua non viene mai resa alla perfezione. Si tratta sempre di due testi diversi, pieni di correlazioni, ma tra di essi non c’ è mai un’identità o una totale fedeltà. Molti grandi traduttori del passato, da Vincenzo Monti a Salvatore Quasimodo, non conoscevano le lingue da cui traducevano. Il fatto è che secondo me non è che nuoccia conoscerle, ma non è affatto necessario: la traduzione è una specie di alibi per poter dire delle cose. Sarebbe sbagliato credere che se si trovasse un filologo in grado di restituire letteralmente e con perfezione un testo antico, saremmo a posto una volta per tutte». La traduzione non è un lavoro di filologia? «No, è appunto un lavoro di travestimento. Le grandi traduzioni non sono opera di filologi: le citazioni virgiliane di Dante sono del tutto arbitrarie; Foscolo, traducendo Sterne, scrive un capolavoro, ma non certo perché conosce bene l’inglese (e lo conosce davvero bene), ma per il fatto che reinventa il testo. Leopardi ha usato una splendida parola per indicare l’opera di traduzione: imitazione. È come la copia di un quadro realizzata da un altro pittore: che so, Picasso che rifà Velázquez, Baj che rifà il Velázquez di Picasso…». Sono travestimenti anche quelli realizzati da Quasimodo e da Pasolini, ma a Sanguineti non piacciono. «In Quasimodo c’ è una patina fastidiosissima da colonna greca, il dionisiaco si perde di fronte all’apollineo, è tutto levigato, ripulito, suona troppo bene per essere tragico». E Pasolini? «C’ è un gusto troppo pasoliniano per i miei gusti, un’approssimazione un po’ avventurosa. La stessa del Pasolini che filma il Decameron o le Mille e una notte. Sono travestimenti, d’ accordo, ma iperestetizzanti, c’ è l’ossessione del far pittura che lo accompagna sempre, l’ ingenuità di chi non ha un’ idea precisa, con un cumulo di errori teorici». Il Faust goethiano tradotto da Sanguineti portava un sottotitolo: “un travestimento”, che però non voleva significare attualizzazione. «Qualsiasi volontà di appropriazione, debita o indebita, di un testo del passato, è un travestimento. A teatro posso illudermi di ascoltare Euripide, in realtà ascolto il signor X che legge a suo modo Euripide, secondo modalità linguistiche, stilistiche, intellettuali sue. Se leggiamo l’Iliade di Monti leggiamo prima di tutto Monti, non una trasparente trasposizione di Omero, infatti Monti quando traduceva con libertà di inventare dava il meglio di sé. Poi, certo, nei trattamenti licenziosi (in senso filologico) ci sono gradazioni diverse, calchi e operazioni più ostentate e radicali». L’immediatezza della parola teatrale non è, per Sanguineti, facilità o semplificazione. Tutt’altro. C’ è, nel percorso che porta a questa “dicibilità”, una cospicua dose di artificio. «L’artificio nella traduzione – aggiunge Sanguineti – rende evidente che la cultura di Sofocle o di Aristofane non è la nostra cultura. Io sono contro la formulazione dei classici come nostri contemporanei, non amo puntare sul sentimento di familiarità o di empatia, ma sul senso di spaesamento: a me interessa sottolineare l’esotismo di tempo e di spazio, il fatto cioè che tutte le categorie, dall’amore alla morte, oggi funzionano in modo radicalmente diverso rispetto all’antica Grecia o all’antica Roma. Bisogna rendere evidente che con i classici siamo in un altrove che non ci appartiene, siamo di fronte a uomini che dispongono di altre strutture mentali». In questo senso, la traduzione può avere, per Sanguineti, un valore diciamo ideologico come tutta la sua opera? «Sì, perché sottolineare la nostra distanza rispetto ai classici suggerisce che la storia e gli uomini sono modificabili, e se il mondo non è eternamente uguale a se stesso, anche il presente è modificabile. Per questo il tradurre deve evidenziare l’artificio con cui realizzo il passato e non perpetuare l’ idea di un tempo immobile, l’ idea che la storia in fondo è passata invano».

(Dal Corriere della Sera, 15/10/2006).

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