Tradurre per l’Europa

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Non tagliamo le lingue d’Europa

All’Accademia della Crusca a confronto sulla “babele” dell’Unione

di Francesco Sabatini

(presidente dell’Accademia della Crusca)

Mai come ora si discute, da tutti i punti di vista, delle funzioni, dell’importanza e delle sorti delle lingue d’Europa e, in termini più generali, di quelle del mondo intero. L’accelerazione del processo di crescita e dei movimenti nella vita dei popoli mette immediatamente in gioco le loro lingue.

Ciò che accade di anno in anno in Europa, con il progressivo allargamento dei confini dell’Unione, per quanto si possano verificare contrasti e ritardi, segna una svolta che è dir poco dire storica. Il processo in atto sembra ricondurre il continente, in una certa misura e guardandolo almeno in superficie, a un assetto addirittura preistorico, all’epoca in cui i molti diversi popoli di oggi erano compresi in pochissime entità etniche, quella degli Indoeuropei (che raccoglieva Elleni, Latini, Illiri, Germani, Celti, Slavi e Balti) e alcune altre, dalle quali derivano gli Ungheresi e i Finlandesi, i Baschi, i Caucasici e gli antichi Bulgari, affini ai Turchi. L’Europa torna così alle sue origini? Non è questo il tema che viene oggi dibattuto e che emergerà dai lavori che si svolgono all’Accademia della Crusca. L’incontro tra i popoli d’Europa, così ricchi ormai di storia particolare e titolari di lingue fortemente differenziate, non può avvenire mescolando e impastando memorie storiche, abitudini di vita e soprattutto lingue molto diverse. Queste diversità sono ricchezze, che devono essere conservate: in ogni caso il loro reciproco intrecciarsi e mescolarsi non è processo che si compia né in dieci, né in cento e forse neppure in mille anni. Le trasformazioni profonde delle lingue, le loro vere mutazioni, e quindi anche la loro scomparsa, sono il risultato di lunghissimi cicli storici o di sconvolgimenti totali delle strutture delle società interessate.

Se questi sono i termini delle questioni che abbiamo davanti, dobbiamo impegnarci sul terreno della politica linguistica nazionale ed europea in maniera molto concreta. E cioè insistendo su tre punti. Primo, che nella prassi delle istituzioni comunitarie, una volta ammesso l’uso della lingua inglese come strumento di comprensione basilare generalizzata, non vi siano privilegi accordati per vie di fatto a singole altre lingue. Secondo, che sia largamente diffuso lo studio delle altre lingue, le più diverse, secondo i rapporti con i diversi popoli e gli interessi di studio e di lavoro dei singoli individui. Terzo, che sia ampiamente valorizzato il compito dei traduttori e degli interpreti, veri responsabili delle intese precise nelle trattative di maggiore impegno. Tutto ciò richiede che ogni parlante abbia un’alta stima della propria lingua e senta che le altre lingue dei popoli dell’Unione sono anch’esse un proprio patrimonio da difendere. Alla luce di questi principi, oggi nell’Accademia della Crusca si dibatteranno varie questioni, partendo dal libro “Tradurre per l’Unione Europea” di Domenico Cosmai (Hoepli), che sarà presentato da Cecilia Robustelli dell’Università di Modena e da Helmut Riediger dell’Università di Zurigo.

Si discuterà del ruolo del traduttore nelle attività delle Istituzioni comunitarie, ma anche della formazione dei traduttori attraverso i percorsi universitari, una formazione che richiede un saldo possesso, non solo di fatto ma anche su basi di analisi scientifica, della lingua italiana. I lavori saranno aperti, oltre che dal sottoscritto, da Luigi Vesentini, Capo del Dipartimento Italiano della Traduzione di Bruxelles, da Eugenia Ponzoni del Comitato Economico e Sociale Europeo, da Marcello Soffritti, dell’Università di Bologna, sede di Forlì, e da Pietro Schenone, della Fondazione Scuole Civiche di Milano. Altri temi saranno trattati da Rema Rossini Favretti dell’Università di Bologna, Michele Prandi e Francesco Bertaccini, Università di Bologna-Forlì, Daniela Murillo della Direzione Traduzione della Commissione (Bruxelles).

(Da La Nazione, 9/3/2007).

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Ado
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Non tagliamo le lingue d’Europa<br /><br />
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All’Accademia della Crusca a confronto sulla “babele” dell’Unione<br /><br />
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di Francesco Sabatini <br /><br />
(presidente dell’Accademia della Crusca)<br /><br />
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Mai come ora si discute, da tutti i punti di vista, delle funzioni, dell’importanza e delle sorti delle lingue d’Europa e, in termini più generali, di quelle del mondo intero. L’accelerazione del processo di crescita e dei movimenti nella vita dei popoli mette immediatamente in gioco le loro lingue.<br /><br />
Ciò che accade di anno in anno in Europa, con il progressivo allargamento dei confini dell’Unione, per quanto si possano verificare contrasti e ritardi, segna una svolta che è dir poco dire storica. Il processo in atto sembra ricondurre il continente, in una certa misura e guardandolo almeno in superficie, a un assetto addirittura preistorico, all’epoca in cui i molti diversi popoli di oggi erano compresi in pochissime entità etniche, quella degli Indoeuropei (che raccoglieva Elleni, Latini, Illiri, Germani, Celti, Slavi e Balti) e alcune altre, dalle quali derivano gli Ungheresi e i Finlandesi, i Baschi, i Caucasici e gli antichi Bulgari, affini ai Turchi. L’Europa torna così alle sue origini? Non è questo il tema che viene oggi dibattuto e che emergerà dai lavori che si svolgono all’Accademia della Crusca. L’incontro tra i popoli d’Europa, così ricchi ormai di storia particolare e titolari di lingue fortemente differenziate, non può avvenire mescolando e impastando memorie storiche, abitudini di vita e soprattutto lingue molto diverse. Queste diversità sono ricchezze, che devono essere conservate: in ogni caso il loro reciproco intrecciarsi e mescolarsi non è processo che si compia né in dieci, né in cento e forse neppure in mille anni. Le trasformazioni profonde delle lingue, le loro vere mutazioni, e quindi anche la loro scomparsa, sono il risultato di lunghissimi cicli storici o di sconvolgimenti totali delle strutture delle società interessate.<br /><br />
Se questi sono i termini delle questioni che abbiamo davanti, dobbiamo impegnarci sul terreno della politica linguistica nazionale ed europea in maniera molto concreta. E cioè insistendo su tre punti. Primo, che nella prassi delle istituzioni comunitarie, una volta ammesso l’uso della lingua inglese come strumento di comprensione basilare generalizzata, non vi siano privilegi accordati per vie di fatto a singole altre lingue. Secondo, che sia largamente diffuso lo studio delle altre lingue, le più diverse, secondo i rapporti con i diversi popoli e gli interessi di studio e di lavoro dei singoli individui. Terzo, che sia ampiamente valorizzato il compito dei traduttori e degli interpreti, veri responsabili delle intese precise nelle trattative di maggiore impegno. Tutto ciò richiede che ogni parlante abbia un’alta stima della propria lingua e senta che le altre lingue dei popoli dell’Unione sono anch’esse un proprio patrimonio da difendere. Alla luce di questi principi, oggi nell’Accademia della Crusca si dibatteranno varie questioni, partendo dal libro “Tradurre per l’Unione Europea” di Domenico Cosmai (Hoepli), che sarà presentato da Cecilia Robustelli dell’Università di Modena e da Helmut Riediger dell’Università di Zurigo.<br /><br />
Si discuterà del ruolo del traduttore nelle attività delle Istituzioni comunitarie, ma anche della formazione dei traduttori attraverso i percorsi universitari, una formazione che richiede un saldo possesso, non solo di fatto ma anche su basi di analisi scientifica, della lingua italiana. I lavori saranno aperti, oltre che dal sottoscritto, da Luigi Vesentini, Capo del Dipartimento Italiano della Traduzione di Bruxelles, da Eugenia Ponzoni del Comitato Economico e Sociale Europeo, da Marcello Soffritti, dell’Università di Bologna, sede di Forlì, e da Pietro Schenone, della Fondazione Scuole Civiche di Milano. Altri temi saranno trattati da Rema Rossini Favretti dell’Università di Bologna, Michele Prandi e Francesco Bertaccini, Università di Bologna-Forlì, Daniela Murillo della Direzione Traduzione della Commissione (Bruxelles). <br /><br />
(Da La Nazione, 9/3/2007).<br /><br />
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