Tradire per tradurre

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DISCUSSIONI

L’italiano di fronte all’inglese: a Londra scrittori e linguisti studiano nuove strategie

Tradire per tradurre, il paradosso dell’età globale

Lo stile come «esecuzione»: una risposta all’appiattimento

di Dacia Maraini

Che significato ha la pratica della traduzione in tempi di globalizzazione? Le lingue non tendono ad appiattirsi e omologarsi in una specie di parlato universale tecnologico, fatto di formule verbali e di parole chiave che servono ad aprire i tesori del mondo? Questo promettono le macchine con il loro codice internazionale. Ma pure le lingue continuano a richiedere la nostra attenzione per le loro diversità e la preservazione della loro integrità ci preoccupa. A Londra, in questi giorni l’Istituto italiano di cultura ha ospitato un incontro dal titolo «Translation: Transfer, Text and Topic». La lingua presa in considerazione era l’italiano, nei riguardi delle lingue più forti come l’inglese. Dispiace non avere il tempo di riportare tutte le interessantissime considerazioni sull’antica arte del tradurre…

La domanda che sottostava a tutti gli interventi era: la traduzione, ogni traduzione non è un arbitrio? E fino a che punto il traduttore mette del suo nella difficile pratica del trasferimento del testo da una lingua all’altra? Infine: in cosa consiste questo «altro»? Sono solo idee, sentimenti, intuizioni, invenzioni, gusti, ritmi, o anche ideologie, censure, distorsioni, prepotenze verbali, abuso? Lo scrittore inglese che abita in Italia da anni, Tim Parks, traduttore di Tabucchi, Moravia e Calvino, parte da una domanda apparentemente semplice: per tradurre bisogna in qualche modo rincorrere uno stile. Ma cos’è lo stile? Ed è traducibile uno stile personale? Non si rischia di creare scontri fra la lingua individuale e quella sociale? Non si rischia che la traduzione finisca per esprimere semplicemente una sovrapposizione di stili: quello del traduttore che copre e si innesta in quello dell’autore? Per essere riconosciuto in tempi di globalizzazione, dice Parks, uno scrittore deve essere tradotto in altre lingue. E qui il traduttore viene a confrontarsi con la storia dei Paesi e dei diversi sviluppi culturali. I grandi scrittori di solito criticano le convenzioni morali del Paese in cui vivono. Il traduttore deve conoscere e partecipare a queste operazioni critiche? Domande difficili a cui rispondere. Anch’io, intervenendo, mi sono dilungata sulla definizione di stile. Mi piace quella che ne dà Roland Barthes: «Una verticalità carnale». E ricordando le mie fatiche nel tradurre i versi di cristallina perfezione di Emily Dickinson e la prosa dalle lunghe onde musicali di Joseph Conrad, ho voluto testimoniare il dolore, ma anche il piacere sensuale della traduzione. C’è qualcosa anche dell’accudimento nella pratica del tradurre. Non a caso sono in maggioranza donne quelle che si chinano sul bambino-linguaggio come su una culla preziosa in cui giace un neonato, fortissimo nella sua voracità e voglia di crescere, ma debolissimo nella sua esposta fragilità. A questo proposito si potrebbe dire che la traduzione, proprio per la grande responsabilità che richiede, è davvero poco riconosciuta e poco pagata. Per me decisamente il traduttore dovrebbe avere il nome sulla copertina assieme al nome dell’autore e dovrebbe prendere una percentuale sugli incassi. Ci sono stati anche momenti di riflessione storica e scoperte divertenti. Come le vicissitudini affrontate dai traduttori di Boccaccio in inglese, raccontate con spirito da Guyda Armstrong dell’università di Manchester. Dopo le prime traduzioni dei testi in latino, c’ è stata la scoperta del Decameron, considerato all’inizio un libro pornografico da fare circolare in clandestinità. E che dire di Machiavelli i cui libri, come ci ha raccontato Luisa Simonutti, sono stati pubblicati in italiano a Londra, perché circolassero sul mercato di casa nostra in tempi di totalitarismo religioso e di censura? La traduzione di Machiavelli entra in pieno in quella problematica di cui parlava Tim Parks, ovvero il traduttore che si fa veicolo degli interessi intellettuali di un’epoca, può favorire la circolazione di idee nuove attraverso la introduzione di testi proibiti nella patria dell’autore. Franco Marenco ha presentato un altro tema affascinante: quanto si può e si deve tradurre dei dialetti? È lecito trasferire un dialetto in un altro dialetto? L’italiano universitario, ha sostenuto malignamente Marenco, non ha niente a che fare con la fisicità del dialetto. Ma gli scrittori, a casa loro, usano ancora i dialetti? Per Marenco, anche se non sono più utilizzati come una volta, costituiscono il substrato imprescindibile della lingua italiana. È la memoria di una polisemia, di una polifonia di voci che persiste nelle corde più segrete del linguaggio parlato. La prova? Le ripetute traduzioni di Shakespeare in dialetto. Un atto di realtà o una follia?

…ecco il filologo Alberto Varvaro, che ci racconta qualcosa di Pirandello traduttore di se stesso. Forse non sappiamo, e ci fa piacere apprenderlo, Pirandello è l’autore italiano più studiato nel mondo dopo Dante. Ma da che lingua traduceva Pirandello i suoi testi? Dal dialetto, s’intende. Solo che non si trattava di traduzioni dal siciliano all’italiano ma paradossalmente dall’italiano al siciliano. E perché? Il fatto era che le richieste degli attori teatrali si concentravano su testi in dialetto. Angelo Musco, o Giovanni Grasso, attori che allora andavano per la maggiore, pretendevano testi in siciliano, che poi venivano recitati a Torino, a Milano, a Firenze, a Roma con grande successo. Per questi attori Pirandello tradusse in siciliano testi come Liolà, La morsa. Ma la cosa curiosa è che spesso percorreva la strada inversa, traducendo dal siciliano all’italiano come fece col Berretto a sonagli e La patente…

(Dal Corriere della Sera, 6/11/2007).

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