Tra tende e vinavil tutte le parole che segnano il ritorno in scena di Prodi.

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Il Personaggio.

Tra tende e vinavil tutte le parole che segnano il ritorno in scena di Prodi.

Stefano Bartezzaghi.

Mi faccio sostanzialmente il predicatore d’Europa»: è questa l’ultima dichiarazione di Romano Prodi, pronunciata ieri al congresso della Cisl, ma già anticipata l’altra domenica a “In mezz`ora” su RaiTre. Predicatore, certo: e certamente memore delle indicazioni di Ignazio di Loyola a proposito dell’efficacia del linguaggio figurato. Lo si può dire perché nelle ultime settimane parecchie sono state le metafore e le figure assortite usate da Romano Prodi ( quasi tutte intese a illustrare il suo posizionamento politico). Già in passato si era compreso come Prodi fosse un ottimo copywriter di sé stesso, rifuggendo oltretutto dagli stereotipi nazionali delle similitudini invariabilmente calcistiche. Non era al governo per «lucidare le maniglie di casa Agnelli», era entrato in politica perché «l’Italia ha bisogno di affetto», al cardinal Ruini ( che pure aveva celebrato il suo matrimonio) ricordò con affilato nitore di essere «un cattolico adulto» mentre con un brusco sorriso offese Francesco Rutelli dandogli, in modo politicamente non proprio corretto, del «bello guaglione».
Ma è appunto nelle ultime settimane che Prodi ha invaso le pagine dei giornali e i servizi del tg con le sue dichiarazioni, sempre misurate nei toni e poderose nella sostanza. Prima che predicatore si è dichiarato «confessore di un centrosinistra diviso e bloccato da veti». Poi si è attribuito il ruolo di collante, sfidando chi non può che rispettarne il carisma e la popolarità ( anche segretamente detestandolo) a ricordare la fine delle scollatissime coalizioni che Prodi guidò: collante, poi diventato Vinavil nei seguiti dei commenti. Sempre in materia di amalgama, a Repubblica delle Idee aveva usato la parabola della torta, che non può essere composta solo di uova, dove la torta è la maggioranza e il leader è l`uomo uovo, più che nuovo. Questa euforia metaforica tra l’altro rafforza il sospetto che Prodi sia ciò che Bersani avrebbe voluto e non ha saputo essere. Tanto i giaguari, le vacche e i tacchini di Bersani erano sfacciati, e con la loro protervia comunicativa cancellavano il messaggio sottostante, tanto le similitudini prodiane sono sornione e aggiranti. Fra tutte è assurta a tormentone allegorico quella della «tenda» piantata vicino alla casa del Pd, ma ora riposta nello zaino, perché è una tenda piccola e perché dei moniti renziani Prodi si è già bell’e che stufato.
Alla sua bella e vivacissima età, la fantasia non fa quindi difetto al Professore. Nella vita abita uno stabile in muratura, nella prossimità di una delle grandi meraviglie d’Italia ( piazza Santo Stefano a Bologna ), ma pure arriva a dipingersi come un campeggiatore o, chissà, un beduino, che politicamente non ha residenza fissa o tetto. Predicatore e confessore, sì, però senza parrocchia e vagante. Tale attitudine nomadica tanti e tanti anni dopo risponde anche a quella fantastica trovata di Corrado Guzzanti che lo imitava e gli attribuiva una ammirazione ed emulazione perfettamente surrealista (per la precisione: Paul Éluard) per l’immobilità dei semafori. Nutrendo la speranza, si indovina, che abbinando predicatore e tenda non si evochi alla fine l’immagine del deserto.
(Da La Repubblica, 30/6/2017).

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