Tra le pieghe delle parole

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IL PICCOLO FRATELLO

Quando si «ha fegato» anche l’etimologia diventa un bestseller

Quattro ristampe in due mesi per «Tra le pieghe delle parole», l’ultimo libro di Gian Luigi Beccaria

di Paolo Di Stefano

Non è più tempo di libri che si vendano a poco a poco, con pazienza. I megastore sono fatti apposta per assecondare il botto da cinquanta, cento, duecentomila copie. E il resto vada come vada. Capita però a volte che un libro ci faccia venire nostalgia dell’editoria di una volta: quella che non aveva l’esigenza di gonfiare i bilanci e che si accontentava di titoli che vendessero discretamente oggi ma soprattutto continuassero a vendere domani. Con calma. Gli stessi titoli che magari, senza essere confezionati per fare il botto, finiscono per farlo ugualmente, smentendo tutte le leggi della «fisica» editoriale. Succede, ogni tanto. Ecco, per esempio, un saggio divulgativo sì, ma senza furbizie o banalizzazioni. Titolo Tra le pieghe delle parole, autore Gian Luigi Beccaria, editore Einaudi, euro 19,50. Sottotitolo: Lingua storia cultura. Un insieme di elementi che, messi insieme, suggerirebbero al bravo editore d’oggi freddezza se non diffidenza. Invece: 4 ristampe in due mesi, totale 13 mila copie e conseguente presenza in classifica che nemmeno un romanzo noir con serial killer e squartamenti vari. Viaggio è la parola giusta: è come aprire la guida di uno specialista che si traveste da Cicerone per farci conoscere confidenzialmente grandi e piccoli monumenti d’Italia, ma soprattutto la storia e le circostanze che li hanno prodotti. Qui si tratta di parole e il viaggio, nello spazio e nel tempo, lo si compie da fermi. Non per questo è meno affascinante. Non c’è solo il gusto irresistibile dell’etimologia: le parole sono microcosmi di storia di civiltà e cultura che non dimenticano quasi nulla delle loro origini e dei vari passaggi storici. Per questo scopriamo che certe parole sono come parenti con cui abbiamo convissuto per decenni e di cui veniamo a conoscere improvvisamente l’avventuroso passato, i legami imprevedibili, i viaggi esotici, gli incontri straordinari. Viceversa, per altre parole che fino a poco fa ci apparivano estranee e remote, si rivelano parentele insospettabili che ce le rendono prossime, quasi familiari. Quel che impressiona (e diverte) nel libro di Beccaria è il repertorio interminabile di esempi, colti e popolari, antichi e presenti, vicini e lontani. Per cogliere il senso delle stratificazioni, si può ricordare la ricca serie di arabismi passati non solo nei dialetti meridionali ma anche nell’italiano, quando gli arabi appunto avevano un prestigio tale da suggerire prestiti e scambi alla pari. Visti tutti (o quasi tutti) insieme fanno impressione, da «ragazzo» a «tariffa», da «scacchi» a «baldacchino» («drappo di Bagdad»). Per afferrare come piccole abitudini antiche si siano trasmesse in varie forme nella lingua, si potrebbe ricorrere all’italiano «mancia», un francesismo che richiama

l’uso medievale delle dame di staccarsi le maniche per consegnarle, durante i tornei, ai cavalieri preferiti (tanto che donner la manche in francese significava «favorire qualcuno»). Una sorpresa ad ogni apertura di pagina. Più appassionante che stare a seguire i moventi dei serial killer di cui sopra. Indovinate perché si dice «abbacchio». E perché la parola «dollaro» ha a che fare con una valle boema. E come mai «genuino» ha la stessa origine di «ginocchio» e la «bugia», nel senso di candela, deriva dal nome di una città algerina. E vi siete mai chiesti perché esiste un liquore piemontese che si chiama «ratafià»? Il professor Beccaria ha risposte piacevoli, ma molto molto serie, per tutto. E se proprio volete, è capace di spiegarvi senza essere barboso alcune teorie linguistiche geniali. Come quella che Matteo Bartoli battezzò indagine «areale». Questione di fegato, che gli antichi, come ci ricorda Beccaria, consideravano la sede dei sentimenti, delle emozioni e delle pulsioni vitali: per questo si dice «aver fegato». Il professor Beccaria, appunto, «ha fegato». Basta leggerlo. Se anche gli editori avessero più fegato.

(Dal Corriere della Sera, 10/7/2007).

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