Termini militari.

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Naja.

Di provenienza veneto –friulana: in origine “razza, genia” poi “gentaglia” (con riferimento ai superiori). “Chi va soldato, va sotto la “naja”. Gli portano via i vestiti borghesi e gli danno “la roba della naja”: la giubba, le scarpe, le fasce… la naja lo veste, la naja è il destino che lo ha mandato a fare il soldato, è il governo che ha messo fuori i manifesti di chiamata alle armi e la lista di leva con il suo nome, sono i superiori che stanno a Roma, o chissà dove, e che nessuno vedrà mai”. (Paolo Monelli, “Naja parla”, 1947).

Imboscato

Chi si sottrae ai suoi doveri di soldato (dal francese “embusqué). Durante la prima guerra mondiale l’espressione divenne sempre più familiare tra i soldati, come attestano anche i diari di carlo Emilio Gadda: “In città molti embusqués, molti esonerati dal servizio) (“Giornata di guerra e di prigionia”, 15 febbraio 1916), “non per indifferenza di “imboscato” io credo necessaria e santa” (5 giugno 191), “puzza di imboscatiello” (31 luglio 1918).

Ghirba

Dall’arabo “qirba”, “otre di pelle”, è entrata nell’uso con la guerra d’Africa del 1895 – 9 e con quella libica del 1911-12. “Portare a casa la ghirba: tornare a casa sano e salvo. (La “ghirba” è un recipiente di tela impermeabile che serve per portare acqua, vino, caffè)” (Benito Mussolini, “Diario di guerra”, 19 ottobre 1915).
(Da La Lettura (Corriere della Sera), 3/1/201).

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