Termini grevi

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L’Accademia della Crusca

Il destino dei rifiuti e quello del vocabolario

L’uso del termine ‘cacca’ nel manifesto della Provincia fa discutere

di Francesco Sabatini

(Presidente dell’Accademia della Crusca)

La politica italiana ha scelto la via del parlar forte? I tempi sono quelli che sono; non passa giorno, a quanto pare, che non si debba fare un balzo sulla sedia per fatti a dir poco grevi. Nei dibattiti è tutto un alzar di voce. Come farsi sentire su questo frastuono? Alzando, qualcuno pensa, anche il “peso” del vocabolario. La rincorsa è pericolosa.

Firenze vede sui muri di uno dei suoi più austeri palazzi, un manifesto dei pubblici poteri che adotta il linguaggio casalingo: sì, casalingo, perché è proprio in questo ambiente, precisamente nel trattare con i bambini, che si usa il termine cacca (“voce di origine infantile” dicono alcuni dizionari, ma è bene sapere che c’era una voce simile in greco). Non è molto documentata nei testi sui quali si fondano i nostri vocabolari, ma proprio perché è parola infantile, poco frequentata dagli scrittori (prime attestazioni sicure sono quelle di Luigi Pulci e Lorenzo dei Medici, in versi scherzosi).

La parola, usata, addirittura scritta in pubblico, resta “forte”, cioè sgradevole. Nel contesto di una disputa accesa, come quella dei destini della spazzatura che sovrabbonda, era facile fare un passo in più. Si sarebbe certo potuto stendere un testo argomentativo più tecnico: chi sa di aver ragione dovrebbe preferirlo. Ma qui è evidente la mano dei pubblicitari! Sono loro che puntano all’oltranza, ad accelerare il consumo della lingua. Hanno anche la vanità di fare storia (“il mio manifesto per la prima volta mostrò…”). Non diamo troppa retta a questi sperperatori della lingua.

(Da La Nazione, 15/11/2007).

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