Termini da usare di nuovo

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GLOSSARIO
GIORNALI E TELEVISIONI LA USANO COSTANTEMENTE. IL REGISTA CARLO LIZZANI SPIEGA PERCHÉ SAREBBE OPPORTUNO UTILIZZARE REPUBBLICA, PATRIA O STATO

Paese, parola abusata per dire Italia

di Carlo Lizzani

L’impoverimento del lessico tra le generazioni più giovani e l’uso – e l’abuso – di certe parole sia nel linguaggio corrente che in quello giornalistico e politico, sono, per fortuna, da qualche tempo sempre più al centro dell’attenzione di studiosi e di autorevoli saggisti. Esemplare lo scritto di Gustavo Zagrebelsky pubblicato da Einaudi: Sulla lingua del tempo presente, e divertente (ma non per questo superficiale) il saggio di Stefano Bartezzaghi: Non se ne può più (Mondadori). E molto interessante il saggio di Gianrico Carofiglio: La manomissione delle parole (Rizzoli). La lista degli interventi si sta allungando e mi permetto anche io di «scendere in campo» (tanto per usare uno di quei tipici modi di dire dei tempi nostri che ci stanno annoiando). Da tempo, infatti, vado riflettendo sull’uso e l’abuso della parola «Paese» (inteso per nazione o per Italia). Vi siete mai chiesti anche voi perché è usato così di frequente il termine «Paese» come sinonimo di Italia? Avete percepito la frequenza di questo uso come un fenomeno su cui interrogarvi? Proprio su questo giornale anche Sergio Romano, di recente, rispondendo a un lettore che si lamentava per l’abuso del termine Paese offriva una sapiente via d’uscita. «Paese, nazione, patria. Fate la vostra scelta». Per facilitare questa scelta diamo intanto uno sguardo al lessico usato in tanti Paesi occidentali per definire il proprio territorio. Nei discorsi dei regnanti o dei presidenti, come in quelli dell’uomo della strada di tanti Stati stranieri, c’ è sì, qualche volta, il ricorso a termini che evocano più il territorio che lo Stato (per esempio, in America e in tutta l’area anglosassone il termine «country», «Our country!» ecc.), ma è prevalente, nell’oratoria e nel lessico di Washington l’evocazione degli «United States». Né c’è pregiudizio, in Francia, verso i termini Nation o France, o in Germania verso quel Deutschland pur così carico di memorie inquietanti. Il termine «Land», che potrebbe somigliare al nostro «Paese» – ma è piuttosto «territorio» -, è di uso comune per le aree geografico-politiche che sono parte – però – dello Stato federale, che è nazione, Deutschland. Il fenomeno dell’uso a tappeto, in Italia, del termine «Paese», me lo ha fatto notare mia moglie che è tedesca, ma residente in Italia da decenni e che oggi grazie al satellite, come tanti, segue cronache e vicende di molti Stati europei. E infine che ne dite dell’aver regalato la parola Paese agli Stati di tutto il mondo (i «Paesi» dell’Est, i «Paesi» dell’Unione Europea, ecc.)? Dico subito che non c’è assolutamente da vergognarsi per questo ricorso, da noi così frequente, al termine «Paese». Il primo ad autorizzarne l’uso è – nientedimeno – Dante: «Del bel paese là dove il sì suona» e poi Petrarca: «Il bel paese ch’Appennin parte, e ‘l mar circonda». È stato, poi, il «Paese», in anni meno lontani, una sfida. Ha assunto per tutta una generazione un significato provocatorio. Sono legittimato a dirlo, come uno degli ultimi sopravvissuti della «fronda» antifascista. Ho scritto più volte dell’importanza e del significato di certi vocaboli usati da noi in quegli anni, a volte consapevolmente, a volte per spirito di imitazione, o addirittura per moda, nella comunicazione quotidiana o nella scrittura. Sfogliando, per esempio, le pagine di tanti giornali dei Guf dal ’40 in poi, s’incontra spesso invece della parola nazione la parola Paese. Nazione evocava nazionalismo, sangue, razza. E qualcuno – chi sarà stato il primo? – cominciava già a scrivere Paese, «il nostro Paese», espressione in cui si manifestava forse un’eco carpita da qualche pagina di Pavese o di Vittorini. Certamente era un modo per distinguersi, e nessuna censura poteva obiettare qualcosa. E quante altre parole, in quegli anni, per manifestare un’indifferenza verso la retorica di regime allora dominante. Nel linguaggio fascista c’era la cosiddetta «battaglia antindividualistica», «antiborghese»… quindi antindividualistico si poteva usare (evocando però un senso sociale diverso). Mentre l’espressione «esperienza individuale», che si riscontra in qualche nostro articolo, era qualcosa di più. La parola esperienza, infatti, alludeva già a un «farsi da soli», un «muoversi indipendentemente». Affioravano anche espressioni come «responsabili», «sentirsi responsabili». L’aggettivo responsabile non appariva mai nel lessico fascista, perché la responsabilità era del potere. Ma comunque anche in questo caso era difficile che un censore potesse sospettare una trasgressione. E al posto della parola popolo si diffondevano altri tipi di vocaboli: i lavoratori, le masse… Questo per dire quanto fosse, in fondo, affascinante leggersi e scoprire delle parentele tra movimenti apparentemente inconciliabili attraverso parole che a tentoni, proprio nel buio, riuscivamo a individuare e che ci facevano da radar per segnalarci gli uni agli altri. Io fui reclutato, come ho raccontato più volte, dal gruppo della rivista «Cinema» sia grazie ad alcune stroncature violente dei «telefoni bianchi» – i film di pura evasione della produzione corrente – che andavo scrivendo sulla terza pagina di «Roma fascista» (cui collaboravano da Vito Pandolfi a Eugenio Scalfari, da Ruggero Jacobbi ad Alfonso Gatto, e tanti altri futuri resistenti o antifascisti), sia per la sottile ragnatela di vocaboli nuovi (propri anche di un certo fascismo di sinistra) che cominciava a trasparire dalla mia scrittura. Quindi io sono il primo a non ripudiare la parola «Paese». E nelle tante pagine che ho scritto nei settanta anni che mi separano da quel ‘ 41-42, l’avrò usata centinaia di volte. Mi viene però a volte perfino di sorridere, quando ascolto tanti politici o giornalisti, da decenni in polemica permanente con la stagione resistenziale, pronunciare con enfasi la parola Paese. Inconsapevoli come sono, poveretti!, (anche per ragioni generazionali) del significato da noi immesso in quella parola negli anni della «fronda»: una bella dose di sottile veleno, di sapore addirittura marxista, per sgretolare dall’interno (insieme alle altre parole-chiave da me ricordate) la cappa di cartapesta calata intorno ai giovani dalla retorica fascista o patriottarda. Ma è ora di cambiare! E davanti alle scelte lasciate aperte da Sergio Romano (Paese, nazione, patria) mi piace prendere partito. Mi rivolgo al presidente della Repubblica, agli studiosi del Novecento, ai politici, ai politologi, ai giornalisti. Usiamo di nuovo la parola Italia o la parola Repubblica. E addirittura diciamo o scriviamo, qualche volta, «la nostra nazione», «la nostra patria». Il fascismo, che aveva tanto strumentalizzato questi termini e che ne aveva obbligato l’uso, fino alla nausea, è morto e sepolto da tempo. Via, dunque, la polvere da queste parole, che tutti i Paesi (!) usano senza vergognarsi. Non è una svolta da auspicare proprio nel centocinquantesimo anniversario?
(Dal Corriere della Sera, 20/1/2011).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il grande significato di «Paese» <br />
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L'articolo di Carlo Lizzani (Corriere, 20 gennaio) ha suscitato in me e in quelli che come me riflettono sui temi legati alla svolta epocale della glocalizzazione, molto interesse. Che un valente e acuto regista cinematografico, e in passato combattente per la libertà nell'Italia fascista, si sia soffermato sull'uso e l'abuso (secondo lui) del termine «Paese», quando esso è riferito a Italia, Repubblica italiana, Nazione italiana, mi è sembrato uno spunto assai significativo. Perché noi italiani usiamo così spesso la parola «Paese»? Secondo Lizzani, per un retaggio del passato dovuto principalmente alla mai digerita prosopopea di stampo fascista che insisteva senza mezzi termini né requie su supposti valori e primazie nazionali quando non nazionaliste. Tutto vero, tutto giusto. Ma forse potremmo chiederci se non ci sia una ragione più profonda per l'uso così diffuso di una parola all'apparenza neutra ma di grande significato. Paese, infatti, vuole dire anche città o villaggio, e non è forse vero che l'Italia dei cento campanili sia da sempre composta soprattutto da città, paesi e villaggi piuttosto che legata a una forte idea di unità nazionale, costruita con fatica dal Risorgimento e mai accettata del tutto dagli italiani? Si può azzardare anche un'altra ipotesi, più modernista, anzi contemporanea. Se, oggi il mondo, per dirla con Thomas Friedman, è piatto, privo di confini e di barriere e intercomunicante su reti virtuali, la nazione e di conseguenza il nazionalismo perdono rapidamente velocità nell'immaginario dei cittadini. Il mondo piatto, o se vogliamo usare un'altra espressione che lo definisce bene, «glocale» (globalizzato e nel contempo fortemente localizzato), ridisegna innanzitutto le mappe mentali legate al territorio e all'appartenenza ad esso. Se scema il peso della Nazione, aumenta quello dell'entità locale vissuta con immediatezza e conosciuta e riconosciuta perfettamente come qualcosa di proprio, e di condiviso. L'interazione con la dimensione globale si compie sulle reti e per mezzo di esse ma il riferimento concreto rimane quello locale, vissuto giornalmente e ben descritto proprio da un termine come «Paese». Se gli italiani saranno sempre meno rivolti verso un centro e sempre più locali e nel contempo globali rinunciando di fatto alle logiche imposte da un disegno nazionale (forte centralismo, poca autonomia delle periferie, ma anche poca comunicazione col mondo «fuori dalla nazione», a cominciare dall'Europa), la parola Paese potrà continuare a evocare con successo un'interessante diversità italiana. Una diversità, non scordiamocelo, in realtà modernissima e più adatta al mondo in cui viviamo oggi delle nostalgie nazionaliste di un passato che non ci ha certo portato granché bene. Piero Bassetti, presidente Globus et Locus, Milano <br />
(Dal Corriere della Sera, 1/2/2011).

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