Tel Aviv, città senza presente né congiuntivo.

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Narrativa straniera Un adolescente va in Israele e dalla lingua trae insegnamenti sul Paese.

Tel Aviv, città senza presente né congiuntivo.

di Francesco Battistini.

Una giovane ebrea-romana qualche anno fa fece “aliyah”, il ritorno alle radici, e aprì un blog a Tel Aviv. “Te la vivi” lo chiamò. Un bel titolo. Perché questa è la città in cui sei chiamato a giocartela. E te la devi vivere. La stessa idea che ispira Denis Lachaud, narratore francese che indaga la memoria e la lingua e nel suo ultimo romanzo immagina l’avventura di Frédéric, diciassettenne parigino cresciuto da “expat”
fra la Norvegia e la Germania, costretto all’ennesimo trasloco di famiglia in un mondo facile da prendere, non da comprendere: dove, se giocano in cortile a strega comanda colore, i bambini dicono “Herzì comanda” (Theodor Herzì, fondatore del sionismo); dove la vicina del terzo piano è la signora Lev, berlinese e col numero tatuato sul braccio, mentre al primo ci sono i Masri, fuggiti dall’Egitto negli anni Cinquanta, e dove accade che la signora Lev e la signora Masri si disprezzino reciprocamente – quegli arabi, quella snob- e nemmeno si salutino sulle scale.
  Una città che cent’anni fa non esisteva ed è sorta sulla sabbia diventata asfalto, cemento, gesso e alberi. Una lingua dissepolta cent’anni fa e rinata sulla forza di volontà, “aleph-bet-gimel”, lettere e mattoni, frasi a fare da frontiera perché le capacità umane non conoscono limiti – ordinava Herzì – e le vere frontiere sono le nostre barriere mentali.
  Il Frédéric smarrito tra i suoni di Lachaud è un ragazzino gentile, nel senso di non ebreo, spaesato e con orecchie aperte in un labirinto di ricordi dimenticati e tenaci oblii, echi di separazione fra “israeliani maleducati” e “arabi indecifrabili”: con un dittafono perlustra la città bianca all’ombra dei frangipani e registra voci, storie, rancori. Tutto in Israele gli parla sempre e solo dell’idea del territorio, i palestinesi senza terra, gli ebrei tornati alla terra dei Padri e anche Frédéric alla fine è costretto a interrogarsi su quale sia il suo spazio vitale. La famiglia? Le strade intorno alla via Dizengoff dove abita? O forse il territorio è soltanto la memoria che ci accompagna e il linguaggio in cui ci esprimiamo – ovunque tu sia, raccomandava Hemingway, è dentro di te che devi farcela -, tutto ciò che ci identifica e che non ha bisogno di un passaporto e di una bandiera.
  Per esplorare questa geografia dei confini tracciati nella nostra mente, è l’intuizione di Lachaud, il piccolo Paese del piccolo popolo è il laboratorio perfetto. Le mappe di Tel Aviv le stampano anche sulle infradito per andare alla spiaggia, ma è la lingua l’indizio primo per orientarsi in quel mondo.
  Gli ebrei non coniugano mai al presente il verbo essere: il presente non esiste, scopre Frédéric, esistono il passato o il futuro ma non il presente, perché in Israele “si può pensare, mangiare, camminare, dormire ma non essere e tutte queste persone che osservo per strada erano, saranno, ma non sono; e lo sanno. E’ così che vivono”. In ebraico non esiste nemmeno il condizionale o il congiuntivo. Non s’indugia nella cortesia o nel ritegno, non c’è scrupolo di chiedere permesso. Tutto è all’indicativo. Qui non “si vorrebbe” vivere, qui “si vuole” vivere: e forse è in questi suoni la grande forza, e l’eterna fragilità, d’un territorio condannato a sopravvivere.
(Da La Lettura (Corriere della Sera), 21/12/2014).




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