«Tax Expenditures»: l’importante è che i cittadini capiscano il più tardi possibile

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L’ANALISI

Mauro Meazza

Quanto è importante chiamarsi Expenditures

Il segreto è trovare un nome inglese: spiazza l’ascoltatore e dà il tempo per centrare il tiro. Se si prendono le agevolazioni fiscali per ribattezzarle «Tax Expenditures» non si ottiene solo una migliore leggibilità da parte dei mercati internazionali ma si prepara anche il terreno a far dimenticare il senso vero di deduzioni e detrazioni. Che sono – certamente – un ginepraio stratificato di sconti
e sconticini ma sono soprattutto – la parte visibile della Politica (la P maiuscola non è un refuso).
È dalle agevolazioni fiscali che si capisce dove vuole andare un Paese. Scorrendone la lista si possono capire le vere priorità di uno Stato e verificare cosa pensa della famiglia, dell’istruzione, della ricerca, della sanità e del benessere dei suoi cittadini.
Nel caso nostro, l’esercizio è sconfortante. Cosa pensa dei suoi cittadini uno Stato che lascia ancora la mera trasposizione in euro dei vecchi importi in lire? Il Testo unico delle imposte sui redditi è infantologia di decimali, tutti trasfusi pari pari dal numero magico 1936,27 che dettò undici anni fa il passaggio alla lira. Adesso, però, aggiorniamo le franchigie e finalmente le vecchie 250mila lire diventano 250 euro (un riconoscimento ufficiale al cambio applicato all’epoca dagli operatori più disinvolti. Come allora, tutto a nostro svantaggio).
Ma le disattenzioni non si fermano al Testo Unico: che idea ha delle sue imprese uno Stato che classifica gli ammortamenti nel 1988 (millenovecentoottantotto) e poi non li aggiorna più? E qual è la nostra reale attenzione alla famiglia se riconosciamo, a chi ha bisogno di una badante, una deduzione di 2100 all’anno (175 euro al mese, ma il primo e parte del secondo se li prenderà la franchigia)? E quanto ci preoccupiamo dei figli se li consideriamo fiscalmente autosufficienti quando
superano 2840,51 euro all’anno, cioè se guadagnano almeno 238 (duecentotrentotto) euro al mese?
L’elenco completo delle lagnanze sarebbe lungo quasi quanto quello delle deduzioni
e detrazioni, sorry, volevamo dire «Tax Expenditures».
Settecentoventi voci di possibile «erosione fiscale», così sono state definite. Nascondendo con l’inglese le finalità per le quali queste possibili «erosioni» vengono decise e – si spera periodicamente riviste, per aggiornarle, eliminare (perché no) quelle non più sostenibili, modificare le linee strategiche in cerca della crescita.
Adesso, con uno sforzo complesso e sicuramente nobile, si rivedono franchigie, si introducono tetti, si devitalizzano riduzioni di imponibili e di imposta. Un riordino per lo più contabile, che sembra rinunciare a qualsiasi scelta vera, anche rispetto alla «stabilità» che pure dovrebbe ispirarlo. Con analoga fatica, si potevano prendere decisioni altrettanto impopolari quanto la retroattività dei tagli e magari dare un segnale che non fosse buono solo per i mercati.
Qualcosa che ci facesse capire dove vogliamo andare e quale Paese vogliamo essere.
(Da Il Sole 24 Ore, 13/10/2012).




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