Tappa importante verso la traduzione della lingua etrusca.

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Un grande passo verso la traduzione della lingua etrusca.

di Giulia Utano.

Un gruppo di ricercatori del Mugello Valley Archaeological Project ha portato alla luce una stele scritta in lingua etrusca nel sito di Poggio Colla, in Toscana.

La civiltà etrusca, che fu presente su territorio italiano dal VIII sec. a C., era stanziata in un’area il cui nucleo iniziale corrispondeva alla Toscana, all’Umbria fino al Tevere e al Lazio settentrionale.
Sebbene la sua presenza sia stata bene attestata dalle fonti dirette (le testimonianze in lingua etrusca, quasi tutte di provenienza epigrafica) e indirette (citazioni in testi di altre lingue), considerato anche il fatto che, a partire dal I sec. a.C, esercitò una fortissima influenza politica e sociale sulla civiltà romana in via d’espansione, questo popolo rimane ancora oggi un grande mistero della storia delle nostre origini.
Il principale motivo d’indagine rimane, infatti, la loro lingua, così diversa da quella latina (ma anche dall’osco e dall’umbro) che costituisce la base da cui proviene, tra gli altri idiomi, l‘italiano da noi parlato.
Il motivo di questa profonda diversità strutturale deriverebbe dal fatto che la lingua latina, assieme al greco, alle lingue anatoliche, all’indo-iranico, alle lingue celtiche, italiche, germaniche, baltiche e slave, all’armeno, al tocario e al venetico e ad altre lingue oramai estinte, proviene dalla proto-lingua indoeuropea, mentre l’etrusco, almeno secondo le ipotesi più accreditate, no.
Inoltre gli etruschi, socialmente e culturalmente pari ai romani, preferirono apprendere il latino come seconda lingua, in una situazione di bilinguismo a “compartimenti stagni” che non permise ai due idiomi di influenzarsi tra loro tranne per alcuni prestiti, soprattutto nella toponomastica (e che, quindi, non permette ai linguisti di evincerne le traduzioni neanche tramite il metodo comparativo).
A differenza di quella del lessico, la traduzione dell’alfabeto etrusco è a buon punto ;secondo alcuni linguisti esso deriverebbe da quello greco arcaico degli eubei, introdotto in Italia centrale nel VII secolo a.C., in uso nella colonia greca dell’isola di Ischia presso la città di Cuma. Il verso della scrittura è bustrofedico nelle più antiche iscrizioni, mentre quelle classiche hanno l’andamento verso sinistra come nel punico. Poche iscrizioni seguono l’andamento da sinistra a destra, e in tal caso i caratteri etruschi sono riflessi. Per separare le parole si scriverebbe un puntino. Dall’alfabeto etrusco, e in particolare dall’alfabeto nord-etrusco, si ritiene derivino gli alfabeti di Lugano, venetico, retico, lepontico, camuno e il Fuþark antico che è la variante più antica dell’alfabeto runico.
Da queste brevi e necessariamente parziali premesse è possibile dunque comprendere l’importanza di questa scoperta, che conterrebbe circa 70 lettere leggibili e segni di interpunzione: caratteristiche che la rendono uno dei più completi esempi di scrittura etrusca mai rinvenuti finora.
Un altro motivo risiederebbe nel contenuto di questo documento che, a differenza della maggior parte delle altre testimonianze, non proviene da una necropoli e non conterrebbe dunque formule legate alla cultura funeraria…
Molte sono le ipotesi più o meno fantasiose che gli studiosi di tutti i tempi, a partire dalle fonti antiche per arrivare fino ad epoca contemporanea, hanno elaborato per definire l’origine di questa popolazione, la quale ha avuto un ruolo fondamentale nella nostra storia: da coloro che li vogliono autoctoni a coloro che, considerati gli elementi italici, egizi, greci,sirio-fenici, mesopotamici, urartei,indoiranici che compaiono nelle testimonianze etrusche, li descrivono come provenienti dai luoghi più disparati, anche di natura extra-terrestre.
E la risposta a questo grande mistero è sicuramente nascosta nella loro lingua, che con questa scoperta è di un passo più vicina ad essere tradotta nella sua interezza.
La stele verrà tradotta dall’università del Massachusetts di Amherst.
(Da roma.zon.it, 5/4/2016).

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