Svizzera: vogliono vietare le lingue nazionali a favore dell’inglese, ma esponenti italiani (naturalmente?) sono favorevolissimi.

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CANTONE.

“Ci vogliono vietare le lingue nazionali”.

L’inglese diventa lingua ufficiale di ricerca nelle scienze politiche. La rabbia degli oppositori: “Pagano i cittadini”. Intanto c’è chi invita alla calma.

di Patrick Mancini.

“Non possiamo sottovalutare questa situazione. Ci vogliono vietare le lingue nazionali”. Parole dure quelle del politologo Nenad Stojanovic. Ce l’ha con il Fondo nazionale di ricerca che ha deciso di imporre l’inglese quale lingua di ricerca nelle scienze politiche e necessaria per inoltrare un progetto. E ce l’ha con il Consiglio federale, ‘reo’ di non essersi opposto a una simile scelta. A sollevare il polverone era stato di recente il consigliere nazionale Ignazio Cassis, evidenziando come simili progetti di ricerca siano pagati con i soldi dei contribuenti. “Le motivazioni del Governo – tuona Cassis – sono pretestuose e difficilmente spiegabili alla popolazione che li finanzia”.
Imposizione dolorosa – Una discussione apparentemente di nicchia sta assumendo una portata nazionale. Lo dimostra anche la petizione partita dalla Romandia (http://languefns.wesign.it/fr ) e capace di raccogliere parecchie adesioni in poco tempo. “Il Fondo nazionale – riprende Stojanovic – vuole imporci l’inglese come unica lingua possibile per avviare un progetto di ricerca. Questo è sintomatico e intollerabile. Se io voglio fare una ricerca sulla democrazia in Svizzera, perché lo devo fare necessariamente in inglese? Questa imposizione fa male”.
Respiro internazionale – I sostenitori del plurilinguismo gridano allo scandalo. Mauro Dell’Ambrogio, segretario di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione, invita però tutti alla calma. “Non è una questione di principio. Bensì di funzionalità, per potere restare in un contesto internazionale”. E aggiunge: “Più che una decisione, è una tendenza. Diversi esperti internazionali valutano i progetti sottoposti al Fondo nazionale. Nelle scienze naturali e tecniche le domande sono da tempo redatte in inglese. Nelle scienze sociali l’80% pure, e quindi si pone la questione di adeguare alla situazione pure il 20% restante. Questo per evitare malintesi nelle traduzioni. Nelle scienze umane restano invece preminenti le lingue nazionali”.
Tutti alla pari – Tra i fans dell’inglese c’è anche Fabrizio Gilardi, professore di scienze politiche all’Università di Zurigo. “La lingua di ricerca è una cosa. La lingua di divulgazione è un’altra. L’inglese può diventare una lingua franca anche a sostegno delle minoranze. Chi mai dal Ticino oserebbe proporre un progetto di ricerca in italiano? L’inglese mette tutti alla pari. Le ricerche sono finanziate con i soldi dei contribuenti? Bene. E dunque bisogna garantire il livello più alto possibile. Cosa che l’inglese fa. Poi, ovviamente, la divulgazione dei dati è giusto farla nelle lingue nazionali. Questo, però, è un altro discorso”.  
(Da tio.ch, 10/3/2015).

 

 




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