Surrogato del vocabolario

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LINGUAGGI NELLA RETE. LE TECNOLOGIE RACCONTATE

Ditelo (ancora) con l’emoticon

di Sara Zolanetta

Ha appena compiuto 29 anni, ma sembra ancora un bambino. Non fa caso a crisi economiche e catastrofi naturali e continua a tenersi quel simpatico sorriso sulla faccia. È lo «smiley» :-), quella magica combinazione di punteggiatura che tutti abbiamo usato almeno una volta e che continua a infilarsi in email, chat e messaggini. Mentre entra nel suo trentesimo anno di vita – il compleanno è stato pochi giorni fa, il 19 settembre -, l’emoticon per eccellenza ha fatto carriera. Non solo si è evoluto in un ghigno, una strizzatina d’occhio, un bacio e persino un pinguino, ma è passato dalle chat dei teenager alle email dei manager. Una vera e propria invasione pacifica di faccine che pare ne abbia sdoganato l’ (ab)uso in qualunque situazione. E ormai anche nelle comunicazioni di lavoro è diventato normale inserire «smiley» e cuoricini per accordarsi su dove si farà la pausa pranzo o su chi controllerà un documento. «Le emoticon danno calore a un tipo di comunicazione, quella online, che è fortemente verbale», dice il sociologo Alberto Abruzzese. La parola stessa, un mix dei vocaboli inglesi «emotion» e «icon», ne suggerisce significato e uso: una speciale combinazione di simboli per esprimere l’umore di chi scrive. «Cadono i vincoli grammaticali e sintattici e il linguaggio diventa parola viva, cioè emoticon – continua Abruzzese -. Riscaldare un messaggio professionale non è molto semplice. Diciamo che l’emoticon rende il compito più facile». Ma l’eccesso non è fuori luogo, specialmente quando si parla di lavoro? «Il lecito – conclude Abruzzese – si forma attraverso l’uso, quindi…». Nel dubbio basta affidarsi alla «netiquette», il galateo della Rete. Che suggerisce di usare gli smile e affini con moderazione, tranne quando si fa una battuta che potrebbe essere equivocata, mancando nella email la possibilità di esprimere le sfumature. E se da un lato la policy di alcune società proibisce esplicitamente l’uso delle faccine nelle comunicazioni interne e verso l’esterno dei propri dipendenti, dall’altro ci sono multinazionali che inseriscono le emoticon (e non solo quelle più semplici) direttamente nella Intranet e nelle chat aziendali. I detrattori dell’eccesso d’uso delle «faccine» sostengono – forse non troppo a torto – che l’inserimento ripetuto in email ed sms non dipende solo dalla crescente velocità nella comunicazione, ma nasconde anche una crescente incapacità di usare il ricco vocabolario che ci fornisce la lingua italiana. Ironia della sorte, lo «smile» orizzontale nasce in un ambiente che illetterato proprio non dovrebbe esserlo, quello universitario. La storia della faccina sorridente, infatti, inizia alle 11.44 del 19 settembre 1982 quando Scott E. Fahlman, ricercatore e professore d’informatica alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh (negli Stati Uniti), inventa l’emoticon per eccellenza. In un messaggio rivolto ai colleghi, per conservare la tranquillità del Computer Science Department il professore usa i segni grafici 🙂 e :-(. «Alla Carnegie Mellon – racconta Fahlman al Corriere – avevamo una bacheca digitale in cui si discuteva di ogni sorta di argomento, con il tipico umorismo nerd. In una di queste discussioni ci chiedevamo cosa sarebbe successo, da un punto di vista scientifico, a una candela accesa, a un canarino e a una pozza di mercurio dentro un ascensore in caduta libera». Alle molte risposte serie, si aggiunse un commento umoristico che invitava a non usare uno degli ascensori dell’edificio «perché contaminato dal mercurio, danneggiato da piccoli incendi e pieno di uccelli morti». Non tutti capirono che si trattava di una battuta, continua Fahlman: «Uno dei tecnici, che non aveva seguito tutta la discussione pensò che fosse un vero allarme. A quel punto decidemmo di trovare un simbolo per gli scherzi e uno per i commenti seri e la mia proposta, quella delle faccine, venne accolta da tutti». Un successo all’interno del gruppo accademico che è poi diventato planetario. «Per scrivere quel messaggio ho impiegato non più di dieci minuti della mia vita. È davvero strano pensare ora, a quasi trent’anni di distanza, che è ciò che mi ha reso famoso, più di qualunque cosa abbia fatto in quarant’anni di ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale», l’amara ma divertita constatazione di Fahlman. Alla luce di questo grande successo, perché non pensare a una specie di copyright per proteggere la geniale invenzione? «Non credo si possa fare, almeno secondo le leggi americane», conclude il papà digitale delle moderne emoticon: «Nel bene, o nel male, lo considero il mio piccolo regalo al mondo».
(Dal Corriere della Sera, 24/9/2011).




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