Sul Corsera l’Appello degli intellettuali Europei: Federalismo o morte!

Posted on in Europa e oltre 32 vedi

L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI

Unione politica o fuori dalla Storia
Per l’Europa è l’ultima occasione


http://www.corriere.it/esteri/13_gennai … 4908.shtml

L’Europa non è in crisi, è in punto di morte. Non l’Europa come territorio, naturalmente. Ma l’Europa come Idea. L’Europa come sogno e come progetto. L’Europa il cui spirito fu celebrato da Edmund Husserl nelle sue due grandi conferenze pronunciate a Vienna, nel 1938, e a Berlino, alla vigilia della catastrofe nazista. L’Europa come volontà e rappresentazione, come chimera e come cantiere, l’Europa che i nostri padri hanno rimesso in piedi, l’Europa che ha saputo ridiventare un’idea nuova in Europa, che ha potuto portare ai popoli dell’ultimo dopoguerra una pace, una prosperità, una diffusione della democrazia inedite, ma che ancora una volta si sta decomponendo sotto i nostri occhi.

Si decompone ad Atene, una delle sue culle, nell’indifferenza e nel cinismo delle nazioni-sorelle: ci furono tempi, quelli del movimento filellenico, agli inizi del XIX secolo, in cui, da Chateaubriand al Byron di Missolungi, da Berlioz a Delacroix, o da Puskin al giovane Victor Hugo, tutti gli artisti, poeti, grandi intelletti di cui era ricca l’Europa, volavano in suo aiuto e militavano per la sua libertà. Oggi, siamo lontani da quei tempi. E tutto si svolge come se gli eredi dei grandi europei appena citati, mentre i greci devono affrontare un’altra battaglia contro un’altra forma di decadenza e di sudditanza, non trovassero nulla di meglio da fare che maltrattarli, stigmatizzarli, denigrarli. E spogliarli, fra un piano di rigore imposto e un programma di austerità che si ingiunge loro di adottare, del principio stesso di sovranità che proprio i greci, a suo tempo, inventarono.

Si decompone a Roma, un’altra delle sue culle, un’altra delle sue fondamenta, la seconda matrice (la terza è lo spirito di Gerusalemme) della sua morale e dei suoi saperi, l’altro luogo della distinzione fra legge e diritto, o fra uomo e cittadino, che è all’origine del modello democratico che ha dato tanto non solo all’Europa, ma al mondo: la fonte romana inquinata dai veleni di un berlusconismo che non smette di finire; la capitale spirituale e culturale talvolta annoverata, assieme a Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda, tra i famosi «Pigs», fustigati da istituzioni finanziarie senza coscienza e senza memoria; la capitale del Paese che inventò l’abbellimento del mondo in Europa e che appare, a torto o a ragione, come il malato del continente. Che miseria! Che derisione!

Si decompone dappertutto, da ovest a est, da sud a nord, con la rimonta di populismi, sciovinismi, ideologie di esclusione e di odio che l’Europa aveva proprio per missione di emarginare, raffreddare, e che rialzano la testa in maniera vergognosa: com’è lontano il tempo in cui, nelle strade di Francia, per solidarietà con uno studente insultato da un capo partito dalla memoria corta come le sue idee, scandivamo «Siamo tutti ebrei tedeschi»! Come sembrano lontani i movimenti di solidarietà – a Londra, Berlino, Roma e Parigi – con i dissidenti dell’altra Europa che Milan Kundera chiamava l’Europa schiava e che appariva come il cuore dell’Europa! E quanto alla piccola Internazionale di spiriti liberi che vent’anni fa si batteva per l’anima dell’Europa incarnata da Sarajevo sotto le bombe e in preda a una spietata «purificazione etnica», dove è finita e perché non la si sente più?

L’Europa si decompone, infine, per l’interminabile crisi dell’euro che, tutti percepiamo, non è per niente risolta: non è forse una chimera la moneta unica astratta, fluttuante, perché non sorretta da economie, risorse, fiscalità convergenti? Le monete comuni che hanno funzionato (il marco dopo lo Zollverein, la lira dell’unità italiana, il franco svizzero, il dollaro) non sono quelle, e solo quelle, che hanno sostenuto un progetto politico comune? Non c’è una legge ferrea secondo cui, perché ci sia moneta unica, occorrono un minimo di bilancio, di norme contabili, di principi di investimento, insomma di politica condivisa?

Il teorema è implacabile. Senza federazione, non c’è moneta che tenga. Senza unità politica, la moneta dura qualche decennio, poi, con l’intervenire di una guerra, di una crisi, si disgrega. In altre parole, senza progresso dell’integrazione politica – il cui obbligo è iscritto nei trattati europei ma che nessun responsabile sembra voler prendere sul serio -, senza abbandono di competenze da parte degli Stati-nazione e senza una franca sconfitta, quindi, dei «sovranisti» che spingono i popoli a ripiegarsi su se stessi e alla disfatta, l’euro si disintegrerà come si sarebbe disintegrato il dollaro se i sudisti avessero vinto, 150 anni fa, la guerra di secessione.

Una volta si diceva: socialismo o barbarie. Oggi bisogna dire: unione politica o barbarie. O meglio: federalismo o disgregazione e, sulla sua scia, regressione sociale, precarietà, esplosione della disoccupazione, miseria. E meglio ancora: o l’Europa fa un passo in più, ma decisivo, sulla via dell’integrazione politica, oppure esce dalla Storia e sprofonda nel caos.

Non abbiamo più scelta: l’unione politica o la morte. Una morte che può assumere tante forme e prendere varie direzioni. Può durare due, tre, cinque, dieci anni ed essere preceduta da remissioni numerose che daranno l’impressione, ogni volta, che il peggio sia stato scongiurato.
Ma la morte arriverà. L’Europa uscirà dalla Storia. In un modo o in un altro, se non accade nulla, ne uscirà. Non è più una ipotesi, un vago timore, un drappo rosso sventolato in faccia agli europei recalcitranti. È una certezza. Un orizzonte invalicabile e fatale. Tutto il resto – incantesimo degli uni, piccoli arrangiamenti degli altri, roba come fondi di solidarietà e banche di stabilizzazione – non fa che ritardare la scadenza e mantenere il morente nell’illusione di una proroga.
(traduzione di Daniela Maggioni)

Vassilis Alexakis , Hans Christoph Buch, Juan Luis Cebrián, Umberto Eco, György Konrád, Julia Kristeva, Bernard-Henri Lévy , Antonio Lobo Antunes, Claudio Magris, Salman Rushdie, Fernando Savater, Peter Schneider

Corriere della Sera
26 gennaio 2013 (modifica il 28 gennaio 2013)
© RIPRODUZIONE RISERVATA




2 Commenti

Lapo Orlandi
Lapo Orlandi

L'Appello originale di Bernard Henri Lévy in francese:<br />
<br />
dal sito di Arte:<br />
<br />
<!-- m --><a class="postlink" href="http://www.arte.tv/fr/europe-ou-chaos-le-manifeste-de-bernard-henri-levy/7276108.html">http://www.arte.tv/fr/europe-ou-chaos-l ... 76108.html</a><!-- m --><br />
<br />
<strong><span style="font-size: 1150px;">Europe ou chaos ? - Le manifeste de Bernard-Henri Lévy</span></strong><br />
<br />
L’Europe n’est pas en crise, elle est en train de mourir. Pas l’Europe comme territoire, naturellement. Mais l’Europe comme Idée. L’Europe comme rêve et comme projet.<br />
Cette Europe selon l’esprit célébrée par Edmund Husserl dans ses deux grandes conférences prononcées, en 1938, à Vienne et à Prague, à la veille de la catastrophe nazie. Cette Europe comme volonté et représentation, comme chimère et comme chantier, cette Europe qu’ont relevée nos pères, cette Europe qui a su redevenir une idée neuve en Europe, qui a pu apporter aux peuples de l’après Seconde guerre mondiale une paix, une prospérité, une diffusion de la démocratie inédites mais qui est, à nouveau, sous nos yeux, en train de se déliter.<br />
<br />
Elle se délite à Athènes, l’un de ses berceaux, dans l’indifférence et le cynisme des nations-sœurs : il fut un temps, celui du mouvement philhellène, au début du XIXe siècle, où, de Chateaubriand au Byron de Missolonghi, de Berlioz à Delacroix, ou de Pouchkine au jeune Victor Hugo, tout ce que l’Europe comptait d’artistes, de poètes, de grands esprits, volait à son secours et militait pour sa liberté ; nous en sommes loin aujourd’hui ; et tout se passe comme si les héritiers de ces grands Européens, alors que les Hellènes ont à livrer une autre bataille contre une autre forme de décadence et de sujétion, ne trouvaient rien de mieux à faire que de les houspiller, de les stigmatiser, de les jeter plus bas que terre et, de plan de rigueur imposé en programme d’austérité qu’ils sont sommés d’enregistrer, de les dépouiller de ce principe même de souveraineté qu’ils ont, naguère, inventé.<br />
<br />
Elle se délite à Rome, son autre berceau, son autre socle, la deuxième matrice (la troisième étant l’esprit de Jérusalem) de sa morale et de ses savoirs, l’autre lieu d’invention de cette distinction entre la loi et le droit, ou entre l’homme et le citoyen, qui est à l’origine du modèle démocratique qui a tant apporté, non seulement à l’Europe, mais au monde : cette source romaine polluée par les poisons d’un berlusconisme qui n’en finit pas de finir, cette capitale spirituelle et culturelle parfois comptée, aux côtés de l’Espagne, du Portugal, de la Grèce et de l’Irlande, parmi les fameux « PIIGS » que fustigent des institutions financières sans conscience ni mémoire, ce pays qui inventa l’embellissement du monde en Europe et qui prend des allures, à tort ou à raison, d’homme malade du continent – quelle misère ! quelle dérision !<br />
<br />
Elle se délite partout, d’ouest en est, du sud au nord, avec la montée de ces populismes, de ces chauvinismes, de ces idéologies d’exclusion et de haine que l’Europe avait précisément pour mission de marginaliser, de refroidir, et qui relèvent honteusement la tête : comme il est loin le temps où, dans les rues de France, en solidarité avec un étudiant insulté par un chef de Parti à la mémoire aussi courte, lui aussi, que ses idées, on scandait « nous sommes tous des juifs allemands » !, comme ils paraissent loin, ces mouvements de solidarité, à Londres, à Berlin, à Rome, à Paris, avec les dissidents de cette autre Europe que Milan Kundera nommait « l’Europe captive » et qui apparaissait comme le cœur de l’Europe ! Et quant à la petite Internationale de libres esprits qui se battaient, il y a vingt ans, pour cette âme de l’Europe qu’incarnait Sarajevo sous les bombes et en proie à un « nettoyage ethnique » impitoyable, où est-elle passée et pourquoi ne l’entend-on plus ?<br />
<br />
Et puis l’Europe se délite enfin du fait de cette interminable crise de l’euro dont chacun sent bien qu’elle n’est nullement réglée : n’est-elle pas une chimère, pour le coup, cette monnaie unique abstraite, flottante, car non adossée à des économies, des ressources, des fiscalités convergentes ? Les monnaies communes qui ont marché (le Mark après le Zollverein, la Lire de l’unité italienne, le Franc suisse, le dollar) ne sont-elles pas celles, et celles seulement, qu’ont soutenues un projet politique commun ? N’y a-t-il pas une loi d’airain qui veut que, pour qu’il y ait monnaie unique, il faut un minimum de budget, de normes comptables, de principes d’investissement, bref, de politique partagées ? Le théorème est implacable.<br />
<br />
Sans fédération, pas de monnaie qui tienne.<br />
<br />
Sans unité politique, la monnaie dure quelques décennies puis, à la faveur d’une guerre, d’une crise, se désagrège. Sans progrès, autrement dit, de cette intégration politique dont l’obligation est inscrite dans les traités européens mais qu’aucun responsable ne semble vouloir prendre au sérieux, sans abandon de compétences par les États-nations et sans une franche défaite, donc, de ces « souverainistes » qui poussent les peuples au repli et à la débâcle, l’euro se désintégrera comme se serait désintégré le dollar si les Sudistes avaient, il y a 150 ans, gagné la guerre de Sécession.<br />
<br />
Jadis, on disait : socialisme ou barbarie. Aujourd’hui, il faut dire : union politique ou barbarie.<br />
<br />
Mieux : fédéralisme ou éclatement et, dans la foulée de l’éclatement, régression sociale, précarité, explosion du chômage, misère.<br />
<br />
Mieux : ou bien l’Europe fait un pas de plus, mais décisif, dans la voie de l’intégration politique, ou bien elle sort de l’Histoire et sombre dans le chaos.<br />
<br />
Nous n’avons plus le choix : c’est l’union politique ou la mort.<br />
<br />
Cette mort peut prendre maintes formes et emprunter plusieurs détours.<br />
<br />
Elle peut durer deux, trois, cinq, dix ans, et être précédée de rémissions en grand nombre et donnant le sentiment, chaque fois, que le pire est conjuré.<br />
<br />
Mais elle adviendra. L’Europe sortira de l’Histoire. D’une façon ou d’une autre, si rien ne se passe, elle en sortira. Ce n’est plus une hypothèse, une crainte vague, un chiffon rouge agité à la face des Européens récalcitrants. C’est une certitude. Un horizon indépassable et fatal. Tout le reste – incantations des uns, petits arrangements des autres, fonds de solidarité Truc, banques de stabilisation Machin – ne fait que retarder l’échéance et entretenir le mourant dans l’illusion d’un sursis.<br />
<br />
Signataires : Vassilis Alexakis, Hans Christoph Buch, Juan Luis Cebrián, Umberto Eco, György Konrád, Julia Kristeva, Bernard-Henri Lévy, Antonio Lobo Antunes, Claudio Magris, Salman Rushdie, Fernando Savater, Peter Schneider...

Lapo Orlandi
Lapo Orlandi

La presentazione degli intellettuali firmatari, con una breve biografia, sempre dal sito della TV franco-tedesca, Arte:<br />
<br />
<strong>Hans Christoph Buch</strong><br />
<br />
Romancier, grand reporter, critique littéraire. Il est issu d’une famille haïtianoallemande dont le fils aîné, son père, fut consul à Marseille (où il a appris le français) puis ambassadeur d’Allemagne à Copenhague et à Berne. Hans Christoph Buch a publié son premier ouvrage, un recueil de nouvelles, aux éditions Suhrkamp en 1966 après avoir rencontré Günter Grass, Hans Magnus Enzensberger et d’autres écrivains importants lors des réunions du Groupe 47.<br />
<br />
Ensuite, il termine ses études de lettres à Berlin en 1972 avec une thèse de doctorat sur la littérature descriptive chez Lessing et Lukács. Il a écrit plus de trente livres, des romans, des nouvelles et des essais. Après avoir publié une tétralogie liée étroitement à l’histoire de sa famille et à celle d’Haïti, il devient grand reporter pour l’hebdomadaire Die Zeit ainsi que d’autres médias allemands. Parcourant le Tiers Monde, il a écrit des reportages de guerre et des récits littéraires sur le Liberia, le Rwanda, le Cambodge, la Tchétchénie et l’ex-Yougoslavie. Il habite Berlin, mais a séjourné ou enseigné à New York, Austin, San Diego, Paris, La Rochelle, Buenos Aires, La Havane, Hangzhou et Hongkong.<br />
<br />
Il a notamment publié. : Apokalypse Afrika oder Schiffbruch mit Zuschauern (2011). Das rollende R der Revolution. Lateinamerikanische Litanei (2008), Tod in Habana (2007). Ombres dansantes ou le Zombie c’est moi (2005). Archipel de la douleur. Voyages au bout du nouveau désordre mondial (2003).<br />
<br />
<br />
<strong>Juan Luis Cebrián</strong><br />
<br />
Essayiste et journaliste, né en 1944, il est actuellement président de PRISA, le premier groupe mondial de presse et d’édition en langues espagnole et portugaise. Cofondateur du journal El País qu’il a dirigé de son lancement en 1976 jusqu’en 1988, il a joué, à la tête de ce journal, un grand rôle dans la transition espagnole vers la démocratie. Au cours de ses cinquante ans de carrière, il s’est vu décerner de nombreux prix. Il a présidé l’International Press Institute (IPI), et a été président directeur général de Sogecable de sa création en 1989 jusqu’en 1999. De 2004 à 2005, Juan Luis Cebrián a également présidé l’association des éditeurs de presse espagnols l’AEDE.<br />
<br />
Juan Luis Cebrián est par ailleurs un auteur et un éditeur reconnu. Il a rédigé de nombreux essais de journalisme et de sociologie politique, en particulier La prensa y la calle, La España que bosteza, El tamaño del elefante, El siglo de las sombras, Cartas a un joven periodista, La Red, El futuro no es lo que era (coécrit avec l’ancien Premier ministre espagnol Felipe González) El fundamentalismo democrático et El pianista en el burdel. On lui doit également les romans La Rusa, La Isla del Viento, La Agonía del Dragón et Francomoribundia. Les recueils Retrato de un Siglo et De Madrid… al cielo regroupent plusieurs de ses oeuvres littéraires et ses essais ont été rassemblés dans Prensa para la democracia: reto del Siglo XXI et Transición Española.<br />
<br />
Juan Luis Cebrián est également chevalier dans l’Ordre des arts et des lettres et membre de l’Académie royale espagnole depuis 1996.<br />
<br />
<br />
<strong>Umberto Eco<br />
<br />
</strong>Né à Alexandrie le 5 janvier 1932. Diplômé en philosophie en 1954 à Turin, il a travaillé de 1954 à 1958 à la RAI, puis jusqu’en 1975 chez l’éditeur Bompiani. Maître de conférences d’esthétique en 1961, chargé de cours à la faculté d’architecture de Florence et de Milan, depuis 1975, professeur de sémiotique à l’université de Bologne, depuis 2008 professeur émérite. Président de la faculté des sciences humaines de l’université de Bologne. Il a enseigné en tant que professeur invité par les universités de New York, Northwestern, Columbia, Yale, California-San Diego, Cambridge, Oxford, São Paulo, Rio de Janeiro, Buenos Aires et La Plata, et par l'École normale supérieure de Paris. Il a été maître de conférences à Cambridge, professeur à Oxford, professeur étranger au Collège de France, maître de conférences à l’université de Harvard, chercheur invité à l’Académie italienne, à l’université de Columbia, maître de conférences à l’université de Toronto, maître de conférences à l’université d’Atlanta.<br />
<br />
Il a publié une cinquantaine d’essais, traduits en plusieurs langues. Les plus connus sont : L’oeuvre ouverte (1962), Apocalyptiques et intégrés (1964), La structure absente, introduction à la recherche sémiotique (1968), Théorie de la sémiotique (1975), Lector in Fabula (1979), Sémiotique et philosophie du langage (1984), Les Limites de l’interprétation (1990), La recherche de la langue parfaite (1993), Six promenades dans les bois du roman et d’ailleurs (1983), Kant et l’ornithorynque (1997), Cinq questions de morale (1997) Expériences in translation (2000), De la littérature (2002), Dire presque la même chose, expériences de traduction (2003), Mouse or rat? (2003), Histoire de la beauté (2004), À reculons, comme une écrevisse (2006), De l’arbre au labyrinthe (2007), Histoire de la laideur (2007), Vertige de la liste (2009), Confessions of a young novelist (2011), Construire l’ennemi (2011). Parmi ses oeuvres littéraires citons Journal intime (1963), Le Nom de la rose (1980), Le Pendule de Foucault (1988), Le Second journal intime (1991), L’île du jour d’avant (1994), Baudolino (2000), La Mystérieuse flamme de la reine Loana (2004), Le Cimetière de Prague (2010).<br />
<br />
Umberto Eco a reçu trente-huit doctorats honorifiques de diverses universités. De très nombreux prix littéraires ont récompensé son oeuvre. Il est Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres, Commandeur de la Légion d’Honneur et a reçu de nombreuses autres distinctions.<br />
<br />
<br />
<strong>György Konrád</strong><br />
<br />
Né le 2 avril 1933 à Debrecen. Essayiste, sociologue et romancier, György Konrád est « écrivain de la culture européenne, de la liberté et de la responsabilité de l' individu ». Ses premiers écrits ont été publiés dans la revue Új Hang en 1955. En 1969, son premier roman, Le Visiteur, dont le personnage est un travailleur social (métier que G. Konrád exerça de 1959 à 1965) confronté à la maladie, la grande pauvreté et à la marginalisation, est très remarqué car il révèle alors la misère d’une partie de la société hongroise à l’époque du « socialisme réel ».<br />
<br />
L’expérience d’urbaniste de G. Konrád, collaborateur scientifique de l’Institut d’urbanisme et du plan dès 1965, a été pour beaucoup dans l’écriture de son second roman, Le Fondateur. Dans ses essais, tels que La Marche au pouvoir des intellectuels (1978, écrit avec Iván Szelényi) ou L’Antipolitique (1982), il réfléchit au rôle social et politique des intellectuels. Alors qu’il est devenu une figure centrale de l’opposition, l’écriture est encore pour lui une manière d’exercer sa liberté.<br />
<br />
Il continue son oeuvre entre récits et essais et demeure une figure majeure de la vie intellectuelle et politique en Hongrie. « J’essaie aujourd’hui de comprendre ce qu’ont été les quarante années passées. » Ses deux derniers romans – Départ et retour (2001), Au sommet de la montagne lors de l’éclipse du soleil (2003) – allient la représentation romanesque à la narration fidèle d’événements historiques.<br />
<br />
Entre 1997 et 2003, G. Konrád a été, durant deux mandats successifs, président élu de l’Académie des arts de Berlin (Akademie der Künste). Ses deux derniers ouvrages, La Tristesse des coqs (2005) et Pendule (2008), offrent un résumé lyrique de la philosophie de vie de l’écrivain.<br />
<br />
György Konrád a reçu de nombreux prix littéraires. Il est Officier de la Légion d’honneur (1996) et a reçu de nombreuses autres distinctions.<br />
<br />
<br />
<br />
<strong>Julia Kristeva</strong><br />
<br />
Née en Bulgarie, elle travaille et vit en France depuis 1966. Elle est écrivain, psychanalyste, professeur émérite à Paris VII (université Paris–Diderot) et membre titulaire de la Société psychanalytique de Paris. Docteur honoris Causa de nombreuses universités aux États-Unis, au Canada et en Europe, où elle enseigne régulièrement.<br />
<br />
Officier de la Légion d’Honneur, commandeur de l’Ordre du mérite, première lauréate en décembre 2004 du prix Holberg (créé par le gouvernement de Norvège pour remédier à l’absence des sciences humaines dans le palmarès du Nobel), elle a obtenu le prix Hannah Arendt en décembre 2006 et le prix Vaclav Havel en 2008.<br />
<br />
Elle est l’auteur d’une trentaine d’ouvrages, parmi lesquels : La Révolution du langage poétique, Histoires d’amour, Pouvoirs de l’horreur (essai sur l'abjection), Soleil noir (dépression et mélancolie), Le Temps sensible (Proust et l’expérience littéraire), la trilogie Le génie féminin : Hannah Arendt, Mélanie Klein et Colette, La Haine et le Pardon, Cet incroyable besoin de croire, ainsi que des romans dont Les Samouraïs, Meurtre à Byzance et le récit Thérèse mon amour.<br />
<br />
Son oeuvre est entièrement traduite en anglais, et la plupart de ses livres sont disponibles dans les grandes langues du monde.<br />
<br />
<br />
<br />
<strong>Bernard-Henri Lévy</strong><br />
<br />
Bernard-Henri Lévy est philosophe, écrivain, journaliste, cinéaste, directeur de la revue La Règle du Jeu, éditorialiste au Point.<br />
Ses chroniques sont régulièrement reprises par la presse internationale (Huffington Post, Daily Beast, El País, Corriere della Sera, Die Zeit, Haaretz, Aftensposten, Expressen, Dnevni Avaz).<br />
Son dernier ouvrage La guerre sans l’aimer, journal d’un écrivain au coeur du printemps libyen (Grasset, 2011) retrace, jour après jour, de Benghazi à Tripoli, et de New York à Istanbul ou Paris, cette séquence décisive du « Printemps arabe ».<br />
Ce livre connaîtra, en 2012, sous le titre Le Serment de Tobrouk, sa version cinématographique et sera sélectionné au Festival de Cannes.<br />
<br />
<br />
<strong>Peter Schneider</strong><br />
<br />
Né en 1940 à Lübeck. Critique littéraire et essayiste, Peter Schneider, après des études d’allemand, d’histoire et de philosophie, devient en 1966 un des leaders du mouvement étudiant, expérience qu’il raconte dans son premier roman, Lenz (1972).<br />
<br />
Depuis 1985, il a été invité en résidence comme écrivain et professeur dans différentes universités américaines dont Stanford, Princeton et Harvard… En 2009, il a reçu le prix littéraire Schubart-Literaturpreis.<br />
<br />
Peter Schneider vit désormais à Berlin. Pour la jeunesse allemande, il est un porte-parole. Parmi ses ouvrages publiés en France, Te voilà un ennemi de la constitution (1976), Lenz, (1992), Le Sauteur de mur (1983), Cet Homme-là (1988), L’Allemagne dans tous ses états (1991), La Ville des séparations (1994), Chute libre à Berlin (2000), Encore une heure de gagnée (2002), La Fête des malentendus (2004), Pour l’amour de Scylla (2006).

You need or account to post comment.